Un anno fa, la Germania del nuovo cancelliere Friedrich Merz inaugurava una fase completamente differente dal passato, promettendo il rilancio degli investimenti pubblici per rianimare un’economia in recessione e in fase di deindustrializzazione. I mercati reagirono da un lato benedicendo la svolta, dall’altro prezzandola attraverso rendimenti tedeschi più alti. I numeri per adesso ci raccontano una storia molto meno entusiasmante. Anzi, quelli pubblicati dall’Ufficio Statistico Federale di Berlino smentiscono la narrazione ottimistica circa un presunto nuovo corso nella prima economia mondiale.
Investimenti in Germania in calo
Nel 2025, gli investimenti lordi in Germania sono stati il 20,3% del Pil.
Stiamo parlando sia di quelli pubblici (3,3%) che del settore privato (17,1%). E’ il dato complessivo più basso dal 2017, in calo dal 20,5% del 2024. Ma c’è un altro dato a lanciare l’allarme: al netto degli ammortamenti, sono stati del -0,23% rispetto al Pil. Tradotto: il sistema tedesco sta investendo meno di quanto sarebbe necessario per mantenere intatto lo stock del capitale esistente. E questo significa che, in termini effettivi, stiano persino diminuendo.
Per capire questo concetto, vi proponiamo un esempio. Un’azienda possiede un capitale investito in immobili e macchinari per 1 milione di euro e di cui 50.000 euro ammortizzati ogni anno. Essa investe 30.000 euro in nuovi macchinari e immobili, cioè meno di quanto il suo capitale stia deprezzandosi per l’usura del tempo. Dunque, non sta reintegrando il capitale ammortizzato. E questa situazione porterà negli anni ad un calo della produzione. Sta accadendo lo stesso in Germania, dove i bassi investimenti stanno da tempo contribuendo a generare una crescita negativa del Pil.
Settore privato poco dinamico
I dati ufficiali trovano che nel decennio 1991-1999 gli investimenti tedeschi superavano in media gli ammortamenti per il 7,31% del Pil. Nel decennio successivo (2000-2009), tale percentuale declinava già drasticamente al 2,88%. E tra il 2010 e il 2019 scendeva ancora a una media del 2,29%. Infine, nel periodo 2020-2025 si è portata ad appena l’1,02%. L’anno scorso, poi, come detto si è scesi sottozero. E la soluzione non può essere quella di potenziare l’intervento pubblico. Già gli investimenti dello stato risultano non solo essere ben superiori alla media decennale del 2,8%, ma ai massimi livelli in rapporto al Pil dal 1992.
Il problema risiede nel settore privato, dove gli investimenti lordi sono scesi sotto la media decennale del 18% e ai minimi dal 2013 rispetto al Pil. Le imprese sotto-investono, evidentemente non riponendo fiducia nel futuro. Né lo stato tedesco ha creato negli anni le condizioni per sostenere l’ottimismo. Ricordate la politica dell’attivo di bilancio sfoggiata con orgoglio fino alla pandemia? Peccato che fu perseguita aumentando le entrate e non contenendo la spesa pubblica. Il risultato è stato di un’economia con elevata pressione fiscale e fortemente burocratizzata.
Modello tedesco in crisi da anni
Dal 2020 sono scricchiolati due pilastri del modello tedesco: esportazioni ed energia a basso costo. La produzione industriale è arretrata di un quinto dal 2018, entrando in una spirale strutturalmente recessiva.
Eventi come pandemia e tensioni geopolitiche e commerciali hanno concorso senza dubbio, ma l’ideologia ha fatto la parte del leone. La Germania ha spento le sue ultime centrali nucleari nel 2023, mentre una decina di anni fa questa fonte ancora contribuiva per un 14-15% della produzione domestica complessiva. Proprio quando serviva affrancarsi dagli idrocarburi per ridurre la dipendenza strategica da Russia e Medio Oriente, Berlino ha imboccato la strada opposta.
Tutto questo si traduce in un’economia che non cresce e che non guarda più al futuro. Il fatto che gli investimenti lordi non bastino neppure a compensare gli ammortamenti del capitale esistente, segnala che la Germania stia vivendo un declino tutt’altro che transitorio. E potenziare gli investimenti pubblici non basta, perché ciò presuppone un aumento del debito pubblico con annessa previsione di una futura pressione fiscale anch’essa in crescita dai livelli già elevati attuali. E le imprese non spendono se temono di non poter vendere i loro prodotti o servizi per insufficienza di domanda interna, non potendo neanche più fare eccessivo affidamento ai mercati esteri.
giuseppe.timpone@investireoggi.it