E se l’Occidente non fosse più in grado di vincere una guerra contro chicchessia? Prendetela come una provocazione, ma anche come un triste presagio. Quanto accaduto tra Stati Uniti e Iran non andrebbe derubricato a semplice conflitto mal gestito dall’amministrazione Trump. Esso rimarca, invece, il vincolo economico al raggiungimento del consenso geopolitico nelle democrazie occidentali. Per farla breve, Washington è stata messa spalle al muro non dalla reazione militare dei pasdaran, bensì dal prezzo del carburante alla pompa. Era poco sopra i 3 dollari al gallone a fine febbraio nelle rivelazioni nazionali ed è salito fino a sfiorare i 4,30 dollari. Tanto è bastato per mettere fretta al governo americano per riaprire Hormuz.
Consenso geopolitico difficile in Occidente
D’altra parte, non è un discorso nuovo per l’Occidente. Quando nel 1973 sostenne Israele nella guerra dello Yom Kippur, gli stati arabi riuniti nell’OPEC scelsero la via dell’embargo petrolifero per punirlo, consapevoli che agli occidentali puoi toccare tutto, salvo il portafogli. Con il tempo questa verità si è fatta sempre più palese, riducendo al lumicino le probabilità di raggiungere un consenso geopolitico solido. Il vincolo economico è diventato il nostro elefante nella cristalleria.
Questa condizione ha creato un’asimmetria potenzialmente fatale tra noi e resto del mondo. I nostri “nemici” invocano il senso della nazione, la lotta all’imperialismo e persino la religione per convincere le rispettive opinioni pubbliche a combattere. E funziona. Valori che noi occidentali, impregnati di materialismo, abbiamo perso e tendiamo persino a deridere. Il risultato è disarmante: la nostra soglia di tolleranza a un conflitto si è abbassata al punto da renderci arrendevoli ancor prima che inizi.
Lo abbiamo visto sull’Ucraina, dove gran parte dell’opinione pubblica europea non si capacita del perché dovremmo sostenere Kiev con gas e petrolio che costano di più.
Diversa scala valoriale fuori dall’Occidente
Non siamo disposti a pagare alcun prezzo per cercare di salvaguardare valori come libertà e democrazia. Certo, bisogna ammettere con tutta onestà che popoli sprovvisti di reale democrazia non riescono a fare sentire con immediatezza le loro istanze alle élites che li governano con il pugno di ferro. Probabile che, altrimenti, mostrerebbero anch’essi insofferenza verso le loro istituzioni. Ma che ci sia una diversa scala valoriale lo confermerebbe anche il flop delle innumerevoli sanzioni internazionali imposte a questo e quel paese senza risultati tangibili. Noi pensiamo che la pressione economica spinga i popoli a ribellarsi contro i regimi, perché siamo abituati ormai da qualche secolo a misurare tutto in termini di Pil, consumi, tassi di crescita, capacità di risparmio, ecc.
La verità che ci ostiniamo a non vedere è che gran parte del mondo abbia a cuore altri aspetti dell’esistenza che non l’economia in senso stretto. Misura il benessere, il grado di soddisfazione con altre variabili come l’indipendenza culturale, l’attinenza ai valori tradizionali, la salvaguardia della sfera religiosa, l’identità nazionale, la potenza militare e geopolitica, ecc. L’Iran è un concentrato di tutto questo.
Si considera da sempre un impero e lo fu nella sua massima espansione sotto Dario il Grande circa 2.500 anni fa. Nulla conta a Teheran più della custodia della propria specificità culturale, che è “persiana” e non araba come siamo portati a credere in molti casi per ignoranza.
Spiritualismo contro materialismo
La religione per l’Iran è diventata dal 1979 lo strumento per resistere all’omologazione all’Occidente. Questo non significa che il popolo iraniano non ambisca al progresso materiale, che non sia profondamente insoddisfatto delle proprie condizioni di vita o che non abbia in grossa parte una forte ostilità verso il regime islamista che lo soffoca. Basti pensare alle repressioni brutali di inizio anno con diverse migliaia di morti nelle piazze. Il punto è capire che dall’altra parte c’è stata e continua ad esserci un‘idea forte e “spirituale” capace di unire le forze contro un nemico esterno. E non c’è embargo o sacrificio economico che tengano.
E da noi? In Occidente ci riempiamo la bocca di valori universali, ma al primo cenno di deterioramento economico siamo disposti a barattarli per non subire neanche il minimo patimento. Il solo spettro della sospensione dei voli in estate ha mandato su tutte le furie milioni di europei nelle settimane scorse. E fin dai primissimi rincari del carburante alla pompa c’era stata una reazione dell’opinione pubblica molto ostile alla “guerra di Trump”; perché va bene solidarizzare con gli iraniani, ma non al punto di rimetterci di tasca nostra. Eppure, nessuno stava rischiando la fame come, invece, da decenni accade in economie sotto embargo come l’Iran stesso o la Corea del Nord.
Economia vincolo a consenso geopolitico
Non è nostra intenzione sminuire le ansie di noi occidentali, quanto dimostrare che esiste uno stringente vincolo economico al consenso geopolitico nelle nostre democrazie. Poiché le guerre comportano sempre sacrifici sul piano materiale e persino umano, questo implica che siamo molto meno preparati ad affrontarle rispetto ai nostri nemici. Anche senza rischiare la vita sul campo in prima persona, non abbiamo voglia di rinunciare ad alcuna delle nostre abitudini.
Che si tratti di viaggiare in macchina o aereo, di pernottare in albergo o di cenare al ristorante, tutto è ormai parte del nostro stile di vita intoccabile. I nostri nemici lo sanno e più che puntare sulla preparazione militare, adottano le contromisure per piegarci psicologicamente ancora prima che immaginiamo di affrontarli. Hormuz docet.
giuseppe.timpone@investireoggi.it