La guerra già pesa da settimana sulle tasche delle famiglie con il caro carburante e presto il costo arriverà anche con le bollette, mentre anche i conti pubblici dell’Italia pagheranno il prezzo delle tensioni. Come sappiamo, da quando USA e Israele hanno avviato gli attacchi contro l’Iran, i rendimenti dei titoli di stato sono risaliti insieme allo spread. Questi è schizzato fino a quasi 100 punti base, cioè il mercato è arrivato a chiedere nei giorni scorsi anche l’1% in più di rendimento per comprare un BTp a 10 anni al posto di un Bund della stessa durata. Il premio era di 65 punti base o 0,65% a fine febbraio.
Costo della guerra per l’Italia: rendimenti in rialzo
Rendimenti più alti innalzano il costo sostenuto dallo stato per emettere debito pubblico sul mercato. E anche per questa via le tasche dei cittadini italiani rischiano di essere toccate. Se gli interessi da pagare salgono, prima o poi o saranno aumentate le imposte o saranno tagliati i servizi o entrambe le cose. Non esistono soluzioni gratuite; questo è poco, ma certo.
Siamo in grado di calcolare il costo della guerra per l’Italia? Sì, pur avvertendo che si rendono necessarie semplificazioni. Nei primi due mesi dell’anno, prima del conflitto, il rendimento dei nostri titoli di stato a 7 anni era stato del 3,05%. Questa scadenza coincide con la durata media ponderata del debito pubblico, per cui ne riflette bene l’andamento. Ieri, lo stesso era al 3,65% e il giorno prima era salito fin sopra il 3,80%. Immaginando che il rendimento si stabilizzi ai livelli ultimi registrati, possiamo affermare che fare debito al Tesoro italiani stia costando lo 0,60% in più.
Spesa per interessi sale
A fine febbraio, i titoli di stato emessi ammontavano a 2.650 miliardi. Lo 0,60% in più su questo stock fa +15,9 miliardi di spesa per interessi. Non si tratta di un costo extra da pagare nell’immediato, bensì “a regime”, cioè lungo gli anni di durata media del debito. E come detto, questa è di 7 anni. Fatta una semplice divisione, otteniamo il maggiore costo annuo per l’Italia in 2,3 miliardi. La cifra corrisponde allo 0,1% del Pil. Può sembrare poco, ma per l’appunto ha natura progressiva: +4,6 miliardi dopo 2 anni, +6,9 dopo 3, +8,2 dopo 4, ecc.
Perché si tratta di una semplificazione? I rendimenti non restano “congelati” allo stesso livello per anni e anni. Variano all’insù e o verso giù, a seconda delle condizioni di mercato. Se la guerra finisse stasera, probabile che scendano ai livelli di fine febbraio in un istante. Se proseguisse per settimane o mesi, monterebbero verso una media del 4% o anche più. E lo stesso stock non rimane invariato. In valore assoluto cresce sempre, dato che lo stato italiano spende di più di quanto incassa. Altro discorso in rapporto al Pil.
Effetti ambigui dell’inflazione sui conti pubblici
Proseguendo nell’analisi, il costo complessivo per lo stato italiano è più complicato di così. L’inflazione tende ad aumentare le entrate fiscali, grazie al fatto che i redditi nominali crescono.
Ciò dà una mano alle finanze pubbliche, che beneficiano anche della maggiore crescita del Pil nominale. Tuttavia, il carovita comporta uno shock restrittivo dell’offerta, che si traduce in un calo della produzione e dei consumi. In sostanza, la crescita economica (reale) tende a rallentare. E questo non è positivo per le entrate. Infine, il governo può trovarsi costretto come nel 2022 ad intervenire per alleviare i maggiori oneri sostenuti dalle famiglie in bolletta. Altri costi che alimentano il debito pubblico e gli interessi per onorarlo.
Fare un’analisi puntuale del costo della guerra per l’Italia non è semplice e, soprattutto, ancora è prematuro tirare le somme. La cosa certa è che c’è e tende a crescere con il prolungarsi della guerra. I 2,3 miliardi di euro di maggiori interessi graverebbero su una voce del bilancio già altissima, pari al 4% del Pil o una novantina di miliardi in valore assoluto. All’incirca quanto spendiamo in istruzione e i due terzi della spesa sanitaria. Soldi che potrebbero finanziare i servizi o alleggerire il carico fiscale sui contribuenti.
giuseppe.timpone@investireoggi.it