Salario minimo “chiusura di un cerchio”. E Di Maio completa la distruzione dell’economia italiana

Luigi Di Maio punta sul salario minimo "per evitare che i lavoratori diventino carne da macello". Ecco perché accadrà l'esatto contrario.

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Il Movimento 5 Stelle punta a risalire la china dei consensi con l’introduzione anche in Italia del salario minimo legale. I suoi eurodeputati hanno presentato emendamenti alla proposta di direttiva comunitaria, che vanno nella direzione di potenziare le tutele a favore dei lavoratori. Secondo Luigi Di Maio, ex portavoce dei “grillini” e attuale ministro degli Esteri, la misura sarebbe “fondamentale”, rappresenterebbe “la chiusura di un cerchio”. E spiega che il salario minimo eviterebbe che i lavoratori diventino “carne da macello”, specie in una fase di estrema difficoltà come dopo la pandemia. Insomma, basta “dumping salariale” all’interno dell’Unione Europea e basta allo “sfruttamento”.

Nel concreto, gli emendamenti dell’M5S chiedono che il salario minimo sia introdotto in quegli stati, in cui la contrattazione collettiva copra meno del 90% dei lavoratori con riferimento a tutti i contratti di lavoro. La direttiva UE allo studio parla del 70%. E la tutela dovrebbe riguardare tutti i dipendenti, pubblici e privati, quali che siano le loro mansioni, coinvolgendo tra l’altro i lavoratori domestici (colf e badanti).

Sempre secondo gli eurodeputati M5S, il salario minimo dovrebbe essere superiore al 50% del salario lordo medio e al 60% del salario lordo mediano. Nelle loro intenzioni, vi sarebbe così una convergenza tra gli stati europei sul piano dei livelli salariali. E Di Maio ci tiene a precisare che non sarebbe una norma punitiva contro le imprese, in quanto esse beneficerebbero del maggiore potere di acquisto delle famiglie. E ancora: mance, benefit, straordinari, bonus e assegni di fine anno e per le ferie non sarebbero calcolati ai fini della determinazione del salario minimo. Due anni fa, sempre i “grillini” a Roma presentarono tramite l’allora ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, la proposta di un salario minimo orario di 9 euro.

Salario minimo dopo il reddito di cittadinanza

Iniziamo con una verità. Ha ragione Di Maio: il salario minimo sarebbe la chiusura di un cerchio. L’inizio è stata l’introduzione del reddito di cittadinanza. Non entriamo nel merito degli obiettivi senz’altro meritori del legislatore, semplicemente vogliamo sottolineare come questa misura assistenziale abbia finito con l’aggravare l’opera di distruzione del mercato del lavoro. Fissare quello che in economia si definisce “salario di riserva” a livelli che arrivano fino ai 1.300 euro mensili è demenziale e autolesionistico in un mercato, dove il tasso di occupazione risulta tra i più bassi dell’area OCSE, appena sopra i livelli di Grecia e Turchia.

Tanto per avere qualche numero con cui confrontarci, se oggi dovessimo avere gli stessi occupati della Germania, l’Italia avrebbe circa 7 milioni di lavoratori in più. Al Sud Italia, dove peraltro si concentrano i beneficiari del reddito di cittadinanza, i tassi di occupazione sprofondano fino a un minimo del 40% in regioni come la Sicilia. Disincentivare al lavoro sarebbe stata l’ultima cosa di cui il Mezzogiorno avrebbe avuto bisogno per risollevarsi. Il salario minimo effettivamente chiude il cerchio: se già oggi non ha senso svolgere lavori poco qualificati, che sono anche i meno retribuiti, con il salario minimo si assesterebbe loro un colpo definitivo.

Effetti collaterali

Di Maio & Co hanno difficoltà a comprendere che i livelli salariali li determini il mercato del lavoro, cioè l’incontro tra domanda e offerta. E a sua volta, questo equilibrio deve risultare compatibile con quello esitato sul mercato dei beni e servizi. Per essere sbrigativi, se imponi un salario minimo di 10 euro lordi l’ora, eliminerai tutte le posizioni lavorative che non possono essere retribuite a quel livello. Anche volendo, infatti, l’impresa non riuscirebbe a sostenere l’aumento del costo del lavoro, perché dovrebbe scaricarlo sui prezzi. E in un mercato concorrenziale, specie globale, ciò non è spesso possibile.

Se lo fai, perdi quote di mercato e rischi di chiudere.

L’idea “grillina” per cui il maggiore potere d’acquisto sosterrebbe la domanda di lavoro delle imprese è errata alla radice. Per quanto spiegato sopra, il salario minimo equivarrebbe a un aumento dei prezzi, che significa perdita del potere di acquisto. E molte imprese reagirebbero abbassando gli stipendi ai dipendenti meglio retribuiti per cercare di assorbire il contraccolpo sul costo del lavoro. Si andrebbe verso un appiattimento salariale che fu tipico degli anni Ottanta, determinato allora dalla “scala mobile”. Per non parlare del disincentivo alla formazione prima e successivamente all’ingresso sul mercato del lavoro. Perché studiare e formarsi, quando si percepirebbe un salario non troppo dissimile da chi ha rinunciato ad anni di lavoro per andare a scuola? La produttività andrebbe a farsi benedire e con essa i futuri tassi di crescita degli stessi salari.

Un regalo ai concorrenti europei

E, soprattutto, imporre un salario minimo del 50% superiore a quello medio lordo sembra l’equivalente del “abbiamo abolito la povertà” di dimaiana memoria. Se fosse una legge ad alzare salari e potere di acquisto, perché non portarli ai livelli massimi desiderabili? Non a caso, tutti i paesi che adottano il salario minimo, lo fissano a livelli ben sotto la media delle retribuzioni orarie. E da notare che tutti gli stati che non lo adottano in Europa (Danimarca, Finlandia, Svezia, Austria e Cipro) esibiscono alti tassi di occupazione. In sostanza, fissare un salario minimo europeo relativamente elevato per l’Italia farebbe il gioco dei nostri competitor: alzeremmo il costo del lavoro italiano e ci renderemmo ancora meno competitivi. Chissà come mai la tedesca Ursula von der Leyen smani per introdurre un salario minimo per tutto il Vecchio Continente.

E’ vero, l’Italia ha un problema salariale, ma che non si risolve a colpi di leggi. E’ la produttività stagnante ad avere provocato bassa crescita economica e redditi reali fermi alla metà degli anni Novanta.

Serve sradicare le cause di questo malessere ormai cronico, anziché inventarsi soluzioni demagogiche che presentano il rischio certo di aggravare i problemi e di renderli definitivi. L’Italia accelererebbe la sua desertificazione industriale e i livelli di inattività semplicemente lieviterebbero ulteriormente, spingendo a una migrazione biblica dei lavoratori italiani all’estero.

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