Per investire in bond conta la cedola, non solo il rendimento: ecco come evitare errori

Come investire in titoli di stato senza commettere l'errore di farsi guidare dal solo rendimento. Abbiate un occhio aperto sulla cedola.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Come investire in titoli di stato senza commettere l'errore di farsi guidare dal solo rendimento. Abbiate un occhio aperto sulla cedola.

Sei un piccolo risparmiatore e i rendimenti in ascesa dei titoli di stato ti stanno allettando? Sappi che sei in ottima compagnia. Vedere che il conto in banca ti frutta zero, anche se vincolato per qualche anno, mentre puntando su un BTp a 2 anni già spunti ormai quasi l’1,7% medio netto nelle ultime sedute fa pensare. E considerando che l’inflazione inizia ad alzare la testa, pur ancora molto lentamente, l’idea di dirottare la liquidità disponibile e non immediatamente necessaria su investimenti a basso rischio e al contempo un minimo remunerativi risulta più che sensata. In questo articolo, cercheremo di porre all’attenzione del potenziale piccolo investitore privato la differenza tra titoli di stato con scadenze simili, ma con cedole anche molto diverse tra loro. Facciamo un brevissimo ripasso sulla differenza tra cedola e rendimento (per approfondire, leggi qui: Cedola o rendimento? Vediamo la differenza): la prima individua il tasso offerto dall’emittente e generalmente pagato su base annua o infrannuale; il secondo tiene conto anche della differenza tra il prezzo di acquisto del bond e il valore a cui sarà rimborsato alla scadenza. Se un titolo viene emesso o acquistato sul mercato secondario sotto la pari, il rendimento risulterà superiore alla cedola, se sopra la pari, sarà inferiore ad essa. Solo un acquisto alla pari farà coincidere cedola e rendimento.

Detto questo, sembra che per chi acquisti un’obbligazione l’unico interesse debba riguardare il rendimento. In verità, così non è. Per prima cosa, quando ci si accinge ad entrare sul mercato, bisogna chiedersi che tipo di investitore si è: cassettista o no? Nel primo caso, s’intende che si punta a tenere il titolo in portafoglio fino alla scadenza. Se non si fosse sicuri di poterlo fare, vuoi perché si stia acquistando un bond con scadenze lunghe, vuoi anche perché riteniamo di poter avere bisogno di disinvestire prima della scadenza (abbiamo bisogno di liquidità per sostenere le spese del matrimonio di un figlio o per comprare l’auto nuova, etc.), diventa più importante guardare anche al rischio di subire perdite nel caso di una rivendita anticipata del titolo.

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La duration e il rendimento

Qui, ci occorre rifarci un attimo al concetto di “duration”, che erroneamente viene spesso confuso con quello di durata residua di un titolo. Essa è data dalla media ponderata dei flussi finanziari in entrata generati da un investimento, per cui comprende le cedole periodicamente incassate, oltre al rimborso finale e al tempo intercorrente alla scadenza. Se le cedole sono elevate, la duration ne risulta accorciata, in quanto avvicinano i flussi finanziari e faranno rientrare prima nell’investimento. Viceversa, la duration si allunga. In genere, duration e durata residua del titolo sono, comunque, molto simili. Perché vi stiamo accennando a questo aspetto? Perché la duration esprime la variazione percentuale dei prezzi legata alla variazione dell’1% dei tassi. Dire che un titolo di stato o un’obbligazione privata ha una duration pari a 7 significa che con un rialzo (ribasso) del rendimento dell’1%, il prezzo scenderà (salirà) del 7%.

Ora, se sono un cassettista, poco mi importa quali saranno le variazioni delle quotazioni in rapporto ai rendimenti. Mi interessa semplicemente conoscere il rendimento alla scadenza del bond. Se, invece, nutro quanto meno il dubbio sulla detenzione del titolo fino alla scadenza, allora dovrà interessarmi anche sapere quanto rischierei di perdere con la variazione dei rendimenti. Se sono avverso al rischio, più alte saranno tali potenziali perdite, minore il mio appetito per il bond. In altre parole, a parità di vita residua tra due titoli, dovrò preferire quello con duration più bassa, ovvero con cedola più alta.

Facciamo un esempio pratico: il BTp dicembre 2028 offre cedola del 2,8% e presenta una duration di 8,7 anni. Il BTp settembre 2028 e con cedola 4,75% ha duration pari a 8 anni. I due titoli sono sostanzialmente omologhi quanto a scadenze, considerando che nell’uno e nell’altro caso dovremmo attendere 10 anni per il rimborso. Eppure, il primo offre un rendimento superiore rispetto al secondo di una trentina di punti base. A metà di questa settimana, si era al 3,14% contro il 2,88%. Possibile che tale “spread” sia dovuto per soli 3 mesi in più di durata residua? No. La conferma ce la offre il bond con scadenza febbraio 2028, ossia meno longevo rispetto al BTp settembre 2028, ma che mercoledì scorso sfiorava il 3% di rendimento. Come mai? Perché la sua cedola è del 2%, più bassa di quella offerta dall’altro.

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Cedole ed emissioni BTp

Di fatto, a parità di scadenze, i bond con cedole più basse tendono a offrire rendimenti più alti. La risposta dovreste averla capita per quanto detto sopra: basse cedole implicano una duration più lunga e, quindi, perdite potenziali maggiori con l’aumento dei tassi. Certo, se fossimo in una fase discendente dei tassi, essendo positive le variazioni delle quotazioni attese per il futuro a breve, i titoli con cedole più basse finirebbero per rendere di meno, divenuti più appetibili per gli obbligazionisti non cassettisti, potendo essere verosimilmente disinvestiti a prezzi superiori a quelli di acquisto. Nell’ultimo mese e fino a qualche seduta addietro, il BTp settembre 2028 aveva perso il 5,4%, quello con scadenza dicembre il 5,7%. Per quanto le differenze appaiano minime, confermano ciò che abbiamo spiegato sopra, ossia che all’aumentare delle cedole, le variazioni delle quotazioni tendono a diminuire.

Vi potreste chiedere, e giustamente, perché mai bond con scadenze molto simili offrano cedole anche tra di loro molto diverse, come nell’esempio sopra riportato. La risposta è duplice. Anzitutto, dipende dalla data di emissione. Il BTp settembre 2028 offre cedola al 4,75%, in quanto fu emesso nel gennaio del 2013, quando i rendimenti a 15 anni e mezzo (tanti ne mancavano allora alla scadenza) si aggiravano su quei livelli. Il BTp dicembre 2028, invece, è stato emesso solo l’agosto scorso, quando i decennali effettivamente si attestavano in area 2,8%. In realtà, il Tesoro potrebbe anche emettere titoli con cedole abbastanza differenti rispetto ai livelli dei rendimenti, nel caso in cui si ponesse un determinato fine. Ad esempio, se offro oggi un BTp con scadenza ottobre 2028 con cedola 5%, poiché i rendimenti decennali attualmente viaggiano intorno al 3,5%, l’emissione attirerebbe gli investitori e avverrebbe di gran lunga sopra la pari, facendo incassare allo stato più denaro di quello che iscriverà a bilancio come debito. Ciò gli consentirà di abbattere le emissioni future, anche se al costo di pagare interessi annui maggiori. Viceversa, se il Tesoro emettesse lo stesso BTp con cedola all’1%, si ritroverebbe a dover offrire il bond a prezzi molto sotto la pari, incassando meno di quanto si sarà indebitato formalmente, ma sborsando interessi annui molto bassi.

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Argomenti: bond sovrani, rendimenti bond