Salario minimo europeo: 950 euro chi lavora in Italia, sarà possibile?

Bruxelles vuole che sia introdotto il salario minimo europeo. Molti Stati già ce l’hanno, ma l’Italia è rimasta indietro. 950 euro sarebbe il minimo sindacale.

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Bruxelles vuole che sia introdotto il salario minimo europeo. Molti Stati già ce l’hanno, ma l’Italia è rimasta indietro. 950 euro sarebbe il minimo sindacale.

Il salario minimo europeo è una delle priorità della nuova Commissione europea. La presidente Ursula von der Leyen l’ha messo come obiettivo principale da conseguire, soprattutto per quegli Stati dove ancora manca. E l’Italia è uno di questi. Anomalia ancora più accentuata se si considera che Roma è fra i Paesi fondatori della Ue.

Stando alle prime indiscrezioni circolate negli ambienti finanziari e di governo, il livello minimo per l’Italia dovrebbe essere intorno ai 950 euro lordi, cifra che scaturisce partendo dal salario medio mensile rapportandolo per il 60%. Altri Stati hanno già adottato questo criterio, soprattutto per scongiurare fenomeni di sfruttamento e conseguente allargamento della povertà. Ma anche in relazione alla pressione fiscale.

Salario minimo europeo, per l’Italia potrebbe essere di 950 euro

L’Italia, insieme a Danimarca, Finlandia, Svezia, Austria e Cipro, è tra i pochi nell’Ue a non avere una base comune. Esistono tuttavia i minimi stabiliti dai vari contratti collettivi. E a oggi, solo gli operai agricoli e i lavoratori domestici hanno un salario minimo inferiore ai 950 euro. Il problema da noi, però, è particolarmente accentuato se si considera il livello di pressione fiscale che per i redditi da lavoro più bassi tende a ridurre in povertà chi lavora. Un problema di non poco conto per uno dei principali Paesi della Ue e che il Movimento 5 Stelle ha più volte chiesto di risolvere per uscire dall’arretratezza culturale in cui versa l’Italia.

Salario minimo europeo: Paesi nordici contrari

Al momento la Commissione Ue sta concentrando gli sforzi per stabilire i criteri con cui individuare il salario minimo comune. Presto Bruxelles avvierà una consultazione pubblica, ma il problema principale sorgerà in sede di Consiglio degli Stati membri dove i Paesi nordici si opporranno all’adozione del salario minimo.

Temiamo che una direttiva europea in tal senso non disponga di esenzioni o garanzie sufficienti per il nostro sistema“, ha dichiarato il ministro del lavoro danese Peter Hummelgaard. “In Danimarca, Svezia e Finlandia vi è una lunga tradizione di contratti collettivi che potrebbe venire incrinata con l’introduzione di un salario minimo ‘rigido’ a livello Ue”. Tra i critici c’è anche chi sottolinea come  i salari minimi più bassi nell’Ue rappresentano già oggi oltre il 50% del salario mediano dei Paesi interessati (Bulgaria, Lettonia, Romania e Ungheria): la soglia del 60%, in altre parole, non avrebbe grandi effetti. E’ vero anche, però, che stando ai dati Eurostat, solo 3 Paesi (Francia, Portogallo e Slovenia) hanno salari minimi sopra il 60% delle retribuzioni medie. Mentre la media Ue dei salari minimi (laddove esistono) è ben sotto il 50%.

Salario minimo europeo e costo della vita

Altra difficoltà potrebbe essere rappresentata dal costo della vita che per ogni singolo Paese Ue è diverso. I salari non vanno visti solo in termini assoluti, ma anche in relazione al potere di acquisto. Se, ad esempio, il salario minimo in Bulgaria è di 286 euro (il più basso in Ue), mentre in Lussemburgo è di 2.071 (il più alto tra gli Stati membri), questa forbice si dimezza se si parametrano le retribuzioni al rispettivo costo della vita. Risulta quindi difficile stabilire qual è il salario minimo europeo col risultato che qualsiasi direttiva venga adottata rischia di creare difficoltà ingestibili a livello economico creando altresì scompensi nel mondo del lavoro. Le differenze fra i singoli Stati sono ancora troppo grandi per poter armonizzare i livelli di retribuzione – dicono gli esperti – per cui è probabile che Ursula von der Lyen sia costretta a rimandare a tempi migliori la realizzazione di questo progetto, almeno fino a quando non ci sarà maggiore perequazione fra stipendi in Europa. Anche a livello fiscale servirà maggiore attenzione perché a parità di retribuzione lorda, in un Paese si percepisce di più che in un altro.

E l’Italia è uno di quei Paesi dove la pressione fiscale sui salari pesa molto in percentuale rispetto al resto della Ue.

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