Un sistema molto particolare è quello previdenziale. Andare in pensione, soprattutto per i contributivi puri, non è sempre semplice. Con questa espressione si indicano i lavoratori che hanno iniziato a versare contributi dopo il 31 dicembre 1995.
Per questa categoria esistono possibilità di uscita anticipata già a 64 anni, ma solo a determinate condizioni. La principale riguarda il raggiungimento di un importo minimo della pensione. Questo vincolo vale sia per la pensione anticipata contributiva sia, in forma più attenuata, per la pensione di vecchiaia.
Proprio l’importo soglia rappresenta uno degli ostacoli più frequenti: molte domande vengono respinte dall’INPS per questo motivo. Tuttavia, non tutti sanno che attendere uno o due anni può riaprire le porte alla pensione.
Una domanda respinta, infatti, può essere ripresentata con esito diverso.
Pensioni a 65 o 66 anni con 21 o 22 anni di versamenti, via ai ripescaggi
Il caso del lettore è emblematico: dopo una domanda respinta per mancato raggiungimento dell’importo minimo, si chiede se esistano alternative ai 67 anni.
La risposta è sì: riprovare è possibile. La pensione anticipata contributiva richiede almeno 64 anni di età e 20 anni di contributi, ma nulla vieta di presentare la domanda di pensione a 65 o 66 anni, con una carriera contributiva più lunga.
Se la distanza tra la pensione maturata e la soglia richiesta è ridotta, un anno in più di lavoro può fare la differenza. I nuovi contributi versati, infatti, aumentano il montante contributivo e quindi l’importo della pensione.
Pensione con il sistema contributivo, ecco le soglie minime
Nel sistema contributivo, la pensione viene calcolata sulla base dei contributi accumulati e dei coefficienti di trasformazione, che diventano più favorevoli con l’aumentare dell’età.
Questo significa che:
- a 65 anni la pensione è più alta rispetto ai 64;
- con 21 o 22 anni di contributi si incrementa ulteriormente l’importo.
Nel 2025, la soglia minima per accedere alla pensione anticipata contributiva era di circa 1.616 euro al mese.
Se il lettore si trovava vicino a questo limite, un anno in più di lavoro potrebbe avergli consentito di superarlo. In questi casi, il consiglio è chiaro: ripresentare la domanda.
Provarci ancora non nuoce, ma non sempre cambia il risultato
Occorre però considerare un altro fattore: l’aumento dell’assegno sociale, che determina anche l’innalzamento della soglia minima richiesta.
Nel 2026, l’assegno sociale è salito a circa 546 euro mensili, portando la soglia della pensione anticipata contributiva a circa 1.638 euro al mese.
Questo significa che, mentre da un lato la pensione cresce grazie ai contributi e all’età, dall’altro cresce anche il requisito da raggiungere.
In definitiva, tentare nuovamente non comporta rischi e può rivelarsi vincente, soprattutto se la distanza dalla soglia è contenuta. In caso contrario, può essere utile valutare un ulteriore rinvio — magari al 2027 — per aumentare le possibilità di accesso alla pensione.