Uova a 10 euro, prosciutto fino a 65 euro: a Cuba risparmi in fumo e lunghe code ai negozi

La riforma monetaria sull'isola sta creando sconquassi sociali nelle ultime settimane. La maxi-svalutazione sembra solo agli inizi.

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A Cuba i beni scarseggiano e i prezzi esplodono

La vita si è fatta maledettamente carissima a Cuba, dove all’inizio dell’anno è entrata in vigore la riforma monetaria. Fuori corso il CUC o peso convertibile, mentre rimane in circolazione il CUP o peso cubano. Fino alla fine di giugno, in banca i CUC potranno essere scambiati contro 24 CUP. Poiché 1 CUC era scambiato alla pari nel settore statale e a sua volta il suo valore contro il dollaro era stato imposto a un tasso di 1:1, di fatto l’unificazione ha portato a una maxi-svalutazione del cambio. I prezzi nei negozi stanno esplodendo e sono numerosissime le testimonianze dei cittadini dell’isola che lamentano ingenti perdite del potere di acquisto, nonostante il governo abbia quintuplicato stipendi pubblici, pensioni e sussidi.

I prodotti scarseggiano, compresi quelli di prima necessità. Le aziende statali, attraverso cui passano le importazioni, si sono improvvisamente ritrovate a corto di denaro con cui comprare beni dall’estero, dato che hanno perso il privilegio di utilizzare il cambio alla pari contro il dollaro. Da qui, il crollo dell’offerta domestica e l’esplosione dei prezzi. C’è chi dichiara alla stampa cubana di essersi ritrovato a comprare un cartone di uova per ben 300 pesos, che al cambio fanno circa 10 euro. Molto peggio è andata per altri generi alimentari, come una forma di prosciutto che si trova anche a 1.500-2.000 pesos, qualcosa come oltre 65 euro.

Fare la spesa è diventato così proibitivo, che le famiglie sono costrette da settimane ad attingere ai risparmi. E sarebbero andati in fumo già per circa la metà. Una situazione davvero pesante, che rischia di creare profondo malcontento tra le fasce più povere della popolazione, quelle che non hanno accesso ai dollari, non disponendo delle rimesse dei familiari emigranti all’estero. Unica nota ad oggi positiva: travolti dal caro-vita, 40.000 persone sull’isola hanno cercato e trovato un lavoro a gennaio, perlopiù giovani sotto i 35 anni.

Fino allo scorso dicembre, tra sussidi e cambio artificiosamente elevato, produrre e lavorare sembrava avere scarso senso. Adesso, la svalutazione starebbe stimolando l’offerta di lavoro, uno degli obiettivi perseguiti proprio dal governo, il quale non a caso ha contestualmente aperto al settore privato.

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Il peggio non sarebbe alle spalle

Considerate che lo stipendio medio cubano si aggira sui 35 dollari al mese, per cui i prezzi di gran parte dei beni sono diventati stratosferici. Sarebbe come se dovessimo spendere quasi un terzo delle nostre entrate mensili solo per comprare le uova o i due terzi per un chilo di gamberetti. Qualche segnale di nervosismo tra la popolazione si registra già. Per la prima volta da quando c’è il regime comunista, migliaia di persone stanno chiedendo pubblicamente le dimissioni di un ministro. Si tratta di quello alla Cultura, Alpidio Alonso, ripreso mentre fisicamente si scontra con un gruppo di manifestanti alla fine di gennaio.

Il cambio contro il dollaro è fissato a 1:25, pari a una svalutazione di circa il 96% da inizio anno. Tuttavia, sul mercato nero de L’Avana si arriva a scambiare un dollaro contro 50 pesos, anche se nelle altre province si scende a una media di 45. Ad ogni modo, questo significa che il reale tasso di cambio contro la divisa americana sarebbe del 50% più debole di quello attuale. E così la pensano anche gli economisti, secondo i quali la maxi-svalutazione di gennaio è stata parziale e da sé rischia di risultare insufficiente per far tendere l’economia cubana all’equilibrio. In altre parole, le importazioni resterebbero elevate e le esportazioni carenti, così come la produzione interna. Per le famiglie, quindi, lo spettro di un’esplosione dei prezzi ancora più spaventosa. Del resto, questi ultimi sono saliti così alle stelle, che in molti casi rifletterebbero con ogni evidenza non solo e non tanto la bassa offerta, quanto l’adeguamento a tassi di cambio molto più deboli, un po’ come nel Venezuela prima dell’iperinflazione degli anni passati.

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