Mentre tutti gli occhi del mondo restano puntati su Hormuz, nell’emisfero occidentale la crisi sta devastando l’economia un’isola: Cuba. La situazione è diventata talmente grave che gli Stati Uniti hanno avviato questo martedì un primo ponte aereo verso L’Avana con l’obiettivo di portarvi aiuti umanitari per 100 milioni di dollari e prodotti di prima necessità per 700 famiglie. Parlando dalle Filippine, in cui si trovava in visita, mercoledì il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha dichiarato che “siamo preparati a fare quello che possiamo per effettuare un cambiamento positivo a Cuba”, ammettendo che il regime comunista “non ha idea di cosa stia facendo”.
Crisi del turismo a Cuba
Le cattive notizie per l’isola si stanno moltiplicando. In settimana, l’addio della catena alberghiera spagnola Melia per la difficile situazione dal punto di vista sia economico che legale. Un brutto colpo per il turismo a Cuba, che già è quasi sparito: appena 359.491 visitatori stranieri nei primi 5 mesi dell’anno, in calo del 58,4% rispetto allo stesso periodo del 2025. E meno turisti qui significano meno valuta pesante a disposizione. Non a caso, per un dollaro servono adesso più di 670 pesos al mercato nero. Secondo il tasso di cambio ufficiale, ne basterebbero 120, più di 5 volte in meno. Fino a pochi anni fa, il rapporto era fissato a 1:24 con il peso convertibile.

Crac del cambio e boom dell’inflazione
Il cambio al collasso ha fatto esplodere l’inflazione negli ultimi anni, anche se le statistiche ufficiali trovano che a giugno i prezzi al consumo siano aumentati solo del 18,27% rispetto allo stesso mese del 2025. Le analisi indipendenti, tuttavia, stimano il dato reale intorno al 70-80%. E falsare le statistiche non giova granché al regime castrista. La popolazione vive sulla sua pelle la caduta del potere d’acquisto.
Basti pensare che un litro di benzina premium (95 ottani) si compra per 239,4 pesos, che al cambio di mercato equivale a 35 centesimi di dollaro. Può sembrare pochissimo, ma si consideri che uno stipendio medio mensile sull’isola non va oltre i 10 dollari. In pratica, un cubano può comprare al massimo una trentina di litri al mese di carburante, destinandovi il suo intero stipendio.
Benzina alle stelle e isola al buio
In realtà, le cose vanno assai peggio. Il prezzo politico imposto ai distributori non consente più neanche la copertura dei costi. E la carenza di carburante è così drammatica che al mercato nero lo si compra a 8-10 dollari al litro. Sarebbe un prezzo folle persino in economie ricche come la nostra, immaginate nella Cuba travolta dalla crisi più nera. Gli abitanti si sono abituati ai blackout, che possono durare anche 20 ore consecutive. Quelli nazionali sono stati già tre a solo a luglio. Strade e case al buio, ma anche servizi di base come gli ospedali che non funzionano più come si deve.
Pil stimato in caduta di oltre il 7% quest’anno e del 23% rispetto al 2019.
Trattative a rilento con gli USA
Più la crisi a Hormuz si prolunga e peggio per il popolo cubano. Il mondo guarda altrove e gli stessi Stati Uniti non dedicano alle trattative il tempo e la concentrazione necessari. Quale che sarà lo sbocco di questa crisi – occupazione vera e propria o accordo in stile venezuelano – Cuba non può più attendere oltre. Il Partito Comunista ha di recente adottato 175 micro-riforme con l’obiettivo di liberalizzare l’economia e mostrarsi ricettivi alle richieste americane. Ad oggi, ogni riforma varata si è rivelata un bluff.
Possiamo dibattere sulla legittimità delle ingerenze di uno stato straniero nella sfera decisionale altrui. Sul piano strettamente economico, però, la crisi di Cuba è auto-inflitta e non ha quasi nulla a che vedere con il “bloqueo” ormai datato 1962. L’isola si è retta per decenni sull’assistenza dell’Unione Sovietica e quando questa si disintegrò, andò in rovina con un periodo di vera fame al punto che i cubani dovettero mangiare i gatti per cibarsi. Poi, a Caracas arrivò al potere Hugo Chavez, ideologicamente vicinissimo alla Revolucion castrista. E fino a poco tempo fa, questo consentì al regime di importare petrolio a costi politici, rinviando così l’appuntamento con la realtà.
Crisi a Cuba auto-inflitta da modello insostenibile
Dalla fine dello scorso anno, gli Stati Uniti hanno prima imposto il blocco navale nel Mar dei Caraibi per impedire al Venezuela di esportare petrolio a Cuba; subito dopo, hanno catturato il dittatore “chavista” Nicolas Maduro. Salvo qualche fornitura da Messico e Russia, l’isola è rimasta a corto di energia. Né avrebbe i mezzi per importarla ai prezzi di mercato, ammesso che le fosse consentito. In altri termini, la sua economia si regge sin dalla cacciata di Fulgencio Batista nel 1969 su aiuti esterni. Gli americani stanno mettendo in risalto proprio questa dipendenza con l’inasprimento delle sanzioni di questi mesi. Il regime prova a negoziare, ma punta solo a sopravvivere senza perdere il controllo sulla popolazione. Parola di Rubio.
giuseppe.timpone@investireoggi.it



