Perché anche la comunista Cuba riconosce l’uso dei Bitcoin

Le "criptovalute" come i Bitcoin sono state riconosciute a Cuba, la cui economia sta attraversando una crisi molto grave da mesi

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Cuba riconosce le criptovalute

Con una risoluzione pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, la banca centrale di Cuba riconosce ufficialmente l’uso delle “criptovalute”, tra cui spiccano i Bitcoin, come mezzo di pagamento. L’istituto fisserà le regole sull’erogazione dei servizi correlati. La notizia può apparire clamorosa, e per certi versi lo è. L’isola resta un regime comunista, dove l’economia è fortemente controllata dallo stato, pur con qualche liberalizzazione varata negli ultimi tempi.

Eppure, chi conosce la crisi economica in corso a Cuba, forse non è rimasto poi così spiazzato dalla novità. All’inizio di quest’anno, il governo ha varato una riforma monetaria, a seguito della quale il peso convertibile (CUC) è stato eliminato. Rimane in vigore solo il peso cubano (CUP), che può essere scambiato contro il dollaro a un tasso di 24:1. Poiché tra CUC e CUP vigeva un cambio fittizio di 1:1, nei fatti la riforma ha comportato una maxi-svalutazione di circa il 96%. I prezzi dei beni di consumo e di numerosi servizi sono esplosi, le importazioni sono state necessariamente ridotte per non prosciugare le riserve e nel paese si è diffusa una grave carenza di beni.

Bitcoin per aggirare le sanzioni USA contro Cuba

La crisi dell’economia è diventata così potente, che quest’estate per la prima volta dalla rivoluzione del 1959 migliaia di persone sono scese in strada per protestare contro il governo e reclamandone le dimissioni. Non è bastata neppure la repressione della polizia per mettere a tacere la protesta. La situazione è aggravata da tempo dalle sanzioni americane, rafforzate dall’amministrazione Trump poco prima di lasciare le redini degli USA a quella di Joe Biden. Anche quest’ultimo, contrariamente alle attese, le ha inasprite dopo la repressione di questi mesi.

In pratica, le rimesse degli emigranti sono impedite. Le agenzie di “transfer money” hanno chiuso battenti e l’accesso ai dollari tra le famiglie è venuto meno. Per molte di loro si trattava della fonte principale, se non unica, di sostentamento. Per aggirare l’embargo, il governo punta sulle “criptovalute”. Già molti cubani stanno utilizzando i Bitcoin per cercare di ricevere denaro dall’estero. Peraltro, le transazioni sono anonime, non un fatto secondario sotto una dittatura.

Certo, il governo ha voluto precisare che questi assets sarebbero monitorati, al fine di evitare principalmente che siano utilizzate per attività illegali. Resta da vedere in quali termini una moneta decentralizzata come i Bitcoin possa essere messa sotto controllo dallo stato. Ad ogni modo, Cuba non è l’unico stato a farvi affidamento. Di recente, El Salvador ha dichiarato Bitcoin valuta legale, mentre il Venezuela ne tollera apertamente l’uso, dopo averlo represso, al fine di affievolire la crisi provocata dall’embargo finanziario USA. In fondo, sono mosse frutto della disperazione, più che della convinzione.

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