Cosa significa che Bitcoin è ora valuta legale in El Salvador e quali conseguenze per la sua economia?

La "criptovaluta" è adesso un mezzo di pagamento al pari del dollaro nello stato centramericano. Ecco il significato di questa "rivoluzione" economica.

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Bitcoin valuta legale in El Salvador

El Salvador è un piccolo stato dell’America Centrale abitato da 6,5 milioni di persone. Confina a nord-ovest con il Guatemala e a sud-est con l’Honduras, mentre a sud-ovest è bagnato dall’Oceano Pacifico. Difficilmente ne sentiamo parlare nei TG o sui giornali, ma questa settimana è al centro delle cronache mondiali per un’iniziativa choc del suo presidente Nayib Bukele: Bitcoin diventa a tutti gli effetti una valuta legale, cioè a corso forzoso. Il Congresso ha approvato a larga maggioranza la proposta inviatagli qualche giorno prima dal 39-enne capo dello stato.

Cosa significa nel concreto che Bitcoin è diventata una valuta legale nello stato di El Salvador? Si tratta di una novità dirompente. I cittadini potranno usarlo in alternativa al dollaro per pagare le tasse e gli “agenti economici” sono costretti ad accettarlo in pagamento. Per capire come sia arrivato a questo punto, bisogna avere un’idea di massima dell’economia salvadoregna.

Da una decina di anni a questa parte, è stata dollarizzata. Il paese non ha più una moneta sovrana, ma ha adottato il dollaro come propria. Non potendo chiaramente emetterlo da sé, deve affidarsi alle decisioni della Federal Reserve. Diciamo pure che si ritrova con una moneta del tutto slegata dai suoi fondamentali. Bene, quando il dollaro si deprezza sui mercati; molto male, quando si rafforza. Con i Bitcoin, Bukele punta a rendersi un po’ più autonomo dalla politica monetaria degli USA.

L’impatto di Bitcoin sull’economia salvadoregna

Poiché il mercato dei Bitcoin capitalizza attualmente sui 700 miliardi di dollari, se anche solamente l’1% di esso si spostasse in El Salvador, spiega il presidente, il PIL aumenterebbe del 25%. I conti sono presto fatti: il PIL salvadoregno vale intorno a 27 miliardi, per cui i 7 miliardi di capitali affluiti eventualmente nel paese vi inciderebbero per un quarto.

In che senso l’1% della capitalizzazione si sposterebbe in El Salvador? L’idea sarebbe di attirare i grossi portafogli, dato che il 2% detiene ancora oggi il 95% di tutti i Bitcoin in circolazione.

Il modo di attirarli ci sarebbe già. Bukele ha preteso e ottenuto zero tasse sui Bitcoin e probabilmente offrirà protezione legale nei confronti dei possessori da eventuali azioni giudiziarie all’estero. Detto fuori dai denti, El Salvador punta a diventare un hub dei Bitcoin e, se vogliamo, anche un centro di riciclaggio del denaro attraverso la “criptovaluta”. Mettiamo da parte l’etica, perché tutti i grandi centri finanziari del pianeta adottano da decenni, anzi secoli, la stessa strategia per diventare tali. E pare che funzioni sempre.

Non solo. Lo stesso “mining” sarà reso allettante. A tale proposito, Bukele ha sollecitato la società geotermica nazionale LaGeo SV a destinare alle estrazioni di Bitcoin alcuni impianti alimentati al 100% da energia pulita con emissioni zero. Poiché estrarre Bitcoin richiede consumi energetici altissimi, a causa dei complicati e numerosi calcoli necessari, da tempo ci si interroga sull’impatto ambientale che questo nuovo asset avrebbe sul pianeta. Di fatto, consumerebbe la stessa quantità di energia del Pakistan in un anno. Con la svolta, El Salvador garantirebbe ai “miners” energia pulita e presumibilmente anche a basso costo. Una parte del business, quindi, si sposterebbe qui.

I rischi di un Bitcoin valuta legale

Ma se da un lato Bitcoin come valuta legale offrirà all’economia domestica grosse opportunità, dall’altro la esporrà a rischi altrettanto evidenti. Si tratta di un asset dai prezzi molto volatili. Pensate solo che dai massimi di aprile è arrivato a perdere la metà del suo valore. Le oscillazioni quotidiane e persino “intraday” sono elevatissime. Cosa accadrà nel caso in cui i contribuenti pagassero le tasse in Bitcoin e il prezzo di questi sulle piattaforme di trading dopo crolla? Lo stato si ritroverebbe a corto di denaro per mantenere i servizi, quando già oggi è in trattative con il Fondo Monetario Internazionale per allungare un prestito da 1,3 miliardi di dollari.

E, soprattutto, i commercianti accetteranno mai davvero i Bitcoin dai clienti? Anch’essi si esporrebbero a grossi rischi di volatilità. Per non parlare del fatto che sia un asset abbastanza illiquido. Dati i bassi volumi scambiati quotidianamente sulle varie piattaforme, difficilmente il mercato riuscirebbe ad assorbire transazioni numerose o corpose in breve tempo. In altre parole, se l’adozione del Bitcoin in El Salvador fosse un successo, la tramutazione in dollari diverrebbe molto difficile da gestire. Infine, capite benissimo che questa enorme volatilità inciderebbe in misura preponderante sul PIL, un po’ come quando un’economia dipende essenzialmente da un’unica risorsa, come il petrolio o una materia prima soggetta a oscillazioni anche repentine e pesanti sui mercati internazionali.

E poiché parte della volatilità dei Bitcoin è legata a i rischi legali derivanti dalle regolamentazioni e i divieti imposti dai governi nel mondo, in un certo senso l’economia salvadoregna sarebbe più dipendente dagli umori delle altre economie, specie le grandi come USA, Eurozona, Cina, India e Russia. Insomma, è appena iniziato un grande esperimento dall’esito tutt’altro che scontato e che avrà conseguenze anche sulla percezione che il resto del mondo avrà di questo asset. L’esempio potrebbe essere imitato da altre economie emergenti in affanno, magari alle prese con problemi di iperinflazione e svalutazione del cambio, come Venezuela, Libano e Zimbabwe. E guarda caso, negli ultimi tempi l’atteggiamento del regime di Caracas si è ammorbidito sulle “criptovalute”.

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