Si è spento ieri all’età di 100 anni Alan Greenspan, l’uomo che alla FED segnò una lunga era e il cui lascito è oggetto da decenni di discussioni accese anche sul piano accademico, oltre che politico. Nacque nel 1926 a New York da genitori ebrei e l’apice della sua carriera giunse nel 1987 con la nomina a governatore della Federal Reserve, la banca centrale americana, da parte dell’allora presidente Ronald Reagan. Ci sarebbe rimasto fino al 2006, l’anno del 80-esimo compleanno e del pensionamento. Quasi un ventennio, nel corso del quale attraversò ben quattro presidenti differenti, passando per George Bush senior, Bill Clinton e George Bush junior.
Era Greenspan alla FED lunga e discutibile
Sotto di lui, la FED divenne più onnipotente che mai. In un certo senso, molti dei mali che affliggono l’economia americana e mondiale si devono a scelte discutibili sotto la sua guida. Sarebbe riduttivo considerarlo origine di ogni problema, ma non è del tutto sbagliato sostenere che Greenspan fu il picconatore involontario del capitalismo come lo avevamo conosciuto fino al 2008.
Già dopo pochi mesi dalla sua nomina si fece conoscere quando l’indice Dow Jones crollò del 22%, mai così tanto nella sua storia, nella seduta del 19 ottobre 1987. Non una crisi finanziaria o il riflesso di un’economia in contrazione, bensì un terremoto di cui ancora oggi non si capiscono appieno le cause. Il governatore reagì intervenendo sui mercati per calmare le acque. Da quel momento in avanti, si sarebbe parlato di “Greenspan put”. L’espressione volle intendere che gli investitori si aspettavano l’intervento della FED se le cose si fossero messe per loro male.
Tassi bassi e capitalismo relazionale
E questa aspettativa sarebbe stata soddisfatta sia con la crisi della bolla tech tra fine anni Novanta e inizi 2000, sia negli anni successivi con gli attentati dell’11 settembre. Per un sostenitore del “laissez faire”, il tradimento del principio basilare di non intervento per distorcere i comportamenti dei mercati. L’era Greenspan alla FED si contraddistinse per un potere apparentemente illimitato dell’istituto e un rapporto malato con banche d’affari e grossi investitori istituzionali. Più che capitalismo, iniziò l’era ufficiale del “crony capitalism”, cioè del mercato legato al governo in senso lato.
L’uomo fu venerato fino alla crisi finanziaria del 2008, che esplose senza che quasi nessuno nel mondo si rendesse conto di quanto stesse per accadere nella principale economia mondiale. Greenspan aveva tenuto i tassi di interesse molto bassi per anni con il fine di stimolare gli investimenti finanziari e il Pil americano. Sembrò funzionare, ma l’effetto collaterale fu un accumulo di passività eccessive da parte di famiglie e imprese e l’erogazione di prestiti facili delle banche. Questi vennero impacchettati più e più volte in strumenti noti come CDO, le cartolarizzazioni.
Crisi finanziaria e rivolta elettorale
Quando l’inflazione americana iniziò a rialzare la testa, per evitare un suo eccessivo “surriscaldamento” la FED fu costretta ad aumentare i tassi fino a portarli al 5,25% ad inizio 2006. Molti dei clienti, che avevano contratto debiti negli anni passati a tassi dell’1-2%, non furono più in grado di pagare le rate di prestiti e mutui.
Il valore dei CDO precipitò tra 2007 e 2008 e si diffuse una crisi di fiducia culminata con il crac di Lehman Brothers nel settembre del 2008. Lo stato americano dovette intervenire con un piano di salvataggio per le banche da 750 miliardi di dollari (cosiddetto “TARP”).
Da quel momento, gli Stati Uniti non sarebbero stati più gli stessi e così anche il resto dell’Occidente. L’amministrazione Bush jr, che si era distinta per una politica fortemente pro-mercato, concluse la sua avventura con un atto tipicamente “statalista”. La base elettorale andò in subbuglio, sentendosi tradita. A sinistra si levarono voci molto critiche circa i salvataggi a carico dei contribuenti di banche che fino al giorno prima avevano staccato bonus milionari ai manager e ricchi dividendi agli azionisti. Fu la rivolta contro il “sistema”, percepito come corrotto e incrostato di relazioni tossiche ai danni dei cittadini.
Sfiducia nel capitalismo tra nazionalizzazioni e salvataggi pubblici
Si spiegano così prima l’ascesa fulminea di uno sconosciuto Barack Obama, seguita da un repubblicano sui generis come Donald Trump. Pur agli antipodi, entrambi sono stati il frutto della rivolta elettorale contro l’establishment. In Europa, è accaduto qualcosa di molto simile, pur con specificità proprie. Le nazionalizzazioni bancarie non passarono inosservate agli occhi di cittadini impoveriti da recessione e austerità. I partiti tradizionali sin dal 2008 sono stati percepiti responsabili della crisi, nel migliore dei casi per avere chiuso un occhio dinnanzi alle “malefatte” del sistema finanziario.
L’era Greenspan alla FED è corresponsabile della crisi politica dell’Occidente ancora in evoluzione. Cosa non meno peggiore, ha generato nell’opinione pubblica profonda sfiducia nel capitalismo. Un paradosso, visto che la crisi finanziaria originò proprio dalla manipolazione del mercato tramite tassi di interesse e iniezioni di liquidità sui mercati con effetti distorsivi nell’allocazione del capitale. Il rischio è stato soppresso e con esso anche il premio richiesto per acquistare asset non sicuri.
Ad avvantaggiarsi è stata la fetta della popolazione più benestante, che beneficiò e continua a beneficiare tutt’oggi del boom dei prezzi finanziari alimentato da politiche monetarie non ortodosse.
Era Greenspan alla FED causa di tensioni sociali e politiche
Dopo l’era Greenspan la FED è diventata ancora più accomodante. Di questo non possiamo dargli colpa, non direttamente. Tuttavia, la paura dei successori come Ben Bernanke, Janet Yellen e Jerome Powell fu di acuire le tensioni sociali e politiche ereditate, attraverso una gestione più ordinaria, che avrebbe implicato tassi di interesse più alti e necessariamente un aumento del costo del debito. Da notare l’assenza di autocritica di chi per decenni fu incensato in patria e nel mondo quasi come una divinità. E perché avrebbe dovuto con una Wall Street da record e un’economia americana che continua a nascondere la polvere sotto il tappeto senza apparenti scricchiolii significativi della fiducia dei mercati?
giuseppe.timpone@investireoggi.it