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Europa verso l’economia di guerra: la NATO punta sulla filiera della difesa

L'Europa al vertice NATO di Ankara conferma l'obiettivo di tendere verso un'economia di guerra con il "burden shifting" sulla spesa militare.
8 Luglio 2026
Europa verso economia di guerra
Europa verso economia di guerra © Licenza Creative Commons

L’espressione tecnica indicata al vertice NATO di Ankara è “burden shifting”, vale a dire il travaso di spesa militare dagli Stati Uniti agli alleati. La sostanza non cambia: l’Europa corre verso un’economia di guerra. E per la prima volta ieri sono stati fissati obiettivi di natura industriale e non soltanto cifre macro. Il Regno Unito ha annunciato che guiderà un programma di 50 miliardi di dollari in 10 anni, teso alla produzione di missili di precisione con gittate da 300 km fino ad oltre 2.000 km. Cosa ancora più importante, sarà sviluppato senza un ruolo diretto degli Stati Uniti.

Economia di guerra svolta storica

Briciole, rispetto agli impegni assunti dai partner NATO e ribaditi ieri dinnanzi al presidente americano Donald Trump.

L’obiettivo per tutti sarà tendere ad una spesa militare al 5% del Pil. Per la precisione, il 3,5% sarà destinato alla spesa militare “core” (personale, mezzi, munizioni, sistemi d’arma) e l’1,5% ad infrastrutture, cybersicurezza, resilienza, logistica e industria della difesa.

Ad oggi, pochi gli stati che hanno già raggiunto almeno il primo obiettivo (spesa “core”):

  • Lituania 5,33%
  • Estonia 5,10%
  • Lettonia 4,92%
  • Polonia 4,68%
  • Grecia 3,65%

Spesa militare in crescita

La Germania è salita al 2,69%, il Regno Unito al 2,56%, la Francia al 2,22% e gli Stati Uniti sono al 3,17%. Italia e Spagna, ha garantito il segretario della NATO, Mark Rutte, sono già al 2% insieme al Canada. L’ex premier olandese sta cercando di esaltare tali dati (+258 miliardi complessivi nel 2025-2026) per ridurre le minacce di Trump riguardo al ritiro delle truppe americane dall’Europa.

In ballo ci sono diverse centinaia di miliardi di dollari all’anno in più di spesa militare, gran parte dei quali affluiranno per i primi anni almeno negli Stati Uniti a favore della sua industria. L’Europa deve crearsi una propria filiera della difesa e per farlo ha bisogno di tante risorse, ma anche di tempo.

Impianti, know-how e tecnologie non si mettono su dall’oggi al domani. Tutto questo richiederà sforzi e attenzioni straordinarie, oltre ad una storica riconversione industriale.

Vertice NATO segna burden shifting

Al primo giorno del vertice NATO, i capi di stato e di governo erano tutti intenti a dimostrare a Trump di essere ligi ai propri doveri. Temono che possa privarli del sostegno minimo necessario per mostrarsi credibili dinnanzi alle minacce esterne alla loro sicurezza. Senza le basi USA, l’Europa perderebbe il suo potere di deterrenza contro nemici come la Russia. Da cui la corsa agli armamenti, con la sola Germania che aumenterà di 800 miliardi di euro la propria spesa militare entro il 2030.

Come sarà possibile finanziare questo “burden shifting” senza rinunciare al modello di welfare costruito negli ultimi 80 anni? Questa è la domanda a cui nessun governo vuole e può rispondere. La matematica non ammette discussioni: o costruisci cannoni riducendo il burro (servizi) o aumentando le entrate o ancora indebitandoti. La Germania ha scelto la terza opzione, ma è l’unica tra le grandi economie a poterselo permettere. Francia, Regno Unito, Italia, Spagna e altri hanno già debiti altissimi e per loro tendere all’economia di guerra significherà necessariamente tagliare la spesa pubblica, essendo altrettanto elevata anche la pressione fiscale.

Scontro tra governi e opinioni pubbliche

Peccato che le opinioni pubbliche non concordino. In Germania, l’AfD è stabilmente primo partito secondo tutti i sondaggi e con un distacco rispetto al centro-destra del cancelliere Friedrich Merz vicino al 10%. Siamo allo scontro tra élites e popoli dall’esito tutt’altro che certo. Ecco perché le prime proveranno ad addolcire la pillola con il ricorso ad escamotage di politica economica. Cosa succede quando c’è bisogno di indebitarsi e il mercato non è disposto a finanziare gli eccessi di spesa? Si monetizzano i debiti a colpi d’inflazione.

Avrete sentito senz’altro parlare nel decennio passato di repressione finanziaria, un fenomeno già conosciuto negli anni Settanta del secolo scorso. Sono state le prove generali per quello ci aspetterà con l’arrivo dell’economia di guerra. Tassi di interesse bassi e risparmiatori espropriati di fatto dei loro capitali per consentire ai governi di prenderli a prestito a costi irrisori. Nel nome della sicurezza le libertà economiche a cui siamo stati abituati negli ultimi decenni saranno gradualmente soppresse.

Economia di guerra processo irreversibile

La costruzione di una filiera della difesa europea può avere vantaggi di medio e lungo periodo per la nostra economia in termini di investimenti tecnologici e grazie alla riconversione di industrie in crisi come l’automotive. Meno SUV e più Panzer sarà il futuro dell’Europa. I benefici occupazionali potrebbero ammorbidire le resistenze dei cittadini, ammesso che vi siano. Altrimenti, pazienza! A Bruxelles la convinzione è che bisogna stringere i denti per altri due anni e mezzo, fino a quando Trump lascerà per sempre la Casa Bianca. Ma a Washington la pensano diversamente, non da oggi. Una volta che si sarà messa in moto la macchina bellica europea, sarà quasi impossibile tornare indietro rispetto agli impegni assunti. L’economia di guerra non è uno scherzo e richiede cambiamenti strutturali, ossia definitivi della fisionomia pubblica.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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