Dal 2000 il tuo quotidiano indipendente su Economia, Mercati, Fisco e Pensioni
Oggi: 04 Giu, 2026

Spread in altalena con la guerra in Iran: cosa ci stanno dicendo i mercati

Lo spread tra BTp e Bund è sulle montagne russe da quando è iniziata la guerra in Iran, risalendo dai minimi dal 2008 toccati a inizio anno.
2 Aprile 2026
Spread in rialzo con guerra in Iran
Spread in rialzo con guerra in Iran © License Creative Commons

E’ bastato l’allentamento delle tensioni sulla guerra in Iran per portare ad un calo dello spread tra BTp e Bund di una decina di punti base (circa 0,10%) in un paio di sedute. A fine febbraio, prima che iniziasse il conflitto, i rendimenti decennali italiani sovrastavano quelli tedeschi dello 0,63%. Gli investitori richiedevano meno del 3,30% per acquistare titoli italiani contro il 2,65% offerto dalla Germania. Venerdì scorso, il premio preteso risultava espanso a 100 punti, cioè all’1%. Livelli che non vedevamo dal giugno dello scorso anno. E le date non sono state una coincidenza.

Spread in risalita con guerra in Iran

Tra lunedì e martedì, da Washington è giunta qualche schiarita sui tempi della guerra in Iran.

Gli Stati Uniti hanno iniziato anch’essi a patire gli effetti del caro energia, provocati dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. La comunità finanziaria e la stessa maggioranza di destra al Congresso hanno spinto il presidente Donald Trump a valutare la fine delle ostilità senza più pretendere neppure che Teheran renda prima possibile la navigazione dell’area. Ciò ha fatto scendere i rendimenti sovrani e gli stessi spread. Il BTp a 10 anni ieri offriva anche meno del 3,80% contro un massimo raggiunto del 4,14% nella seduta di venerdì scorso. E il premio sul Bund si è ridotto a 85 punti base o 0,85%.

Cosa ci fa capire quest’altalena dello spread con la guerra in Iran? I titoli di stato italiani sono percepiti meno sicuri nelle fasi critiche. Era accaduto anche un anno fa con l’annuncio dei dazi USA. I capitali prediligono i “safe asset” quando sorgono imprevisti.

Tra questi ci sono ancora i Bund, pur meno brillanti di un tempo. Anch’essi hanno risentito del surriscaldamento delle aspettative d’inflazione, ma meno degli altri bond europei. E così, la forbice con i loro rendimenti si è allargata nell’ultimo mese.

Inflazione e crescita cruciali per debito pubblico

Lo spread italiano, tuttavia, è risultato in maggiore crescita con la guerra in Iran. Rispetto a quello di Francia e Spagna, ha segnato un rialzo massimo superiore allo 0,10%. Perché? Abbiamo un debito pubblico più alto, per quanto la dinamica fiscale negli ultimi anni sia stata migliore di quella di Parigi e Madrid. Ciò ci espone agli shock negativi dei mercati. Inflazione e/o bassa crescita risultano per i BTp più fatali agli occhi di chi investe. La sostenibilità dei conti pubblici si regge, infatti, sulla capacità di un’economia di crescere e dello stato di chiudere i bilanci in ordine. Quando manca una delle due condizioni, il mercato va altrove.

Con la guerra in Iran è tornata la paura dell’inflazione, già salita a marzo al 2,5% nell’Eurozona. C’è la consapevolezza che le principali banche centrali, forse Federal Reserve esclusa, dovranno alzare i tassi di interesse per arrestare la corsa del carovita. Tradotto: il costo del debito aumenterà un po’ ovunque e farà più male ai conti degli stati molto indebitati come l’Italia. Ciò genera la divaricazione degli spread. Lo shock petrolifero non è così simmetrico come pensiamo. Alcuni governi hanno modo di affrontarlo meglio degli altri, perché possono spendere all’occorrenza per sussidiare famiglie e imprese e sostenere così l’economia e la lotta all’inflazione.

Serve clima favorevole sui mercati globali

L’Italia lotta più a mani nude, perché non dispone di tali margini. Con un debito in partenza alto, deve centellinare ogni aiuto. La conseguenza è che può fare molto meno per sostenere il Pil e rallentare l’inflazione. Il mercato lo intuisce e preferisce finanziare stati più sicuri o pretende in cambio un premio più alto (spread) per continuare a comprare i nostri titoli. La guerra in Iran non ha smentito la narrazione positiva di questi anni; l’ha resa più completa. All’Italia serve un clima di propensione al rischio sui mercati, sostenuto da crescita globale e basse tensioni geopolitiche. Tutto quello che devia da questo scenario, porta problemi al nostro debito in fase di emissione.

giuseppe.timpone@investireoggi.it

 

 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
Il suo motto è “Il lettore al centro grazie a una corretta informazione”; ogni suo articolo si pone la finalità di accrescerne le informazioni, affinché possa farsi un'idea dell'argomento trattato in piena autonomia.

sul tema OBBLIGAZIONI

730 precompilato
Articolo precedente

730 precompilato 2026, documenti giustificativi: quando consegnarli (e quando no)

Barclays: Certificate a Capitale Protetto su Indici Azionari Globali
Articolo seguente

Barclays: Certificate a Capitale Protetto su Indici Azionari Globali