Donald Trump è partito in volo verso la Cina per la prima volta dopo nove anni. Incontrerà tra poche ore il suo omologo Xi Jinping in un vertice atteso e considerato possibilmente cruciale per le sorti della guerra in Iran. Prima di lasciare gli Stati Uniti, una sua frase su Taiwan ha fatto scattare un allarme nella diplomazia internazionale e diffuso il timore che possa provocare uno shock sul mercato dei semiconduttori. Il presidente americano ha affermato che parlerà di “vendita di armi” all’isola. E’ risaputo che Pechino consideri quest’ultima parte integrante del suo territorio e anche di recente Xi ha ribadito che prima o poi procederà alla riunificazione; sottinteso: anche con le cattive.
USA alleato stretto dell’isola ribelle
L’isola ribelle, che non ha mai accettato la nascita della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, è sostenuta diplomaticamente e militarmente dagli Stati Uniti. Sebbene tra le due parti non vi siano rapporti ufficiali per non indispettire la Cina, anche le mosche sanno che dietro a Taipei ci sia Washington. Ma se Trump concordasse con Xi la riduzione o finanche l’azzeramento delle esportazioni di armi a Taiwan? Sarebbe un grosso smacco, non solo per l’isola, ma anche per i suoi alleati anti-cinesi nell’area, a partire da Giappone e Corea del Sud.
A che pro? Come sempre, la diplomazia si regge sul baratto. E ciò vale a maggior ragione per Trump, abituato anche a violare ogni linea rossa nel nome dell’interesse economico anche di breve periodo. Egli sta per incontrare Xi con l’obiettivo di stringere le relazioni commerciali, malgrado la sfilza di dazi comminati nell’ultimo anno. Tant’è che si è portato appresso il gotha del capitalismo americano: da Elon Musk a Tim Cook, da Larry Fink ai vertici di Goldman Sachs, Nvidia, Meta, MasterCard, Visa, Micron, Boeing, ecc.
Obiettivo di Trump è chiudere guerra in Iran
Al vertice USA-Cina parteciperanno rappresentanti di aziende e fondi che capitalizzano nel complesso decine di migliaia di miliardi di dollari. Ma c’è un secondo obiettivo non dichiarato, anzi persino sminuito dallo stesso Trump: un accordo sulla guerra in Iran. Forse, non è un caso che la Casa Bianca abbia rispedito al mittente le condizioni richieste per un’intesa. Pensa e spera di ottenere di più grazie al vertice sino-americano. La Cina ha una forte leva sul regime islamista. Basti pensare che in questi anni ha comprato oltre il 90% del suo greggio esportato, in barba alle sanzioni occidentali. Se Teheran è rimasta in vista dal punto di vista finanziario, lo deve proprio a Pechino.
Trump si è infilato in un vicolo cieco. Pensava che avrebbe ottenuto la caduta del regime iraniano dopo poche settimane al massimo, grazie ad una qualche rivolta della popolazione. Invece, ha ottenuto la chiusura dello Stretto di Hormuz con conseguente collasso delle esportazioni di petrolio e gas naturale liquido. Il boom delle quotazioni energetiche sta facendo rialzare la testa all’inflazione, provocando un rallentamento già in corso della crescita economica e una stretta monetaria globale.
Un mix negativo a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato.
Possibile shock sui semiconduttori di Taiwan
Per chiudere in fretta la guerra in Iran senza passare per sconfitto, egli deve trovare una sponda nella rivale cinese. E questa pretenderà una moneta di scambio costosa per il suo eventuale sostegno. Potrebbe essere l’arresto delle forniture militari a Taiwan. L’isola si ritroverebbe nella sua peggiore condizione esistenziale dal 1949. Per dissuadere il suo prezioso alleato dall’abbandonarla al proprio destino, disporrebbe di una leva potente: i semiconduttori. Il colosso TSMC (Taiwan Semiconductor Manifacturing Company) produce il 90% della fascia alta al livello globale. E’ responsabile del 70% del mercato foundry, cioè per conto terzi e del 63% della capacità globale nei nodi avanzati sotto i 7 nm.
Secondo alcune analisi industriali, l’80-90% dei server IA è controllato da Taiwan grazie alla specializzazione sui semiconduttori. Facendo leva su questi numeri, essa potrebbe rallentare o fermare del tutto le spedizioni all’estero per segnalare a Washington di non accettare alcun accordo sopra la sua testa. Sarebbe uno shock enorme per il mercato dei semiconduttori, con effetti potenzialmente devastanti per l’intera filiera IA. Basti pensare all’impatto sulle borse, dove gli immensi investimenti nel settore stanno alimentando un boom di quotazioni e indici che qualcuno definisce senza mezzi termini una bolla.
Mercato tech globale dipendente da Taipei
Il mondo di oggi non può permettersi di fare a meno dei semiconduttori e per questo ha bisogno di Taiwan. Vi ricordate quando in piena pandemia non riuscivamo più a trovare elettrodomestici, auto o prodotti elettronici a sufficienza? In molti casi, la carenza fu generata proprio dalla sospensione della produzione nello stabilimento di TSMC a causa di un focolaio di Covid. A dimostrazione dell’estrema dipendenza del mercato mondiale verso una singola realtà aziendale.
E’ d’altro canto vero che la stessa isola ha bisogno del mercato globale. Pensate che le sue esportazioni di semiconduttori incidono per quasi un terzo del totale e oltre un quinto del Pil. In pratica, vive di tecnologia.
La domanda è: Trump sta valutando con attenzione il possibile impatto di un eventuale cambio di policy? Non è che per porre fine allo shock petrolifero, stia per provocandone un altro al mercato dei chip? Tra i dirigenti che si sta portando dietro in Cina, molti o tutti gli potranno spiegare l’importanza dell’isola per il sistema economico e finanziario americano.
Semiconduttori per Taiwan arma potente
Vero è che dall’amministrazione Biden in poi Washington stia cercando di allentare la dipendenza da Taiwan, tra l’altro obbligandola ad investire in fabbriche sul territorio americano. Ma serviranno anni, se non decenni, prima che sarà possibile fare a meno del piccolo alleato asiatico. Ed è chiaro che questi abbia tutto l’interesse a rallentare questo processo di trasferimento di know-how ed expertise, dato che nel momento in cui perdesse ogni leva strategica sulla Casa Bianca, cesserebbe probabilmente di esistere come realtà indipendente.
La stessa Cina scalpita per giungere alla riunificazione non solo per ragioni di orgoglio patriottico e di esibizione di forza agli occhi del mondo. Sa che mettere le mani sui semiconduttori di Taiwan accrescerebbe enormemente il suo potere economico, la sua capacità di sviluppo tecnologico, nonché di accorciare le distanze con la superpotenza. Per non parlare del potere di ricatto verso chicchessia, con vantaggi sul piano negoziale in ogni ambito. Si spera che Trump abbia ben chiaro questo scenario prima di un eventuale baratto sull’Iran. Non è passando da uno shock all’altro che potrà risalire nei consensi ed evitare una crisi da stagflazione.
giuseppe.timpone@investireoggi.it