Mario Draghi premier: numeri, dubbi e scenari sull’uomo che salvò l’euro e l’Italia con il “whatever it takes”

L'ex governatore della BCE chiamato da Mattarella a guidare il nuovo governo. Ma la strada per Palazzo Chigi è tutt'altro che agevole.

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Il presidente Sergio Mattarella ha dovuto prendere atto del fallimento dell’incarico esplorativo, affidato venerdì scorso al presidente della Camera, Roberto Fico, il quale ieri sera è salito al Colle per comunicargli che la maggioranza “giallo-rossa” non c’è più. Con toni aspri, quasi arrabbiati e frutto della delusione, il capo dello stato ha annunciato di avere convocato per le ore 12 di oggi l’ex governatore della BCE, Mario Draghi. “Serve un governo di alto profilo”, ha spiegato, per gestire le emergenze di questi mesi, ossia pandemia, Recovery Fund e crisi economica. In alternativa, resta sullo sfondo la strada delle elezioni anticipate, che Mattarella ritiene ostacolino in questa fase proprio la ricerca di soluzioni a queste emergenze, a causa dei tempi lunghi che si avrebbero per arrivare a un governo nel pieno delle sue funzioni.

Dunque, tocca a “Super Mario”. O almeno è quello che spera il Quirinale, perché da stamattina è iniziata già la dura partita dei numeri in Parlamento. Il Movimento 5 Stelle ha espresso la sua contrarietà all’ipotesi di un governo tecnico per bocca di due suoi esponenti di punta: Riccardo Fraccaro, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e stretto collaboratore del premier uscente Giuseppe Conte; Vito Crimi, capo facente funzioni del movimento. E senza i “grillini”, al Senato sarebbe necessario che almeno la Lega votasse a favore, perché PD e Forza Italia, più rimasugli centristi, da soli non avrebbero la maggioranza assoluta. E ieri sera, Matteo Salvini non ha né chiuso e né aperto del tutto a Draghi, sostenendo che il problema non sia il nome, bensì il programma. Da Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia, il “no” al governo tecnico resta, pur ammorbidito dalla volontà espressa di confrontarsi con gli alleati del centro-destra e di collaborare, quale che sia lo scenario, nell’interesse nazionale.

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La scalata del potere e il salvataggio dell’euro

Draghi è l’uomo giustissimo, ma forse al momento sbagliato. La balcanizzazione delle Camere gli creerebbe non pochi problemi ad arrivare a Palazzo Chigi ed eventualmente a portare avanti un crono-programma coerente ed efficace. Da direttore del Tesoro negli anni Novanta, fu l’ispiratore della legge che porta il suo nome e che regola le scalate delle società quotate in borsa. A fine 2005, l’allora premier Silvio Berlusconi lo volle come governatore della Banca d’Italia e sempre il Cavaliere lo farà nominare governatore della BCE sei anni più tardi.

E per l’euro, il suo mandato fu una benedizione quasi casuale. Era il 26 luglio 2012 e imperversava la tempesta finanziaria ai danni degli stati del Sud Europa, i cui spread erano esplosi a livelli insostenibili. La fine della moneta unica veniva ritenuta prossima e profetizzata tra l’altro da economisti come Nouriel Roubini. Da Londra, dove si trovava quel giorno, Draghi improvvisò una breve dichiarazione pubblica nel corso di una seduta a dir poco drammatica e pronunciò tre parole che rimasero nella storia:

whatever it takes. Farò tutto ciò che serve per salvare l’euro. E credetemi, basterà.

I mercati capirono che non avrebbero dovuto sfidare la BCE e la speculazione contro i titoli di stato gradualmente rientrò. Nelle settimane successive, Draghi vara l’Outright Monetary Transaction (OMT), un piano anti-spread sinora mai attuato. Due anni più tardi, allenta la politica monetaria per rianimare l’economia dell’Eurozona, tagliando i tassi overnight sottozero e fino ad arrivare agli inizi del 2015 a varare il “quantitative easing”, un piano di acquisti di assets per 60 miliardi di euro al mese (salito in seguito fino a 80 miliardi) sull’esempio di quanto avvenuto già a fine 2008 negli USA con la Federal Reserve.

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La strada stretta verso Palazzo Chigi

Tutte queste mosse ebbero l’effetto di ridurre la frammentazione dei mercati finanziari nell’area e di rendere sostenibili i debiti sovrani di stati ultra-indebitati come l’Italia. I critici non mancarono, specie in Germania. Stampa e politici di destra lo tacciarono di essere un “massacratore dei risparmi tedeschi” per l’azzeramento dei tassi d’interesse provocato dalle sue politiche. Il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, a più riprese lo contrasta nel board di Francoforte, spiegando che l’eccessivo allentamento monetario avrebbe provocato il rischi di azzardo morale tra i governi, allontanando le riforme, anziché renderle più probabili, venuta meno l’impellenza di conquistarsi la fiducia dei mercati.

Adesso, Draghi avrà il compito ben più difficile di salvare l’Italia da Roma. E stavolta, dovrà fare i conti con numeri e personaggi tutt’altro che agevoli. Tornando ai primi, o riuscirà a garantirsi l’appoggio almeno di Forza Italia e Lega o il suo governo neppure potrà nascere. Ma se i 5 Stelle dovessero confermare la loro opposizione, magari istigati proprio da quel Conte in cerca di futuro politico con una sua lista elettorale, il Carroccio sarebbe dilaniato tra la voglia di andare subito alle urne per le elevate probabilità di arrivare al governo e quella di offrire sostegno a Draghi per riappacificarsi con Bruxelles ed essere accettato finalmente da quell’establishment che ha dimostrato in ogni modo di non tollerarlo.

Lo scenario più credibile resta quello di un governo di transizione, cioè non più duraturo di un anno. L’ex governatore, se diventasse premier, tra un anno verrebbe eletto con ogni probabilità nuovo presidente della Repubblica dopo la fine del mandato di Mattarella. A quel punto, dovendosi dimettere dalla guida dell’esecutivo, non resterebbe che l’opzione delle elezioni con un anno di anticipo, sperando anche che nel frattempo l’emergenza Covid sia venuta meno.

Tutti verrebbero accontentati, pur con qualche mese di ritardo rispetto ai piani iniziali. Senza un via libera al suo governo, invece, Draghi rimarrebbe in carica per il disbrigo degli affari correnti fino a nuove elezioni, che arriverebbero nella tarda primavera di quest’anno. Uno scenario abbastanza inquietante per il papabile futuro premier, ma non remoto sulla base proprio di quei numeri di cui sopra dicevamo. Il pallino della crisi è nelle mani di Salvini, ammesso che i 5 Stelle mantengano la parola e confermino il loro “no” al nuovo governo.

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