Perché un debito pubblico tutto in mano agli italiani aumenta il rischio default

Debito pubblico italiano davvero in buone mani, se fosse acquistato solo da italiani? Ecco perché potrebbe accadere l'esatto contrario.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Debito pubblico italiano davvero in buone mani, se fosse acquistato solo da italiani? Ecco perché potrebbe accadere l'esatto contrario.

Il rispetto dei vincoli di bilancio non sembra essere una priorità del governo giallo-verde di Lega e Movimento 5 Stelle. Se i due vicepremier Luigi di Maio e Matteo Salvini segnalano di volere rispettare il tetto del deficit al 3% del pil, al contempo entrambi ritengono che esso non sia una verità scolpita sulla roccia. Nel caso di bisogno, aggiungono, l’Italia potrebbe anche violare tale limite per favorire la crescita. Nelle scorse settimane, un’altra polemica sul fronte fiscale ha riguardato un collaboratore di Salvini, già fautore della “flat tax” per il Carroccio e sottosegretario al Ministero delle Infrastrutture con il governo Conte. Parliamo di Armando Siri, che ha proposto l’emissione dei BTp solo per gli investitori italiani. Alla base di tale idea vi sarebbe la malcelata convinzione che un debito pubblico tutto (o quasi) in mani italiane sarebbe più facile da gestire e, all’occorrenza, da ristrutturare.

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Abbiamo in più di un’occasione dibattuto su Investire Oggi su quanto tale ipotesi sia priva di fondamento e, soprattutto, rischiosa per la tenuta dei nostri BTp. Se il mercato fiutasse anche solo il pericolo di azioni del governo tese ad allontanare gli investitori stranieri, lo anticiperebbero, finendo per lasciare che siano solo banche, assicurazioni, fondi e famiglie con residenza in Italia a comprarsi la media di quasi 400 miliardi all’anno di titoli di stato tricolori emessi, BoT compresi.

Il crollo degli investitori esteri dal 2010

In realtà, la “nazionalizzazione” del debito pubblico italiano è nei fatti in corso dal 2010. Allora, il 52% dei titoli negoziabili era in mano a investitori stranieri, mentre oggi appena un terzo del totale risulta acquistato da soggetti non italiani. E in quest’ultima percentuale sono compresi i BTp in possesso della BCE, al netto dei quali poco più di un quarto del nostro debito si trova collocato all’estero. A Roma, non sono in pochi a credere che ciò sia un fatto positivo, perché dimostrerebbe la capacità del sistema-Italia di assorbire enormi quantità di carta emessa dal Tesoro, ma anche e, soprattutto, perché esporrebbe i nostri bond a un rischio minore di crisi dello spread, nel caso di deflussi dei capitali per gli investitori stranieri residui.

Tale interpretazione è tanto sciocca quanto fuorviante. In verità, il fatto che siano in pochi all’estero a detenere il nostro debito ne aumenterebbe le probabilità di default, per quanto queste appaiono ancora minime in valore assoluto. Quando nel biennio 2011-’12 si registrò il fuggi fuggi degli investitori stranieri per la paura che l’Italia si trovasse costretta a lasciare l’euro e/o che fallisse prima di farlo, la BCE si attivò, pur non tempestivamente, per evitare il contagio e che la situazione degenerasse. L’uscente governatore Jean-Claude Trichet indispettì i membri tedeschi del board (che si dimisero) con il varo di un piano anti-spread, noto come “Securities Markets Program” (SMP), consistente negli acquisti di titoli oggetto del “sell-off” in corso.

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Il successore Mario Draghi si spinse ben oltre: iniettò liquidità tendenzialmente illimitata alle banche (oltre 1.000 miliardi di euro) per accrescere la liquidità sui mercati finanziari e, per quanto non dichiarato, spingerle ad acquistare bond, mentre nell’estate 2016 annunciava lo studio di un piano di soccorso per i casi di crisi e su richiesta dei governi, il famoso “Outright Monetary Transactions” (OMT), mai messo in pratica, ma che unitamente al “whatever it takes” pronunciato a Londra in un drammatico 26 luglio, riuscì a placare la tempesta finanziaria. Da allora, complici il taglio dei tassi, le nuove aste T-Ltro e il “quantitative easing”, la crisi dello spread è rientrata, riaffacciandosi pericolosamente solo con la formazione del nuovo governo a maggio.

Rischio default maggiore con debito tutto domestico

Tanto affannarsi a Francoforte, nonostante le rimostranze tedesche, si è avuto per un motivo sopra ogni altro: oltre metà del debito tricolore era in mano a investitori stranieri e se l’Italia fosse fallita, a pagare il conto sarebbero stati un po’ tutti, francesi, tedeschi, britannici e americani compresi. Serviva, quindi, creare un cordone di sicurezza attorno al nostro Paese, per evitare un devastante contagio, che avrebbe provocato anche la fine dell’euro. Oggi, il pericolo continua ad esistere, ma la Germania ha enormemente ridotto le sue esposizioni verso i BTp e, in misura minore, lo stesso hanno fatto gli altri stati. Solo il 5% del debito italiano negoziabile sui mercati, poi, è in mano a investitori all’infuori dell’Eurozona.

Se tra qualche mese o anno l’Italia si ritrovasse nelle medesime condizioni di 7 anni fa, il panico nel resto dell’Eurozona sarebbe inferiore, in quanto sul piano finanziario abbiamo già subito una sorta di isolamento, inasprito proprio dal QE. Certo, il rischio politico di una crisi dei BTp sarebbe ugualmente enorme, perché lo scenario di una Italexit si farebbe concreto e con esso pure la caduta di tutta l’area. Tuttavia, volendo escludere l’ipotesi più estrema, la sola eventualità di una ristrutturazione del debito pubblico italiano avrebbe risvolti molto più locali di quanto non fossero stati un decennio fa. Parliamo pur sempre di circa 750 miliardi di euro di BTp all’estero, ma buona parte dei quali risulta coperta dal rischio default, come segnalano i rendimenti elevati del cds, i titoli che assicurano contro un eventuale evento creditizio, secondi solo a quelli greci in tutto l’Occidente. Se qualcuno al governo volesse davvero completare il processo di nazionalizzazione del nostro debito dovrebbe mettere in conto un’accelerazione della corsa verso una qualche forma di ristrutturazione, in assenza di visibili miglioramenti sul fronte macro interno. Più difficile che la BCE, specie se a guida tedesca dopo Draghi, s’inventi qualcosa per aiutarci ancora una volta; meno probabile anche che a Berlino si precipitino a darci una mano. Non sarebbe come il 2011, solo molto peggio.

Perché il debito pubblico ci costerebbe di più con la lira 

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Argomenti: bond sovrani, Crisi del debito sovrano, Debito pubblico italiano, Economia Italia, rendimenti bond, rischio default