Già annunciata nelle scorse settimane e in piena guerra contro USA e Israele, la notizia di ieri sera rilanciata dall’Iran torna a fare scalpore: pedaggio di 1 dollaro per ogni barile di petrolio trasportato per le navi che attraversano lo Stretto di Hormuz. Il pagamento dovrà avvenire in criptovalute, quale che sia non importa. E poco dopo che Hamid Hosseini, portavoce dell’Unione degli Esportatori di Petrolio e Gas dell’Iran, diffondeva questa novità, Bitcoin sfiorava i 73.000 dollari.

Pagamenti in criptovalute per attraversare Hormuz
Il meccanismo applicato sarà il seguente: ogni nave che attraversa Hormuz, dovrà dichiarare contenuto e quantità di ciò che trasporta.
Se autorizzata al passaggio, le verrà imposto di pagare la cifra richiesta “in pochi secondi”. Se non lo fa, sarà ammonita con un avvertimento radio e se infrange le norme, sarà colpita e distrutta. La riapertura dello stretto, salvo tensioni di queste ore sui raid israeliani nel Libano, dovrebbe avvenire oggi o domani, a seguito dei colloqui con la controparte americana.
Si apprende da fonte non ufficiale, tuttavia, che il passaggio verrebbe autorizzato a sole 12 navi al giorno per questa fase. Resta da capire se verranno incluse nel conteggio anche quelle che trasportano merci solide. Stando allo schema esposto da Teheran, quindi, una nave che trasporta 2 milioni di barili, dovrà versare 2 milioni di dollari in criptovalute. Nessun pagamento sarà richiesto, è stato precisato, alle navi senza carico. Non saranno autorizzate al transito le navi cariche di armi.
Possibile duro colpo al dollaro-centrismo
E il presidente Donald Trump si è detto entusiasta di questo possibile accordo, ambendo alla creazione di una joint-venture per gestire il traffico marittimo nell’area. In realtà, l’imposizione delle criptovalute come metodo di pagamento per attraversare Hormuz si traduce in qualcosa di estremamente delicato per la finanza tradizionale globale “dollaro-centrica”.
L’Iran ha dichiarato apertamente che questo sistema punta a sottrarre i pagamenti dalle sanzioni (americane).
Perché rileva? Viene formalizzato uno schema anti-embargo, che già in questi anni è stato messo in pratica da stati come Cina, Russia, Corea del Nord e lo stesso Iran. Formalmente, dal 2018 la Repubblica Islamica non potrebbe esportare petrolio a nessuno nel mondo, poiché gli USA hanno imposto quelle che vengono definite “sanzioni secondarie”: chi fa affari con Teheran, non può essere ammesso nel circuito finanziario a stelle e strisce, il più importante al mondo e fuori dal quale c’è poca vita e a costi maggiori.
Rischio boomerang per USA
Le criptovalute sono state un mezzo alternativo ai pagamenti in dollari, pur di uso assai limitato sinora. Il raggiro dell’embargo è avvenuto perlopiù con altre modalità, come il trasferimento dei carichi “ship-to-ship” in aperto Oceano Indiano e su navi che battono bandiera ignota o falsa. Le riprese satellitari testimoniano da anni questo sistema ingegnoso, pur costoso e rischioso per chi lo mette in atto.
Ad Hormuz accadrebbe qualcosa di molto più formale: riscossione dei pagamenti in un asset alternativo al dollaro americano.
Ciò che Trump fiuta come una possibile opportunità di business per gli USA, rischia di rivelarsi un boomerang. Al mondo l’Iran sta segnalando che esiste un modo per spuntare le armi alla superpotenza globale, vale a dire usare un circuito di pagamento decentralizzato e per questo non monitorabile dagli stessi USA. Le criptovalute, abbracciate proprio dall’amministrazione Trump con leggi liberalizzatrici nel corso del 2025, possono trasformarsi definitivamente in un grimaldello per scassinare il sistema fondato sul dollaro.
Criptovalute a Hormuz tonificante per casse iraniane
L’Iran ha messo in chiaro che servirà un po’ di tempo per far entrare in funzione il meccanismo e che “non ha fretta”. Come dire che non starebbe patendo una condizione finanziaria di allarme, fatto almeno parzialmente falso. Se i pagamenti venissero riscossi su tutto il petrolio in transito da Hormuz, (circa 18 milioni di barili al giorno, esclusa la quota dello stesso Iran), il regime dei pasdaran uscirebbe dal conflitto meglio di come ci era entrato. Incasserebbe la bellezza di 6,5 miliardi all’anno, il 2% del suo Pil. E potenzierebbe le sue esportazioni di petrolio (senza più sconto), anche senza più invocare la cancellazione delle sanzioni.
Il “pedaggio” per Hormuz può portare verosimilmente al potenziamento di infrastrutture alternative per il trasporto di petrolio e gas. I vicini del Golfo Persico si stanno già attrezzando. L’Arabia Saudita ha sfruttato al massimo la capacità del pipeline Est-Ovest per minimizzare il calo delle esportazioni. Insomma, l’imposizione dei pagamenti in criptovalute può portare ad uno scombussolamento di natura finanziaria e geopolitica. La minaccia al dollaro non è soltanto simbolica. La superpotenza militare che lo emette, può imporre sanzioni a chicchessia proprio confidando sull’inevitabilità della valuta americana. Ma se venisse ufficializzato uno schema per aggirarla con la compiacenza della stessa Washington, zio Sam segherebbe l’albero su cui sta seduto. A detrimento della sua stessa capacità di influenza nel mondo.
giuseppe.timpone@investireoggi.it