Debito pubblico, come il governo Lega-5 Stelle sventerebbe una crisi dei mercati in autunno

Le false privatizzazioni salveranno il governo Conte da una crisi finanziaria altrimenti probabile in autunno? Ecco come e perché.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le false privatizzazioni salveranno il governo Conte da una crisi finanziaria altrimenti probabile in autunno? Ecco come e perché.

Niente privatizzazione delle Ferrovie dello stato. Il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, ha spento i dubbi sullo sbarco in borsa dei binari italiani, atteso per i prossimi mesi. Dopo avere annunciato la dissoluzione dell’alleanza con Anas, sebbene lo stesso Toninelli abbia puntualizzato che l’operazione richiederà tempo, pare che il governo giallo-verde stia mettendo in campo una strategia complessiva molto differente rispetto a quella seguita dai precedessori. E, però, dalla quotazione del 40% di Fs erano attesi sui 3,5 miliardi di incassi. Il colosso viene stimato, dunque, a quasi 10 miliardi di euro, all’incirca quanto il suo fatturato annuale. Da qualche altra parte questi soldi dovranno essere presi, che si tratti di tagli alla spesa pubblica o di maggiori entrate fiscali. E poiché Lega e 5 Stelle si propongono di fare l’esatto contrario, ovvero di aumentare la spesa e di ridurre le tasse, qualcosa non quadra nei conti.

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Il mistero sarà svelato solo a settembre con il varo della legge di Stabilità per il 2019. E il risveglio dello spread di questi ultimi giorni, con i rendimenti decennali tornati a salire pericolosamente sopra il 3%, pari a oltre il doppio dei livelli spagnoli, tutto i due partiti della maggioranza possono permettersi, tranne che instillare nuovi dubbi sulla sostenibilità del debito pubblico. In autunno, se Palazzo Chigi e Via XX Settembre non si mostrassero credibili sul punto, gli analisti paventano il rischio di una crisi finanziaria ai danni dell’Italia non dissimile da quella vissuta nel 2011. E con l’avvio della stretta monetaria non più lontano, non è detto nemmeno che le rassicurazioni del governo italiano bastino per evitare un simile scenario.

Serve il colpo d’ali. Al netto della revisione della legge Fornero e del debutto di almeno parte della riforma fiscale (“flat tax”), un modo per cercare di tranquillizzare i mercati ci sarebbe dopo l’estate: l’avvio in grande stile delle privatizzazioni. Sì, proprio quelle che il governo di Lega-5 Stelle tanto osteggia. Il Tesoro possiede quote in decine di società statali, come dimostrano le polemiche di queste settimane sulla sfornata di nuove nomine governative per le partecipate. Parliamo di un patrimonio teorico di diverse decine di miliardi di euro, ma che non essendo monetizzato, non può trasformarsi in alcunché di concreto sul piano finanziario. Solo limitandoci alle società quotate, abbiamo che il Tesoro detiene il 53,3% in Enav, il 23,6% in Enel, il 4,3% in Eni, il 29,3% in Poste Italiane, il 30,2% in Leonardo e il 68,3% in MPS. Tra le non quotate, come non citare il 100% delle Fs e il 50% della holding di controllo di STm al 27,50%?

Fare cassa con le false privatizzazioni

Ammettiamo che il governo volesse dalla mattina alla sera disfarsi di tali partecipazioni per fare cassa. Quanto racimolerebbe? Ai valori attuali, sui 34-35 miliardi di euro, quasi il 2% del pil. E stiamo escludendo asset come la Rai, un capitolo spinosissimo per la politica italiana, visto ciò che si porterebbe dietro, come dimostrano le polemiche di questi giorni sul caso Foa. Ma abbiamo detto che non sembra intenzione né di Matteo Salvini e né di Luigi Di Maio imprimere l’acceleratore sulle privatizzazioni, tutt’altro. Un escamotage, in effetti, esiste ed è stato ampiamente utilizzato proprio dai predecessori di centro-sinistra al governo: trasferire le quote delle partecipate alla Cassa depositi e prestiti, a sua volta controllata dal Tesoro per l’80%. Spieghiamoci meglio: la Cdp è un ente che impiega in investimenti produttivi i risparmi postali. Al 30 giugno scorso, risultava possedere disponibilità liquide per 163 miliardi di euro. Di fatto, è diventata la nuova Iri, una longa manus del governo per mettere becco in fatti che dovrebbero riguardare il solo mercato o per varare false privatizzazioni. Non esiste grande dossier industriale che non sia passato negli ultimi anni sul tavolo dei dirigenti della Cdp.

E se il debito pubblico italiano fosse più solido di quello francese?

Trasferire quote dalle società partecipate alla Cdp formalmente equivale a privatizzare, nei fatti si tratta solo di una partita di giro, visto che l’ente è pur sempre in mano allo stato. Presenta l’indubbio vantaggio di far fluire liquidità nelle casse del Tesoro, mentre i debiti della controllata non vengono consolidati con quelli pubblici. Grazie a questa operazione, se fosse messa in campo, per diversi altri mesi l’Italia continuerebbe a godere di un “quantitative easing” autonomo, nel caso in cui i proventi delle “privatizzazioni” fossero impiegati per acquistare BTp sul mercato secondario o per tagliare le nuove emissioni, riducendo l’offerta netta.

Non parliamo di grandi numeri, ma sarebbe il segnale giusto per i mercati, i quali arriverebbero forse a convincerci che quanto meno con il governo Conte non si abbia una rottura in peius sul piano dei conti pubblici. Alla stessa Cdp converrebbe acquisire molte di queste quote, trattandosi di società solide, con cedole e corsi azionari promettenti. Solo MPS non sarebbe fattibile sul piano regolamentare, trattandosi di una banca, cosa che esporrebbe l’ente al monitoraggio della Vigilanza e all’incompatibilità con la detenzione delle partecipazioni in società industriali. Ad ogni modo, la battaglia dentro il governo per scegliere il nuovo amministratore delegato della Cdp è stata funzionale anche a discorsi di questo tipo. Chi ne è a capo, potrebbe ritrovarsi a gestire un patrimonio ben più consistente di quanto non lo sia già.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia

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