L’Unione Europea (UE) è tornata questa settimana sul mercato dei capitali con un’emissione complessiva di 11 miliardi di euro attraverso un nuovo bond a 5 anni (ISIN: EU000A4EXVK3) e una nuova tranche a 20 anni (ISIN: EU000A4ES497). La domanda è stata molto elevata, pari a 177 miliardi in tutto e a circa 16 volte l’importo offerto. Nel dettaglio, il nuovo quinquennale con scadenza 13 ottobre 2031 è stato emesso per un importo di 6 miliardi contro ordini per 83 miliardi (x 13,8 volte). La cedola è stata fissata al 2,875% e con un prezzo di 99,662 centesimi per un rendimento lordo annuale del 2,947%. Questi risulta a premio di 26 punti base o 0,26% sul Bund di pari durata.
Bond UE: rating AAA e rendimenti sopra Bund
Per quanto riguarda la nuova tranche a 20 anni, trattasi della scadenza 12 ottobre 2046 con cedola 4%. Il prezzo di re-offer è stato di 99,759 centesimi, corrispondente a un rendimento annuo lordo del 4,018% e a premio di 55,5 punti base o 0,555% sul Bund ventennale. Bruxelles ha un debito di 827,16 miliardi, di cui 41,5 miliardi in forma di Bills (titoli fino a 12 mesi) e 84,2 miliardi di Green Bond. Ha in programma emissioni per 80 miliardi nella seconda metà di quest’anno.
Il successo anche di questa operazione conferma il forte appeal dei bond UE, pur a fronte di alcune criticità che continuano ad emergere dalla curva dei rendimenti a premio sui titoli di stato tedeschi. Sul punto è intervenuto in settimana il ministro delle Finanze spagnolo, Carlos Cuerpo. Rilasciando un’intervista a Bloomberg, ha spronato alle emissioni di debito comune per risparmiare “decine di miliardi di euro” ogni anno di interessi. Le emissioni di Bruxelles godono dei rating tripla A e per questo sono molto ricercate tra gli investitori. Esse potrebbero superare la frammentazione dei mercati sovrani, che tengono i costi elevati anche a causa della ridotta liquidità. L’Eurogruppo ha respinto la proposta con l’opposizione netta degli stati del Nord.
Mercato ancora poco liquido
L’UE ha sin qui emesso bond per una quota molto scarna rispetto alle proprie dimensioni economiche, superando di poco il 4% del Pil. Da notare il rapporto molto elevato tra domanda e offerta per la tranche ventennale, segno che gli investitori nutrano grande fiducia riguardo al lunghissimo periodo, malgrado le incertezze relative al prosieguo stesso delle emissioni nette dopo la fine del Next Generation EU.
C’è un’altra faccia della medaglia di cui spesso non diamo conto: le emissioni di bond UE si pongono in concorrenza con BTp, Bund, Oat, Bonos, ecc. Nello scenario di un loro aumento strutturale, esse finirebbero probabilmente per essere considerate qualitativamente superiori agli stessi titoli tedeschi, rendendo le emissioni nazionali una scelta quasi secondaria per il mercato. Questo è il vero rischio per i governi, che da un lato risparmierebbero sugli interessi grazie alle emissioni comuni e dall’altro pagherebbero forse di più di oggi sulle emissioni nazionali.
Futuro porto sicuro vs emissioni nazionali?
In un futuro siffatto, i bond UE fungerebbero da “porto sicuro” e attirerebbero domanda particolarmente nelle fasi di crisi e tensioni internazionali, mentre le emissioni nazionali acquisterebbero appeal nelle fasi di maggiore propensione al rischio.
Un po’ la storia di questi decenni tra Bund e tutti gli altri bond europei. Con la differenza che i primi finirebbero in buona parte nel calderone delle emissioni di secondo livello, perdendo quell’aura che li ha contraddistinti in positivo fino ad oggi. Non calcoleremmo più lo spread nei loro confronti, bensì verso i titoli del debito di Bruxelles.
giuseppe.timpone@investireoggi.it



