Abbattere il debito pubblico alzando le cedole dei bond: ecco la proposta semi-seria

Come abbattere il debito pubblico italiano e far contenti i commissari? Qualcuno propone lo stacco di maxi-cedole. L'apparente controsenso funzionerebbe, ma per poco. E non è detto nemmeno che raggiunga lo scopo prefissato.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Come abbattere il debito pubblico italiano e far contenti i commissari? Qualcuno propone lo stacco di maxi-cedole. L'apparente controsenso funzionerebbe, ma per poco. E non è detto nemmeno che raggiunga lo scopo prefissato.

Il debito pubblico italiano è il grande problema che anche il prossimo governo si ritroverà a gestire. Un’eredità pesantissima da 2.300 miliardi di euro, quasi il 132% del pil. Nel corso della legislatura appena iniziata, ben 1.000 miliardi di euro di bond sovrani arriveranno a scadenza, al netto delle nuove emissioni (deficit) per coprire i disavanzi fiscali, senza nemmeno tenere conto dei titoli a breve termine, quelli di durata fino a 12 mesi, noti anche come BoT. La mole enorme del nostro debito rappresenta la peculiarità negativa dell’Italia nella UE, che non ci consente raggio di manovra sufficiente con Bruxelles per gestire i conti pubblici con la flessibilità desiderata. Per intenderci, se alla Francia e alla Spagna è stato concesso di infrangere il tetto del deficit del 3% ripetutamente senza conseguenze e all’Italia è stato imposto di rientrarvi già nel 2012, lo si deve quasi esclusivamente all’alto livello di partenza del nostri indebitamento, circa il doppio dei livelli pre-crisi francesi e triplo di quelli spagnoli. Dunque, di più non potevamo permetterci, avendo fatto le cicale già nei tre decenni precedenti.

E allora, ecco che due economisti come Tancredi Bianchi e Marina Brogi hanno lanciato nei giorni scorsi una proposta su Il Sole 24 Ore, che punterebbe ad offrirci maggiore potere negoziale con l’Europa in sede di trattative sui conti pubblici. Come? Alzando la cedola offerta sui bond di nuova emissione, anzi, staccando per il futuro vere e proprie “maxicedole”. Qual è la ratio di una simile proposta?

All’investitore interessa il rendimento di un titolo obbligazionario. Esso è dato dalla somma tra l’interesse cedolare e il rapporto tra prezzo di emissione e quello nominale del titolo. Se compro a 90 un bond che mi verrà rimborsato a 100, maturerò un margine da qui alla scadenza del titolo, che si sommerà alla cedola annuale, formando il rendimento. Viceversa, se il titolo viene emesso sopra la pari (oltre 100), sto acquistando a valori superiori a quelli di rimborso, per cui il rendimento risulterà inferiore all’interesse annuale della cedola.

Cedola o rendimento? Vediamo la differenza

Cosa succede se alziamo la cedola

Se aumentassimo la cedola? A parità di rendimento richiesto dal mercato, si alzerebbe il prezzo di acquisto dei bond, salendo sopra la pari. Questo avrebbe un effetto immediato sulle casse dello stato: il Tesoro riuscirebbe a incassare più liquidità del valore nominale del debito emesso, che tenderebbe ad abbassarsi e così alla UE potremmo segnalare una sua discesa, man mano che i bond di nuova emissione sostituiranno quelli scaduti. In virtù di questi sforzi, Bruxelles ci premierebbe con margini di flessibilità fiscale superiori. Occhio, però, perché ciascuna medaglia presenta sempre due lati. Il primo lo abbiamo visto, il secondo è il seguente: cedole più alte implicano pagamenti annuali superiori, ovvero una maggiore spesa per interessi, cioè più deficit.

Dunque, alzare le cedole nell’immediato comporterebbe una maggiore spesa a carico dello stato, seppure a fronte di emissioni più basse, grazie al fatto che la liquidità incassata a ogni emissione risulterebbe superiore a quella del debito nominale e quel plus verrebbe impiegato per ridurre l’entità delle emissioni successive. Il meccanismo avrebbe il suo effetto massimo con gli attuali rendimenti infimi ancora vigenti sul mercato. Prendiamo un BTp a 10 anni, che rende circa l’1,8%. Se il Tesoro ne emettesse di nuovi con cedola 5%, evidentemente il prezzo dovrebbe salire nettamente sopra la pari per compensare l’interesse cospicuo annualmente corrisposto. Dunque, a fronte di un titolo (debito) pari a 100, il mercato consegnerà al Tesoro liquidità per 120-130 e così via. In questo modo, alle successive scadenze dei bond, lo stato disporrebbe in parte di riserve di liquidità per 20-30, etc., da utilizzare a copertura dei rimborsi o per il riacquisto di titoli sul mercato, per cui il debito emesso nell’arco di un po’ di tempo si ridurrebbe.

Tutto bene? No, perché alla lunga, il costo dell’operazione tenderebbe ad annullare il beneficio. Il gioco funzionerebbe solo se lo si facesse per qualche anno, ma man mano che il debito vecchio (con cedole basse) venisse rimborsato con debito nuovo (con cedole alte), a fronte di un abbassamento nominale delle emissioni si avrebbe una lievitazione dei deficit, che finirebbero per alimentare nuovo debito. E non è nemmeno detto che Bruxelles ci premierebbe. Di fatto, il rapporto debito/pil, che è quello che più interessa ai commissari, scenderebbe di pochi decimali, mentre il deficit salirebbe. E si consideri che la discesa del rapporto debito/pil è a sua volta legata proprio ai livelli del deficit, oltre che alla crescita nominale del pil (pil reale + inflazione). Insomma, rischiamo un buco nell’acqua e, soprattutto, di fare la figura dei cialtroni, dei soliti italiani, che anziché occuparsi a risanare realmente i conti pubblici, concentrano le loro energie per trovare escamotage contabili finanche ridicoli.

La fanta-economica di Claudio Borghi tra minibot e rottamazione del debito

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Argomenti: bond sovrani, Debito pubblico italiano, Economia Italia, rendimenti bond

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