Per il nostro giornale abbiamo intervistato il Dott. Pietro Pisello, consulente finanziario e divulgatore molto seguito sui social. Su Instagram è presente con il profilo Pietro Pisello | Finanza, dove approfondisce temi legati alla gestione del denaro, agli investimenti e alla pianificazione finanziaria. Con lui abbiamo abbiamo affrontato le principali questioni riguardanti la previdenza, cogliendo l’occasione per fare chiarezza sulle più recenti novità introdotte dalla normativa e sul loro impatto per lavoratori e pensionati.
Partiamo dalle novità sui fondi pensione in Italia previste tra luglio e ottobre. Che cosa cambia?
La riforma introduce due novità molto importanti per la previdenza complementare.
Da una parte punta a favorire l’adesione ai fondi pensione, dall’altra dà ai lavoratori una maggiore libertà di scelta. Le principali riguardano il nuovo meccanismo del silenzio-assenso e la portabilità del contributo del datore di lavoro. Sono due cambiamenti che potrebbero incidere in modo significativo sulle scelte previdenziali dei lavoratori e sulla concorrenza tra i diversi fondi.
Parliamo dal cosiddetto “silenzio-assenso al contrario”. Come funziona?
Il meccanismo è piuttosto semplice. Per i nuovi assunti del settore privato viene automaticamente aperta una posizione di previdenza complementare e il TFR viene destinato al fondo pensione. Se il lavoratore preferisce lasciare il TFR in azienda, ha 60 giorni di tempo per comunicarlo. Quindi non c’è alcun obbligo, ma cambia semplicemente la scelta predefinita. È quello che in economia comportamentale viene definito un “Nudge”, cioè una “spinta gentile” verso una scelta ritenuta vantaggiosa, lasciando comunque piena libertà di decidere diversamente.
Un meccanismo di questo tipo non rischia però di essere controproducente?
Fino a poco tempo fa avrei risposto di sì.
Il problema, però, non era tanto il silenzio-assenso, quanto il modo in cui venivano investiti i contributi, i quali, per legge, finivano automaticamente nei comparti più prudenti, solitamente i comparti “garantiti”. Per un giovane con un orizzonte di investimento di trent’anni o più, difficilmente è la scelta più efficiente. Storicamente, queste linee hanno offerto rendimenti inferiori rispetto ai comparti più dinamici e, in alcuni periodi, anche rispetto al TFR lasciato in azienda. Si trattava, a mio avviso, di un “Nudge” mal calibrato. L’obiettivo era corretto, ma il meccanismo rischiava di generare più svantaggi che benefici. Con la riforma 2026 questo aspetto viene in parte corretto. Da luglio, i contributi dovranno essere investiti in modo più coerente con l’età del lavoratore, seguendo una logica life cycle: all’inizio una maggiore esposizione ai mercati azionari e, con l’avvicinarsi della pensione, una progressiva riduzione del rischio. È sicuramente un passo avanti, ma, a mio avviso, non totalmente risolutivo.
In che senso?
Questo tipo di automatismi, personalmente, non mi hanno mai convinto del tutto. Ridurre gradualmente il rischio è un principio sicuramente condivisibile, ma bisogna fare attenzione a come viene applicato. Nessuno vorrebbe ritrovarsi a passare da un comparto azionario a uno garantito proprio durante una forte fase di ribasso dei mercati, con il rischio di cristallizzare le perdite.
Ovviamente si tratta di un percorso graduale, ma il senso è questo. Inoltre, il fondo pensione non deve necessariamente esaurire la propria funzione al momento del pensionamento.
Con alcuni miei clienti, ad esempio, dopo aver valutato attentamente tutti gli aspetti, si è optato per mantenere il fondo attivo e continuare a effettuare versamenti anche dopo il pensionamento. Versamenti che, naturalmente, continuano a beneficiare della deducibilità fiscale prevista dalla normativa. Perché farlo? In un’ottica di pianificazione patrimoniale e successoria. Alla scomparsa dell’iscritto, le somme vengono trasferite agli eredi o ai beneficiari. Somme che, lo ricordiamo, hanno permesso allo stesso di godere (in vita) di importanti sconti fiscali. In questi casi, il fondo pensione non è più soltanto uno strumento previdenziale, ma si trasforma in uno strumento successorio. Di conseguenza, l’orizzonte temporale dell’investimento si allunga di altri dieci, quindici anni o anche di più e, proprio per questo, un’eccessiva esposizione a comparti molto prudenti potrebbe non essere più coerente con un orizzonte temporale rinnovato.
Passiamo all’altra grande novità: la portabilità del contributo datoriale. Di cosa si tratta?
È probabilmente la novità più discussa della riforma. Fino a oggi, il contributo del datore di lavoro era riconosciuto solo a chi aderiva al fondo pensione negoziale previsto dal proprio contratto collettivo versava il proprio TFR e un contributo personale obbligatorio. Chi sceglieva di destinare il TFR a un fondo pensione ad adesione individuale: “Aperto” o un “PIP”, di fatto, rinunciava a quel contributo. Con la riforma questo vincolo viene meno. Il lavoratore potrà trasferire la propria posizione in un altro fondo senza perdere il diritto a questo importante “extra”. Ciò significa poter scegliere il fondo che si ritiene più adatto in termini di costi e rendimenti potenziali, senza essere penalizzati. L’entrata in vigore di questa novità è prevista dal 31 ottobre. Ma attenzione: la portabilità del contributo datoriale si applica esclusivamente in caso di trasferimento della posizione maturata dal fondo negoziale.
Cosa significa, concretamente?
Significa che il primo passo resta l’adesione al fondo negoziale previsto dal proprio contratto, dove confluiranno il TFR, il contributo del lavoratore e quello del datore di lavoro. Successivamente, trascorsi almeno due anni, sarà possibile trasferire l’intera posizione in un altro fondo pensione.
La vera novità è che, anche dopo il trasferimento, il datore di lavoro continuerà a versare il proprio contributo nel nuovo fondo pensione. È importante ricordare questo passaggio, perché la portabilità opera solo in caso di trasferimento della posizione e non al momento della prima adesione.
Altre novità?
Sì, ci sono anche novità che riguardano il momento del pensionamento. La prima interessa le posizioni individuali di importo più elevato. In questi casi, la quota di capitale che può essere riscossa subito in un’unica soluzione sale dal 50% al 60% del montante maturato. Per chi invece rientra già nei casi in cui è possibile ricevere il 100% del capitale, non cambia nulla. La seconda novità riguarda la parte residua del montante. Oltre alle tradizionali rendite vitalizie, garantite e con reversibilità, sarà possibile scegliere nuove modalità più flessibili, come rendite a durata definita, prelievi programmati o erogazioni in più tranche, così da adattare la prestazione alle proprie esigenze.
Cosa altro migliorerebbe?
Probabilmente amplierei la portata delle anticipazioni. Ad esempio, consentirei di richiedere una parte del capitale anche per finanziare gli studi dei figli. È una proposta che riprende, almeno in parte, un’idea avanzata anche dal presidente della COVIP, Mario Pepe, con il cosiddetto “bonus alla nascita” per costruire una posizione previdenziale fin dai primi anni di vita attraverso i versamenti dei familiari e poter utilizzare quelle risorse, una volta raggiunta la maggiore età, per sostenere spese di formazione o universitarie.
Come funzionano queste anticipazioni e i riscatti?
In linea generale, il capitale accumulato in un fondo pensione viene percepito al momento del pensionamento. La normativa, però, prevede alcune eccezioni. Le anticipazioni e i riscatti, in estrema sintesi, consentono di utilizzare tutta o parte della posizione per esigenze specifiche, come spese sanitarie, acquisto o ristrutturazione della prima casa, disoccupazione o altre necessità.
Personalmente vedrei con favore la possibilità di estendere le anticipazioni anche alle spese universitarie dei figli. È un’obiezione che ricevo spesso dai miei clienti. Anche perché il fondo pensione è già oggi uno strumento molto efficiente per costruire un capitale a favore dei figli: i contributi sono fiscalmente deducibili dal reddito dei genitori che effettuano i versamenti, il patrimonio non è soggetto all’imposta di bollo e, aspetto spesso poco conosciuto, non rileva ai fini dell’ISEE. Quindi è possibile accumulare un capitale senza doversi preoccupare troppo di superare determinati limiti e rischiare di perdere delle agevolazioni fiscali. Rendere possibile utilizzare quelle risorse anche per la formazione sarebbe, a mio avviso, un’evoluzione del tutto naturale.
A che età e per quali importi consiglierebbe l’iscrizione a un fondo di previdenza integrativa?
La risposta rischia di essere banale, ma prima si inizia, meglio è. Il principale obiettivo della previdenza complementare è integrare la pensione pubblica, in modo da ridurre il divario tra il reddito percepito durante la vita lavorativa e quello che si riceverà una volta in pensione. Facciamo un esempio: se oggi guadagno 2.000 euro al mese e la pensione pubblica sarà di circa 1.300 euro, avrò una differenza di 700 euro da colmare. Per ottenere un’integrazione di questo tipo è necessario costruire, nel tempo, un capitale adeguato all’interno del fondo pensione.
Ed è proprio qui che entra in gioco il fattore tempo, che è la variabile più importante. Iniziare presto permette di accumulare e far crescere il capitale per molti anni, sfruttando la capitalizzazione dei rendimenti. Questo significa che anche versamenti relativamente contenuti, se effettuati con continuità e per un lungo periodo, possono portare a un risultato significativo. Per quanto riguarda gli importi, non esiste una cifra valida per tutti: dipende dall’età, dal reddito e dall’obiettivo pensionistico che ciascuno si pone.
C’è poi un ulteriore vantaggio, anche in questo caso di natura fiscale. Quando si richiede la prestazione al momento del pensionamento, le somme erogate sono soggette a tassazione. Tuttavia, non si applica l’IRPEF ordinaria, ma è prevista una tassazione agevolata che diventa ancora più conveniente all’aumentare degli anni di partecipazione alla previdenza complementare. In altre parole, più a lungo si rimane iscritti al fondo, più si riduce l’aliquota applicata al momento dell’erogazione della prestazione.
A quanto ammontano queste aliquote e come diminuiscono nel tempo?
La prestazione finale del fondo pensione beneficia di una tassazione agevolata. L’aliquota di partenza è pari al 15% e si applica alla parte della prestazione derivante dai contributi dedotti fiscalmente. Dal quindicesimo anno di partecipazione al fondo pensione, l’aliquota si riduce dello 0,30% per ogni anno successivo di permanenza. La riduzione può arrivare fino a un massimo di 6 punti percentuali, consentendo di raggiungere un’aliquota minima del 9% dopo 35 anni di adesione.
Per questo motivo, tornando alla domanda precedente, se dovessi indicare un momento ideale per iniziare direi almeno 35 anni prima della pensione. È il periodo che consente di ottenere il massimo beneficio fiscale previsto dalla normativa e, allo stesso tempo, di sfruttare al meglio il tempo per costruire il proprio capitale previdenziale. Piccola nota: la normativa fa riferimento agli “anni di adesione alla previdenza complementare”, non agli anni di effettiva contribuzione. Questo significa che posso sottoscrivere un fondo pensione anche oggi e, pur senza effettuare versamenti per diversi anni, maturare comunque anzianità di adesione. Tale anzianità risulta poi utile al momento dell’erogazione della prestazione, poiché consente di beneficiare di un’aliquota fiscale più favorevole.
Perché la previdenza complementare sta assumendo un ruolo così importante?
La risposta è legata ai cambiamenti del nostro sistema pensionistico. Con il passaggio al metodo contributivo, la pensione pubblica dipende dai contributi versati durante la vita lavorativa, rivalutati nel tempo. Questo significa che l’importo dell’assegno sarà strettamente collegato a quanto si è riusciti ad accumulare. Secondo una recente stima della Ragioneria dello Stato, un lavoratore che nel 2040 andrà in pensione con 38 anni di contributi potrebbe percepire mediamente un assegno pari a circa il 60% dell’ultimo stipendio. Significa dover affrontare, da un mese all’altro, una riduzione importante del reddito, proprio in una fase della vita in cui potrebbero aumentare alcune spese, come quelle sanitarie e assistenziali.
Il sistema pensionistico, tradizionalmente basato sulla previdenza pubblica, si sta progressivamente trasformando in un modello misto: la pensione pubblica come base, ma è sempre più necessario affiancarle una forma di previdenza complementare per ridurre questo gap e preservare, almeno in parte, il proprio tenore di vita. C’è poi una seconda criticità, che riguarda l’età pensionabile. Con la riforma Fornero, infatti, il requisito anagrafico è stato collegato all’aspettativa di vita. Questo significa che, con l’aumento della longevità, anche l’età necessaria per accedere alla pensione di vecchiaia tende a salire. Secondo alcune stime, nei prossimi anni potrebbe avvicinarsi ai 70 anni.
Anche sotto questo profilo un fondo pensione può offrire un vantaggio concreto. Se si è accumulato un capitale adeguato, è possibile accedere alla cosiddetta R.I.T.A. (Rendita Integrativa Temporanea Anticipata), uno strumento che consente di utilizzare il capitale maturato nel fondo per ottenere un reddito ponte tra la fine dell’attività lavorativa e la pensione di vecchiaia. In pratica, permette di ricevere il capitale sotto forma di rate periodiche fino a cinque anni prima del pensionamento, che diventano dieci in caso di inoccupazione prolungata.
In chiusura, vuole aggiungere qualcos’altro?
Da consulente, mi sento di dire che il fondo pensione è uno strumento di pianificazione davvero molto efficace, in quanto uno dei pochi strumenti che ti aiuta a seguire un percorso nel tempo e a mettere da parte risorse pensando al futuro. Questo perché, proprio in cambio di importanti benefici fiscali, la normativa limita la possibilità di ritirare i soldi liberamente. Puoi farlo solo in presenza di esigenze specifiche. In questo modo si crea una sorta di tesoretto che cresce negli anni e che rimane disponibile quando serve davvero. Penso, ad esempio, a un genitore che apre un fondo pensione per un figlio. Quando il figlio diventa adulto e inizia a lavorare, quel capitale può continuare a crescere per la sua pensione futura, ma può anche essere utilizzato, nei casi previsti dalla legge, per affrontare momenti importanti della vita, come l’acquisto della prima casa o una fase di disoccupazione. Il valore di questo strumento sta proprio qui: aiuta a preservare un patrimonio destinato al futuro, evitando che venga consumato per spese impulsive o poco importanti. Per questo lo considero anche un ottimo strumento di finanza comportamentale. Soprattutto per un genitore, credo che questo sia uno degli aspetti più preziosi.
giuseppe.timpone@investireoggi.it



