Era il 24 febbraio di 4 anni fa, quando il mondo veniva sconvolto dalle immagini dei carri armati russi che entravano in territorio ucraino. Iniziava così la guerra tra il principale erede dell’Unione Sovietica e un suo ex membro. L’Europa assisteva impotente a un conflitto alla sua frontiera orientale, capendo quasi subito che sarebbe diventata l’illustre vittima in termini di costo economico e geopolitico. La guerra non è ancora finita, sebbene a parole tutti parlino di volere la pace. Più passa il tempo e più la sensazione è che abbia avuto ragione il defunto Papa Francesco a definire la situazione in cui viviamo “una terza guerra mondiale a pezzi“.
Il costo della guerra in Europa
L’impatto fu subito durissimo. L’Europa era fortemente dipendente dalle importazioni di energia dalla Russia: il 45% del gas e il 27% del petrolio nell’UE erano acquistati da Mosca. Il “decoupling” avviato in fretta e furia per punire Vladimir Putin e al contempo chiudergli i rubinetti di euro e dollari ha avuto un esito disastroso per l’economia continentale. Nel 2025, le importazioni di gas dalla Russia risultavano scese al 13% del totale, quelle di petrolio sotto il 3%. Nel frattempo, abbiamo aumentato esponenzialmente le importazioni di LNG dagli Stati Uniti: dal 5% del 2019-2021 al 27% al 30 giugno 2025.
In un certo senso, siamo riusciti in breve tempo a recidere la dipendenza da capricci e minacce del Cremlino, ma il costo di questa operazione storica è stato pesante. Le bollette di luce e gas sono esplose, specie in economie come Germania e Italia fortemente dipendenti dalle importazioni russe. Il prezzo del gas europeo, che prima della guerra oscillava tra 15 e 25 euro per Mega-wattora, nell’agosto del 2022 arrivò a impennarsi fino a 340 euro. E se oggi è sceso a poco più di 30 euro, resta pur sempre doppio dell’era pre-bellica.

Inflazione alle stelle e debiti in aumento col riarmo
Il caro bollette ha avuto esiti drammatici per l’inflazione europea, esplosa in doppia cifra nei mesi successivi all’invasione. Sebbene oggi risulti scesa sotto il 2% nella media dell’Eurozona, ciò non cancella gli aumenti dei prezzi passati. E un altro lascito di questa guerra sarà nei decenni futuri a carico dei contribuenti. In effetti, i governi d’Europa hanno preso consapevolezza della necessità di dotarsi di un potere militare di deterrenza, specie con gli Stati Uniti ad avere esplicitamente loro richiesto di fare da sé senza confidare nel loro soccorso. La stessa Germania ha annunciato un piano di riarmo da 500 miliardi di euro in 10 anni e il cui costo sarà sostenuto a debito.

Mondo accelera sul reshoring
La guerra ha accelerato una tendenza già in atto con la pandemia, che vede l’Occidente allentare i legami commerciali con potenze rivali nello scacchiere internazionale. L’accorciamento delle catene produttive o “reshoring” va in tal senso.
Il problema è che non sta premiando un’Europa debolissima sul piano geopolitico, divisa al suo interno e senza una visione delle cose. Le tensioni hanno acuito l’instabilità politica nelle due nazioni che per decenni hanno retto le sorti dell’UE: Germania e Francia. Si torna a parlare della prima come di “malato d’Europa”, espressione che ha preso il posto della “locomotiva d’Europa” ormai del tutto ferma.
Opinione pubblica dilaniata
La guerra tra Russia e Ucraina ha messo in moto tutta una serie di eventi, che hanno rimescolato le carte nel continente, a tratti quasi sembrando aumentare il peso politico, economico e negoziale del Sud Europa. Ma il costo è alto per tutti: inflazione, debiti e forte malcontento. Le opinioni pubbliche sono dilaniate come forse mai in 80 anni di pace circa l’approccio da tenere con Mosca. Una parte di esse vorrebbe un qualsivoglia accordo tra Kiev e Mosca per porre fine al conflitto, magari pensando che dopo potremmo tornare a commerciare con la seconda come se nulla fosse accaduto.
Costo reputazionale della guerra per l’Europa
Oggi, l’Europa sta cercando a fatica di tenere una linea ferma con Putin, anche distanziandosi dall’alleato americano molto più incline ad un accordo. Il problema, per dirla alla Trump, è che non ha carte da giocare sul tavolo. La sua marginalità nei processi decisionali globali è divenuta ormai motivo di imbarazzo per le istituzioni comunitarie, che avvertono di avere perso la faccia dinnanzi ai propri stessi cittadini dopo avere a lungo giustificato sacrifici e forzature politiche con la necessità di contare nel mondo. Invece, un costo non immediatamente monetario di questa guerra è di tipo reputazionale. Il re si è mostrato per quello che è: nudo!
giuseppe.timpone@investireoggi.it
