Mancano più di due settimane al terzo board dell’anno e la Banca Centrale Europea (BCE) inizia ad inviare segnali al mercato circa le sue prossime mosse di politica monetaria. Un paio di dichiarazioni di questi giorni possono impattare sulla curva dei rendimenti obbligazionari, cambiandone la forma. Il vicegovernatore Luis de Guindos ha fatto presente che sui tassi di interesse non esiste alcun “percorso prestabilito”. Lo spagnolo ha notato che la risalita dell’inflazione nel breve termine è considerata “inevitabile”, alla luce dei rincari dell’energia. Ma per il medio termine non ci sono certezze, in quanto dipenderà tutto dalla capacità di trasmissione dei prezzi energetici al resto del paniere e attraverso le aspettative d’inflazione e i rinnovi dei contratti di lavoro.
Sui tassi BCE resta data dependent
Il giorno prima, un altro banchiere centrale dell’Eurozona, Boris Vuijic, aveva notato che i prezzi dell’energia siano “ancora molto vicini allo scenario di base” atteso dalla BCE. Come ad intendere che, se lo scenario attuale regge, i tassi di interesse rimarranno sostanzialmente fermi. Il croato non è un governatore marginale nell’area, dato che sta per assumere la carica di numero due della BCE, prendendo il posto proprio di de Guindos.
Francoforte ha mandato in avanscoperta i suoi “mastini” per segnalare al mercato di non farsi eccessive fantasie circa i prossimi eventi di politica monetaria. I tassi saliranno se occorre, ma non per il semplice fatto che il caro carburante morde. L’inflazione nell’Eurozona a marzo è già salita al 2,5% dall’1,9% di febbraio ed è attesa culminare al 3,1% nel secondo trimestre, sempre che la situazione sul fronte Hormuz non peggiori ulteriormente.
Curva dei rendimenti al test BCE
Per la curva dei rendimenti obbligazionari si tratta di dichiarazioni pesanti. Cos’è accaduto dall’inizio della guerra in Iran a fine febbraio? I bond si sono deprezzati lungo le scadenze, ma in misura più accentuata sul tratto medio-breve. Il mercato ha scontato uno scenario di rialzo dei tassi sulla fiammata dei prezzi dell’energia. Tuttavia, ha escluso fino ad oggi che l’inflazione salirà in maniera stabile per il medio e lungo termine. Un po’ perché essa risulterebbe il frutto di uno shock dell’offerta energetica a seguito di un evento geopolitico e non di carattere economico in sé. Un po’ anche perché si aspetta che le banche centrali, contrariamente a quanto accaduto nel 2022 dopo la guerra in Ucraina, reagiranno tempestivamente ed efficacemente.
Per l’Eurozona gli investitori prevedono fino a 3 rialzi dei tassi BCE entro l’anno. Il terzo inizia ad essere messo in dubbio. Lo fa intendere anche la discesa del rendimento tedesco a 2 anni sotto il 2,60%. Esso tende a seguire l’andamento dei tassi sui depositi bancari, che dal giugno dello scorso anno l’Eurotower tiene fissato al 2%. Prima dell’annunciata tregua tra USA e Iran, era salito fino a ridosso del 2,75%, prospettando 3 rialzi dello 0,25% entro l’anno.
Lo stesso spread BTp-Bund a 10 anni si è ristretto in area 75 punti base dai quasi 100 a cui era arrivato al culmine della tensione a marzo.
Maggiore ripidità con tassi meno alti?
L’impatto sulla curva dei rendimenti può esserci nel momento in cui le banche centrali iniziassero a comportarsi diversamente dalle attese. L’appiattimento che abbiamo notato nelle ultime settimane potrebbe lasciare il passo a una maggiore ripidità. In pratica, il premio preteso dal mercato sulle scadenze lunghe aumenterebbe. Ciò sarebbe dovuto a due opposte dinamiche di mercato: rialzo dei tassi cumulato più basso e aspettative d’inflazione a lungo termine più alte. La BCE interverrebbe con minore reattività e tempestività al carovita, facendo da un lato rifiatare i bond corti e dall’altro spingendo gli investitori a temere per un’inflazione stabilmente più alta delle previsioni attuali.
Andando alla curva dei rendimenti tedesca, riferimento per l’Eurozona, il Bund a 10 anni oggi offre lo 0,53% in più della scadenza a 2 anni contro un premio dello 0,65% a fine febbraio. Essa è diventata più piatta, pur a fronte di aspettative d’inflazione complessivamente in rialzo lungo l’intero orizzonte temporale. Gioca un ruolo anche il timore che l’inflazione e la stessa stretta per contrastarla finiranno per provocare una recessione economica nell’area. E in quel caso, i prezzi al consumo si stabilizzerebbero un po’ da se. Ovviamente, il tutto resta “sub judice”. Sarà la situazione nel Golfo Persico a direzionare i fondamentali macro e, di riflesso, a stabilire l’adeguatezza o meno della risposta monetaria.
giuseppe.timpone@investireoggi.it