La cancellazione del summit con la delegazione dell’Iran, prevista per lo scorso fine settimana a Islamabad (Pakistan), forse ha fatto segnare un punto a favore degli Stati Uniti nell’estenuante trattativa per giungere ad una cessazione delle ostilità tra le parti. Segnale che il blocco navale imposto dalla marina americana nello Stretto di Hormuz inizierebbe a fare male sul serio al regime islamista. Nel frattempo, è avvenuto un nuovo tentato omicidio ai danni del presidente Donald Trump durante una cela di gala organizzata per i corrispondenti dalla Casa Bianca. Un clima avvelenatissimo dentro e fuori la superpotenza, che ha distolto per ore l’attenzione mediatica globale per i fatti nel Golfo Persico.
Iran apre su Hormuz
Trump aveva cancellato l’incontro, sostenendo che non avrebbe avuto senso far fare un viaggio di 18 ore al suo vice James David Vance e al delegato per il Medio Oriente, Steve Witkoff, in assenza di chiarezza persino su chi sia parte della leadership a Teheran. Ma non aveva chiuso al dialogo, chiarendo che quando vorrà “l’Iran può fare una chiamata”. Ebbene, la chiamata vera e propria non c’è stata, ma un segnale di fumo dalla dittatura è arrivato nella giornata di ieri con l’invio di una proposta di accordo in due tempi: sblocco immediato dello Stretto di Hormuz in cambio della cessazione delle ostilità; in un secondo momento, trattative sul nucleare.
Il petrolio ha reagito scendendo dai massimi a cui era salito agli inizi della seduta, ripiegando sui 100 dollari per il Brent e a circa 96 dollari per il WTI americano. Le borse mondiali hanno rifiatato, intravedendo uno spiraglio di pace.
In effetti, per la prima volta da quando è iniziata questa guerra è accaduto che sia stato l’Iran a cercare un accordo dopo avere per settimane sfoggiato calma contro la fretta esternata dal governo americano nel chiudere la vicenda. E sarebbe proprio Hormuz alla base di questo ribaltamento di scenario.
Trump asfissia il regime islamista
Nel cancellare l’incontro, Trump aveva con la sua solita enfasi sostenuto di avere “tutto il tempo del mondo” per negoziare. Sappiamo che non è così, che deve tenere conto delle alte quotazioni energetiche sull’economia americana e, soprattutto, sotto elezioni in programma a novembre per rinnovo del Congresso. Aveva aggiunto una frase vera nella sostanza, per quanto sui tempi effettivi non certissima: l’Iran dovrà chiudere i pozzi “entro 2-3 giorni” per l’impossibilità di esportare petrolio. E sarebbe un grosso danno per il regime, dato che i pozzi non si aprono e né si chiudono come fossero rubinetti dell’acqua.
Bloccando le partenze delle navi dai porti iraniani, gli Stati Uniti stanno impedendo all’Iran di rendere la chiusura di Hormuz un vantaggio per sé strategico nelle trattative. Fino allo scorso 13 aprile, Teheran aveva inflitto dolore esclusivamente al resto del pianeta, mentre aveva potuto esportare più petrolio di prima e a prezzi più alti. Addirittura, aveva iniziato ad imporre un pedaggio alle navi in transito autorizzate ad attraversare lo stretto.
Da quel giorno, Washington ha ribaltato lo schema: Hormuz resta chiusa al traffico delle navi iraniane e a tutte coloro che pagheranno il pedaggio al regime.
Pressione anche su Russia e Cina
Qual è stato il risultato di questa politica? L’Iran non ha più quel vantaggio iniziale, anzi ora teme di perdere fior di miliardi di dollari al mese e senza i quali la sua economia collasserebbe definitivamente. Tant’è che non alza più la voce, né la posta in gioco su sanzioni e “scongelamento” degli asset nel mondo. Ora, è la sua leadership a chiedere un accordo. Sa che ulteriori giorni senza potere esportare petrolio significherebbero dovere arrestare le estrazioni con un impatto devastante non solo a breve termine.
L’amministrazione Trump ha fatto ancora di più: ha dichiarato che la sospensione dell’embargo sul petrolio russo “galleggiante” sulle navi non sarà più rinnovato. E ha iniziato a sanzionare una raffineria cinese per avere importato greggio dall’Iran. In questo modo, ha inviato un segnale esplicito ai due “padrini” del regime islamista: sarete anche voi vittime della guerra e smetterete di guadagnarci come fino ad oggi. Sostenere Teheran da dietro le quinte non porterà più vantaggi, anzi provocherà danni economici. L’obiettivo è mettere alle strette Mosca e Pechino e fare in modo che si muovano per portare la repubblica dei pasdaran a più miti consigli.
Cambia narrazione del conflitto: spiraglio di pace
Forse, siamo arrivati per davvero ad una svolta. Attenzione, gli Stati Uniti stessi smaniano per uscire dal vicolo cieco in cui si sono cacciati attaccando l’Iran senza mettere in debito conto la reazione su Hormuz. Tuttavia, stanno riuscendo a cambiare la narrazione del conflitto: non sono più ufficialmente loro a invocare un accordo, bensì la controparte. E questo agevola l’accordo stesso, perché avevamo già spiegato che una superpotenza non può umiliarsi agli occhi del mondo inseguendo i capricci di un regime screditato, sanguinario e che attua soluzioni illegali ai danni del commercio globale.
La trattativa starebbe per essere riportata nei canoni dell’ordinario: Stati Uniti in posizione di vantaggio negoziale e Iran che scalpita per riaprire Hormuz. I primi hanno messo in chiaro sempre ieri che non ci sarà negoziato senza intesa anche sul nucleare. Un modo per massimizzare il risultato in una fase che sta volgendo all’apparenza a loro favore.
Resta un grosso problema per la Casa Bianca, ossia capire chi comanda a Teheran: i pasdaran fanatici e contrari ad ogni accordo o l’ala politica capeggiata dal presidente Masoud Pezeshkian e dal presidente dell’Assemblea, Mohammed Bagher Ghalibaf più incline al dialogo?
Hormuz aperto serve ora anche all’Iran
I primi controllano i flussi del petrolio e le risorse derivanti dal loro sfruttamento. Proprio il prosciugamento delle entrate potrebbe averli dissuasi dal procrastinare la linea dura. Senza dollari, i Guardiani della Rivoluzione perdono la presa sulla repubblica. La brutale repressione di cui si sono mostrati capaci ai danni della popolazione civile ha bisogno di denaro per essere garantita. Nessuno spara con i fucili persino ai ragazzini nelle piazze senza un tornaconto. La riapertura di Hormuz ora serve anche all’Iran.
giuseppe.timpone@investireoggi.it