Investire arricchendosi? Possibile, se non fai come San Tommaso

Apple vale 1.000 miliardi di dollari in borsa e tutti i giganti di internet si mostrano in grado di offrire grosse soddisfazioni agli azionisti. Ecco quanto avremmo guadagnato credendo in questi colossi internazionali.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Apple vale 1.000 miliardi di dollari in borsa e tutti i giganti di internet si mostrano in grado di offrire grosse soddisfazioni agli azionisti. Ecco quanto avremmo guadagnato credendo in questi colossi internazionali.
  • E’ notizia di questi ultimi giorni che Apple, il colosso della Silicon Valley, ha toccato i 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione in borsa. Non era mai accaduto prima per nessuna società quotata. E pensare che con la morte del fondatore Steve Jobs nel 2011, molti analisti e investitori si mostrarono preoccupati della capacità del suo erede Tim Cook di portare avanti un brand così importante. Ma, soprattutto, nessuno avrebbe immaginato negli anni Novanta, quando la società fu sull’orlo del fallimento, che sarebbe diventata un giorno quella con la valutazione più alta al mondo. Sarebbe come se oggi ci dicessero che Alitalia tra diversi anni varrà in borsa più di tutte le altre quotate del pianeta e che trasporterà più passeggeri di tutti. Mai porre limiti alla Provvidenza!

La caduta dell’indice FAANG: -$400 miliardi in pochi giorni 

Apple fa parte di un particolare indice, che il mercato ha ribattezzato come FAANG, acronimo che sta per le iniziali delle cinque società rappresentate, tutti colossi di internet: Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google. Insieme, valgono quasi 3.415 miliardi di dollari e quest’anno hanno guadagnato complessivamente oltre un quarto del loro valore (+27%), cioè qualcosa come 730 miliardi. Di fatto, capitalizzano a Wall Street quanto il pil di Italia e Spagna messe insieme. Prima che fosse agguantato il record dei 1.000 miliardi, Cupertino era considerata in lotta con Amazon per l’ambito primato. Il colosso delle vendite online di Jeff Bezos, uomo più ricco al mondo con un patrimonio stimato in circa 143 miliardi, ha segnato un rialzo quest’anno del 52% in borsa, arrivando agli 895 miliardi di capitalizzazione di venerdì scorso. Tuttavia, la palma d’oro per tassi di crescita spetta a Netflix con un boom del 72%. Lo spauracchio dei media di tutto il mondo vale, comunque, ancora “solo” 150 miliardi, molti meno dei 510 di Facebook, unica realtà del FAANG a segnare una contrazione quest’anno (-1,7%), provocata dallo scandalo legato al mancato rispetto della privacy degli utenti. Infine, Alphabet, la società che controlla Google, vale 858 miliardi.

L’aspetto interessante di queste società è che grosso modo tutte sono state oggetto di scetticismo al loro debutto in borsa. Su Amazon si addensavano i dubbi di analisti e trader con riferimento alla sua capacità di contenere i costi e di fronteggiare la concorrenza fisica e online, mentre Facebook si disse, all’epoca dell’IPO nel maggio 2012, che fosse una scatola vuota, incapace di generare mai un dollaro di utile. Nel 2017, ha chiuso con profitti per 15,9 miliardi, il 56% in più dell’esercizio precedente. Ed ecco l’immancabile domanda: se avessimo investito una cifra, anche minima, in queste azioni, anziché fare come San Tommaso, quanto avremmo oggi in portafoglio?

Quanto avremmo guadagnato investendo al debutto in borsa di queste società?

L’investimento più remoto sarebbe stato quello in Apple, il cui debutto a Wall Street risale al lontano dicembre 1980. Ronald Reagan aveva da pochi giorni vinto le elezioni presidenziali e Jimmy Carter le perdeva clamorosamente. Allora, un’azione quotava sui 47 centesimi di dollaro contro gli attuali 207. Se avessimo acquistato 1.000 azioni 38 anni fa, spendendo appena 470 dollari, oggi avremmo qualcosa come 207.000 dollari, pari a un rendimento medio annuo di oltre il 18%. Amazon e Netflix, invece, pur essendo note al grande pubblico da pochi anni, a Wall Street ci sono sbarcate nel 2002, rispettivamente a 14 e 1 dollaro per azione. Oggi ne valgono l’una 1.837 e l’altra 347, pari a un rendimento medio del 35,6% nel primo caso e del 44% nel secondo. Niente affatto male, non pensate?

E Google tenne l’IPO nel 2004 a 85 dollari per ciascuna delle azioni offerte, quando oggi bisogna spenderne 1.226, rendendo così circa il 20,4% all’anno negli ultimi 14 anni. E, infine, Facebook. Il battesimo della creatura di Mark Zuckerberg, tra le polemiche per via di un errore tecnico accusato al Nasdaq nel corso della prima seduta, avvenne a 38 dollari, molti meno dei 178 attuali, per un rendimento medio annuo che supera il 24%. In definitiva, chi ha creduto ha avuto tante soddisfazioni. E non pensiamo che tali quotazioni abbiano raggiunto il culmine, rispecchiando realtà ancora in forte crescita, con immense quantità di cash disponibile (Apple ha anche avviato un programma pluriennale di “buyback” e di dividendi straordinari) e che derivano buona parte del loro valore dal possesso di quei “big data”, che fanno e faranno sempre di più il bello e il cattivo tempo nel sistema economico, finanziario e persino politico globale.

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Argomenti: bolla finanziaria

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