In una lettera inviata al commissario UE ai Trasporti, Apostolos Tzitzikostas, Aci Europe, l’associazione degli scali europei, ha espresso preoccupazione per la carenza di carburante per i voli e i cui costi sono già raddoppiati in poche settimane. Se entro le prossime tre settimane lo Stretto di Hormuz non sarà riaperto in termini ordinari, il continente resterà a secco di “jet fuel”. L’allarme arriva a paventare la cancellazione di voli, dato che molti aeroporti disporrebbero di carburante a sufficienza solamente fino a maggio al massimo. E non sono previste ad oggi consegne dopo quel mese.
Costi carburante voli su e spettro cancellazioni
Già gli scali di Bologna, Linate, Venezia e Treviso hanno preso provvedimenti nei giorni scorsi per razionare il carburante per i voli.
La situazione, tuttavia, non sarebbe stata legata al caso Iran, bensì alle difficoltà di consegna di un fornitore. L’estate del 2026 si annuncia complicata per il turismo mondiale. Già le tariffe degli aerei hanno subito rincari e altri ne subiranno se i prezzi del petrolio resteranno così alti a lungo o continueranno a salire. Erano a 65 dollari al barile a fine febbraio, mentre oggi restano prossimi ai 100 dollari, pur essendo scesi dalla tregua siglata mercoledì scorso tra USA e Iran.
Soprattutto, il carburante non si trova a sufficienza per soddisfare l’intera domanda. La carenza è stimata fino al 15% per via del Golfo Persico bloccato da Teheran al transito delle navi mercantili. Cosa può succedere negli aeroporti europei? Lo scenario estremo è quello di un razionamento generalizzato. Non è lo scenario di base, badiamo bene. E’ quanto accadrebbe se il petrolio continuasse a non arrivare nei nostri porti.
A quel punto, le compagnie aeree sarebbero messe dinnanzi alla dura scelta su quali voli far decollare e quali no.
Partenze flessibili e rotte riviste
Il carburante incide per il 20-25% dei costi di una compagnia. Naturale che i suoi rincari si riflettano nei prezzi dei biglietti. I voli a rischio sarebbero, anzitutto, quelli con margini più bassi. In genere, parliamo di quelli a corto raggio e con capienza più bassa della media. Ecco perché le compagnie potrebbero già sin d’ora essere tentate di offrire ai passeggeri biglietti scontati, ma in cambio di flessibilità sulle partenze, magari prevedendo la possibilità di un cambio di data fino alle 24 ore prima. Così facendo, sopprimerebbero gli aerei semi-vuoti e li farebbero volare solo a pieno carico.
Molti voli charter potrebbero essere tagliati per consolidare le rotte stabili. I voli a lungo raggio sarebbero risparmiati in una prima fase, dati i loro margini più alti. Verrebbero sacrificati in un secondo momento, cioè se lo scenario diventasse cupo al massimo da dover comportare la cancellazione generalizzata dei voli. Ancora una volta ribadiamo che qui siamo all’allarmismo più che all’allarme. Vero è, però, che più settimane passano senza che qualcosa si smuova davvero a Hormuz e meno remoto diventa l’incubo degli aeroporti vuoti.
Low-cost non peggio delle altre in borsa
In teoria, queste previsioni colpirebbero particolarmente le compagnie low-cost, che fanno leva sui prezzi bassi per attirare passeggeri. Ma il titolo Ryanair in borsa cede meno del 10% dall’inizio della guerra in Iran, mentre Lufthansa il 14%. D’altra parte, easyJet cede il 18% ed Air France-Klm il 22%. Non esiste una suddivisione netta tra buoni e cattivi rispetto alle previsioni sulle ripercussioni di questa crisi energetica. Ogni compagnia ha una storia, rotte e policy proprie con contraccolpi potenzialmente gli uni differenti dagli altri. A meno che non arrivi il peggio, che metterebbe in affanno un po’ tutte senza grosse distinzioni.
giuseppe.timpone@investireoggi.it