Una sorpresa positiva in Giappone, dove l’inflazione nel mese di aprile è risultata in calo all’1,4% annuo dall’1,5% di giugno. E anche al netto di energia e generi alimentari freschi, il dato è sceso all’1,4%, ai minimi da ottobre 2022. Per il quarto mese di fila, la crescita dei prezzi al consumo è stata inferiore al target del 2%. E questo pone un problema serio alla Banca del Giappone, quando il suo board sarà chiamato alla prossima riunione di giugno a decidere sui tassi di interesse.
Dilemma tassi in Giappone
Fino a pochi giorni fa, il mercato dava quasi per scontato un rialzo dello 0,25%.
Tanto più che il costo del denaro resta bassissimo, ancora allo 0,75%. A corroborare tale previsione c’era stato il dato sulla crescita del Pil, in accelerazione nel primo trimestre e al 2,1% su base annua. Le esportazioni ad aprile sono cresciute del 14,8%, sopra le stime e ai massimi da gennaio.
L’istituto guidato dal governatore Kazuo Ueda si trova a gestire una situazione complicata. Da un lato, può essere confortato da un’economia solida e dall’altro deve porre attenzione al fatto che la minaccia inflazionistica non si è ancora materializzata. Nonostante il Giappone sia dipendente dalle importazioni di petrolio per soddisfare i propri consumi di energia, la crisi di Hormuz non è ancora arrivata nel Sol Levante. Alzare i tassi può servire, però, a stabilizzare il mercato dei cambi. Lo yen è debole contro il dollaro e fine aprile sono serviti tre interventi consecutivi dell’istituto per sostenerlo.
Inflazione frenata dai sussidi
C’è da dire che lo stesso ha alzato le stime sull’inflazione per quest’anno dall’1,9% al 2,8%.
Pesa, naturalmente, la guerra in Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz. A tenere i prezzi interni stabili sono i sussidi del governo, varati sin dall’autunno scorso e che si sono mostrati subito efficaci. Ad aprile, poi, anche le misure per calmierare le rette scolastiche avrebbero contribuito alla discesa dell’inflazione. La premier Sanae Takaichi ha annunciato il varo prossimo di ulteriori sussidi. L’opposizione ha avanzato proposte per 3.000 miliardi di yen, circa 16.26 miliardi di euro.
La lotta all’inflazione in Giappone sta avvenendo a colpi di debito pubblico, non alzando i tassi. E se da un lato ciò garantisce all’economia un sostegno di breve periodo ed evita contraccolpi al credito, dall’altro aggrava la già difficilissima situazione fiscale. Tokyo ha già un debito superiore al 230% del Pil. Il ritorno dell’inflazione negli anni recenti ha messo a nudo le vulnerabilità del mercato sovrano dopo che per decenni aveva offerto rendimenti azzerati o persino perlopiù negativi.
Rendimenti lunghi in fuga
I rendimenti a medio-breve termine in Giappone stanno segnalando un rialzo dei tassi di quasi tre quarti di punto percentuale. La banca centrale sarebbe rimasta molto indietro rispetto alle previsioni del mercato e potrebbe trovarsi costretta a recuperare per impedire che le aspettative d’inflazione divampino e trascinino in ulteriore rialzo i rendimenti a lungo termine. Il decennale già è sopra il 2,75% e il trentennale viaggia oltre il 4%. C’è il rischio che Ueda e il suo board perdano il controllo di questa parte della curva.
Sarebbe una sciagura per il governo, a quel punto costretto o ad indebitarsi a costi sempre più alti o a limitarsi alle emissioni di breve durata, ma con ciò peggiorando il suo outlook fiscale.
giuseppe.timpone@investireoggi.it