Salario minimo a 9 euro l’ora, colpo di grazia dei 5 Stelle contro chi studia e imprese

Salario minimo a 9,00 euro l'ora. Il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, lo pretende e la collega all'Agricoltura, Teresa Bellanova, si schiera contro. Il governo giallorosso nasce diviso su uno dei principali temi dell'economia.

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Salario minimo a 9,00 euro l'ora. Il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, lo pretende e la collega all'Agricoltura, Teresa Bellanova, si schiera contro. Il governo giallorosso nasce diviso su uno dei principali temi dell'economia.

Nunzia Catalfo e Teresa Bellanova, due ministri donne del governo Conte bis, la prima del Movimento 5 Stelle e la seconda del PD. L’una propone l’introduzione del salario minimo orario di 9,00 euro, l’altra giudica la misura “una truffa”. Parliamo del ministro del Lavoro e di quello all’Agricoltura.

Come inizio non c’è male. Del resto, grillini e renziani non si sono mai amati, anzi. E la Bellanova, già sindacalista della Cgil, negli ultimi anni si è fatta strada in politica all’interno della corrente dell’ex premier Matteo Renzi. Tornando alla questione, il debutto del governo giallorosso sui temi del lavoro si mostra all’insegna delle maggiori tutele, in un certo senso in continuità con l’operato del governo gialloverde, salvo che stavolta non c’è più la Lega a contenere certe istanze gravose per le piccole e medie imprese.

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Il salario minimo di 9,00 euro l’ora verrebbe introdotto, nelle intenzioni dell’M5S, a favore dei lavoratori non coperti da alcuna contrattazione collettiva. Sarebbero circa 4 milioni i dipendenti coinvolti, oltre un quinto del totale, per un aggravio dei costi per le imprese stimato in 6,7 miliardi di euro, di cui 1,5 miliardi a carico delle pmi. La misura avrebbe conseguenze negative anche sulla spesa pubblica, perché lieviterebbero i costi di beni e servizi acquistati dalla Pubblica Amministrazione e spesso forniti da aziende con dipendenti retribuiti meno del salario minimo preteso dai grillini.

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E’ evidente che i pentastellati vogliono recuperare il consenso perduto spostandosi a sinistra, al contempo cercando di spiazzare il PD, che così dovrebbe o perdere la faccia dinnanzi al proprio elettorato o calarsi le braghe e subire le incursioni dei 5 Stelle su temi storicamente cari alla sua base. Ma contrariamente a quanto si pensi, il salario minimo sarebbe un’ipotesi tutt’altro di sinistra; rischia di rivelarsi un boomerang per il mercato del lavoro italiano e l’economia domestica. Vediamo perché.

Se milioni di lavoratori dovessero essere retribuiti più di quanto oggi le imprese non offrano loro, evidentemente il costo del lavoro salirà. Ciò avrebbe diverse ripercussioni: aumento dei prezzi dei beni e dei servizi, licenziamenti e più assunzioni in nero. Le imprese esposte a un’alta concorrenza non potrebbero aumentare i prezzi, se non marginalmente, per cui o finirebbero per chiudere o dovrebbero ridurre i margini di profitto, ma così disponendo di minori risorse per gli investimenti futuri. Per le realtà esportatrici, poi, il rischio reale consisterebbe nel perdere competitività, ovvero quote di mercato, danneggiando la bilancia commerciale e il sistema Italia all’estero.

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L’appiattimento salariale ai danni di chi studia

E il salario minimo avrebbe effetti paradossali e dannosi anche tra gli stessi lavoratori. Se un’azienda è costretta per legge a pagare di più i lavoratori meno qualificati, gli altri dipendenti non ne trarranno alcun beneficio, anzi rischieranno di non vedersi aumentati gli stipendi per un bel po’, essendo le risorse state già deviate per i colleghi con buste paga più leggere. Questo implica un tendenziale appiattimento dei salari, cioè i livelli inferiori in organico tenderanno a percepire retribuzioni più simili a quelle dei livelli superiori, indipendentemente dalla qualifica e dalle responsabilità. E poiché i livelli d’inquadramento e retributivi riflettono spesso essenzialmente il grado d’istruzione, sarebbe come dire che studiare e magari conseguire la laurea o il master avrà ancora meno senso, visto che gli stipendi offerti diverrebbero meno appetibili rispetto a quelli dei lavoratori poco o non qualificati.

Facciamo un esempio per capire meglio: Tizio guadagna 5,00 euro l’ora e svolge nell’azienda Alfa la mansione di magazziniere. Ha come titolo di studio la licenza media ed effettivamente gli è stata affidata una mansione manuale. Caio percepisce 10,00 euro l’ora ed è un addetto all’ufficio acquisti, laureato in economia e con approfondita conoscenza delle lingue straniere, necessaria per relazionarsi con i fornitori esteri.

A seguito dell’introduzione del salario minimo a 9,00 euro l’ora, Caio percepirà appena 1,00 euro l’ora in più di Tizio, nonostante abbia studiato 9-10 anni in più, rinunciando ad altrettanti anni di lavoro e di stipendi. Avrà senso accumulare conoscenze, se queste verranno remunerate ancora meno di quanto non accada oggi?

Un’economia avanzata che non incentiva l’istruzione è destinata a fallire. L’appiattimento salariale è stata una pessima eredità dei modelli contrattuali negli ultimi decenni e ha esitato bassi salari, un mercato del lavoro con uno dei più bassi tassi di occupazione e una delle percentuali di laureati più infime nell’area OCSE (insieme a Grecia e Turchia). Il salario minimo aggraverebbe il quadro e non risolverebbe affatto il problema degli stipendi da fame, che sono frutto di specializzazioni produttive in settori esposti all’alta concorrenza internazionale, del basso grado di investimento delle imprese, delle loro scarse dimensioni medie e della conseguente produttività stagnante, oltre che di un’economia domestica rimasta ferma ai livelli di fine anni Novanta, che non creando domanda aggiuntiva, non fornisce nemmeno stimoli per produrre di più e aumentare così l’occupazione e le retribuzioni.

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