Siamo entrati nel 16-esimo giorno del conflitto in Medio Oriente esploso da quando USA e Israele hanno attaccato l’Iran e quella che quotidianamente si sta svolgendo sotto gli occhi del mondo è con ogni evidenza una guerra “asimmetrica”. Sul piano tecnologico, non esiste dubbio alcuno sulla superiorità militare americana e israeliana. Per dirla con le parole del presidente Donald Trump, se solo volesse l’esercito a stelle e strisce distruggerebbe in un minuto la rete elettrica iraniana, facendo piombare nel buio il nemico e interrompendone le comunicazioni. Ma sarebbe un’azione con conseguenze irreversibili, in quanto ci vorrebbero anni per riparare il danno.
Guerra asimmetrica dell’Iran
Il regime dei pasdaran è ben consapevole della propria inferiorità sul piano dell’equipaggiamento e ha deciso di usare un’altra tattica a suo favore: logorare il nemico attraverso il fattore tempo. Sta riuscendo là dove la sua reazione è stata con ogni probabilità sottovalutata dagli americani in fase di preparazione della guerra: la chiusura dello Stretto di Hormuz. Non occupandolo con la sua marina militare, ampiamente distrutta in pochi giorni, bensì minacciando le petroliere in transito a colpi di artiglieria e lanci di droni. La spesa è relativamente bassissima, mentre la resa è massima.
Da Hormuz passano ogni giorni 20 milioni di barili di petrolio e un quarto di tutto il gas liquido naturale nel mondo. Impedirne il transito equivale a provocare una gigantesca crisi energetica. A pagare sono tutti, dai nemici del Golfo impossibilitati ad esportare agli americani e i loro alleati. Negli ultimi giorni, le esportazioni di greggio dell’Iran risultano persino salite a 2 milioni di barili al giorno. Segno che Teheran stia riuscendo a sostentarsi dal punto di vista finanziario. In fin dei conti, l’unica minaccia nello stretto è la sua.
La beffa è che soltanto le sue navi stanno attraversandolo per portare greggio verso l’Estremo Oriente, cioè in Cina.
Occidente a rischio instabilità
Con relativamente scarsi mezzi economici, sta tenendo sotto scacco il pianeta intero. Questa è la guerra asimmetrica che l’Iran spera di vincere contro ogni pronostico iniziale. Più passano i giorni e maggiore la pressione degli alleati su Washington per cessare gli attacchi e arrivare ad un accordo con il nuovo ayatollah Mojtaba Khamenei. Europa, Giappone e gli stessi USA temono di non riuscire a soddisfare il fabbisogno di energia se il conflitto si protraesse per ancora diverse settimane. I 32 membri dell’Agenzia Internazionale per l’Energia hanno rilasciato il record di 400 milioni di barili di scorte, sufficienti a coprire l’ammanco di greggio per una ventina di giorni. Dopo, sarebbero grossi guai per tutti.
Senza petrolio (e gas), le economie non riuscirebbero più a produrre, i prezzi del carburante esploderebbero e si trasmetterebbero a tutti i beni di consumo e ai servizi, alimentando una forte reflazione con effetti devastanti per il potere di acquisto. Il deterioramento delle condizioni economiche alimenterebbe un clima di profonda instabilità politica e sociale, ancora più probabile dopo che già centinaia di milioni di europei hanno accusato il colpo della guerra in Ucraina soltanto quattro anni fa.
Non a caso, Trump ha lanciato un appello agli alleati: “chi ha navi (militari), le usi nel Golfo per sbloccare il transito”.
Regime change più lontano
Davide contro Golia. Da un lato una superpotenza che spende più di 1.000 miliardi di dollari all’anno nella difesa, dall’altro un’economia alla canna del gas e travolta da tempo da alta inflazione e svalutazione. La differenza sta nel fatto che i pasdaran non si curano affatto delle conseguenze che il prolungamento del conflitto può avere sulla popolazione iraniana. Hanno represso nel sangue le proteste di gennaio e avvertito nel fine settimana passato che faranno di peggio se ve ne saranno di nuove sotto le bombe nemiche. Il messaggio è chiaro: nessun possibile sovvertimento del regime dall’interno, come avevano sperato americani e israeliani.
Una settimana fa, quando il petrolio arrivò a salire fino a quasi 120 dollari al barile, Trump fu costretto a placare il panico sui mercati rassicurando sulla fine imminente della guerra. La reazione di Teheran fu diametralmente opposta: “decideremo noi quando la guerra si concluderà”. Il regime islamista sa che resistere per alcune settimane, anche a costo di immensi sacrifici umani ed economici interni, può tendenzialmente favorirne il potere negoziale con il nemico. Questi s’indebolisce ogni giorno che passa per effetto proprio della chiusura di Hormuz e della conseguente crisi energetica, con tanto di allarme e ira tra l’opinione pubblica occidentale.
USA a corto di sistemi anti-droni
L’Iran non è solo come sembra. Ha dalla sua parte Russia e Cina, che agiscono nell’ombra. Lo aiutano a geolocalizzare le postazioni nemiche con servizi di intelligence e tecnologici. E così gli bastano poche migliaia di dollari per colpire un obiettivo nel Golfo, costringendo americani e israeliani a spenderne milioni per lanciare missili con cui abbattere i droni. Le forti sproporzioni economiche di partenza vengono così riequilibrate sul campo. Washington ha già dovuto chiedere aiuto all’Ucraina per carenza di sistemi anti-droni. Per quanto potente sia la macchina bellica del Pentagono, non dispone di mezzi illimitati.
Il caso rimarca la sottovalutazione del nemico, il cui unico obiettivo consiste nella conservazione del potere.
Per porre fine a questa guerra asimmetrica, Trump ha già fatto bombardare l’isola di Kharg nel fine settimana. Si trova al largo delle coste dell’Iran a cui appartiene e ospita un impianto di raffinazione, che tratta il 90% del greggio domestico. Il messaggio a Teheran è chiarissimo: se proseguite, distruggeremo la vostra capacità finanziaria di lungo periodo. Senza esportazioni di greggio, il regime non disporrebbe di alcun mezzo per sostentare la popolazione e, a quel punto, una rivolta dall’interno diverrebbe probabile nel giro di pochi mesi. Lo stesso esercito non avrebbe più motivo per sostenere una dittatura incapace ormai di garantirgli privilegi economici.
Guerra asimmetrica dell’Iran impatta sul Golfo
Ma ricordate il fattore tempo. L’Iran potrebbe reagire all’eventuale distruzione della raffineria sull’isola di Kharg non trattando, bensì andando “all in” sulla guerra asimmetrica. Non avendo più nulla da perdere, renderebbe Hormuz intransitabile per settimane e mesi, magari rifornito di munizioni sottobanco da stati come Corea del Nord, oltre che Russia e Cina. E cosa faremmo nel frattempo con il petrolio a 150 o 200 dollari, come minacciato dall’ayatollah? E gli alleati di Washington nel Golfo (vedi crisi del modello Dubai) sono disposti a lasciarsi devastare dagli attacchi per ancora settimane, rischiando conseguenze negative a lungo termine anche sul piano dell’immagine?
giuseppe.timpone@investireoggi.it