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Fondi pensione, il cambio di aliquota rischia di trasformarsi in un boomerang

Cambia l'imposizione fiscale a carico dei fondi pensione in un modo che rischia di penalizzare per paradosso le nuove adesioni.
28 Maggio 2026
Fondi pensione e rischio boomerang col cambio di aliquota
Fondi pensione e rischio boomerang col cambio di aliquota © Investireoggi.it

C’è fermento attorno ai fondi pensione, sempre più indispensabili in futuro per integrare gli assegni dell’INPS. La popolazione italiana invecchia, mentre le nascite sono ai minimi storici. Il rapporto tra lavoratori e pensionati rischia di sbilanciarsi a favore dei secondi al punto tale da fare scoppiare una vera bomba sociale e al di là dello stretto recinto previdenziale. C’è una misura del governo, che in questi giorni sta facendo discutere, sebbene fosse entrata in vigore già all’inizio dell’anno e recepita con delibera Covip del 18 marzo scorso.

Fondi pensione: cambiano aliquota e base di calcolo

Ogni anno, i fondi pensione hanno versato allo stato lo 0,5 per mille dei flussi registrati, ossia dei versamenti degli iscritti ed eventualmente anche tramite i loro datori di lavoro.

Da quest’anno, l’aliquota scende allo 0,06 per mille, ma la base imponibile non sono più i flussi, bensì gli stock, cioè tutti i versamenti accumulati al lordo dei rendimenti nel frattempo maturati. Nel 2025, ad esempio, i flussi ammontarono a 17,4 miliardi di euro (+10%). Il patrimonio complessivo era, invece, di 261,2 miliardi. L’aliquota massima per ciascun fondo non potrà superare lo 0,1 per mille degli stock destinati alle prestazioni.

Cosa cambia con la nuova aliquota? Da un lato essa risulta molto più bassa della precedente, dall’altro la base di calcolo sale in proporzione di più. In effetti, facendo un calcolo sui dati di cui sopra otteniamo che lo stato incasserebbe per quest’anno quasi 15,7 milioni contro gli 8,7 dovuti a regime fiscale invariato. Per il bilancio dello stato il beneficio è di pochi milioni di euro, praticamente invisibili nel calderone delle entrate pubbliche.

Il segnale che arriva ai cittadini, però, rischia di rivelarsi un boomerang.

Rischio boomerang per mercato

L’extra-costo per gli iscritti ai fondi pensione resterebbe, in ogni caso, molto limitato. Il problema non sarebbe tanto questo. La nuova aliquota favorisce i nuovi sottoscrittori. Essendo i loro importi accumulati ancora bassi, il versamento allo stato risulterà più basso. Man mano che lo stock accumulato aumenta, però, il costo lievita fino a superare quello sostenuto fino allo scorso anno. In teoria, una disciplina del genere incentiva i più giovani ad aderire ad una qualche forma di previdenza integrativa. Ma stiamo parlando di benefici di pochi spiccioli, a fronte dei quali sorgono domande circa l’atteggiamento ondivago dello stato.

A partire dal prossimo 1 luglio, i neoassunti nel settore privato dovranno dichiarare dove vorranno portare il TFR. Se non lo faranno entro 60 giorni, d’ufficio questi sarà trasferito ad uno dei fondi pensione di categoria o a quello specifico a cui ha aderito il datore di lavoro. L’intento consiste ancora una volta di stimolare le adesioni, pur con il “trucco” del silenzio-assenso. Mentre lo stato si sbraccia per favorire i versamenti, al contempo cambia le carte in tavolo e rischia di affievolire la fiducia nel sistema. Il cittadino si sta già chiedendo se oggi pagherà qualche euro in più, ma domani con questa logica potrebbe essere chiamato a contribuire molto di più di quanto pensasse, una volta che il piatto sia diventato molto più ricco.

Fiducia essenziale sulla previdenza

La previdenza riguarda per definizione il futuro a lungo termine delle persone. Già è complicato capire per un ventenne come sarà il mondo quando di anni ne avrà 70. Se lo stato segnala di cambiare le regole a proprio vantaggio, approfittando proprio della risposta positiva dei cittadini ad uno stimolo precedentemente offerto, la fiducia svanisce. E senza, non c’è terrorismo mediatico che tenga per spingere i lavoratori ad integrare l’assegno pubblico.

Benefici fiscali esistenti

C’è da dire che sempre questo governo ha alzato la deducibilità dei premi versati ai fondi pensione da 5.164,57 a 5.300 euro all’anno. L’importo detraibile era rimasto intatto per una ventina di anni. E questo significa che il contribuente può scaricare dalle imposte fino a quasi 2.400 euro all’anno, addizionali comprese. Dunque, se ne versasse proprio 5.300 euro, il suo pagamento effettivo scenderebbe ad un minimo di circa 2.900 euro se dichiarasse un reddito sopra 50.000 euro e soggetto ad aliquota marginale del 43%.

I rendimenti maturati di anno in anno sono sottoposti a tassazione agevolata: 20% al posto del 26% ordinario, scendendo al 12,50% per gli investimenti effettuati nei titoli di stato. Inoltre, le posizioni restano esenti dall’imposta di bollo dello 0,20%. Infine, la rendita percepita è soggetta a tassazione anch’essa agevolata. Al posto delle aliquote Irpef (23-33-43% attuali), l’aliquota massima è del 15% e scende dello 0,30% per ogni anno di accumulo superiore al quindicesimo e fino a un minimo del 9% per chi ha versato premi per 35 anni. Tanto per capirci, se ricevo una rendita integrativa di 1.000 euro al mese, anziché pagare tra 230 e 430 euro di Irpef allo stato al netto delle addizionali, ne verso tra un minimo di 90 e un massimo di 150 euro.

Fondi pensione miraggio per milioni di lavoratori

Le posizioni attive alla fine del 2025 erano 11,7 milioni da parte di 10,4 milioni di persone fisiche. La differenza tra i due dati svela che molti hanno acceso più posizioni. L’età media degli aderenti è di 47 anni, ma scende sotto i 40 per il 70% dei nuovi sottoscrittori e tra i quali il 46% ha meno di 30 anni. Restano numeri fragili: poco più del 43% degli occupati per risorse complessive di appena il 12,1% del Pil. Nel Regno Unito si sale intorno all’80%, negli Stati Uniti sopra il 140%.

Numeri quasi identici, invece, in Francia e dimezzati in Germania con appena il 7% del Pil.

Chi pensa che dietro alle scarse adesioni ai fondi pensione vi sia un problema ideologico, non conosce la realtà europea. Milioni di cittadini più giovani vorrebbero sottoscrivere una polizza, ma non sono nelle condizioni di farlo. Tra stipendi bassi e carriere discontinue, resta loro ben poco o nulla da potere investire per il proprio futuro. E con una pressione fiscale e contributiva alta, si fa presto ad appellarsi alla previdenza dei singoli. Rimanendo in Italia, non puoi sfilare dalla busta paga un terzo della retribuzione solo per i contributi all’INPS e poi pretendere che il lavoratore possegga ulteriori risorse da destinare allo stesso capitolo. Ecco perché la furbizia dello stato anche sui centesimi non paga e alimenta rabbia e sfiducia tra coloro che si vedono stretti tra l’impossibilità di risparmiare e la voglia di farlo.

giuseppe.timpone@investireoggi.it

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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