Oggi è l’ultima volta di Draghi alla BCE, ecco le tre mosse con cui salvo l’euro

Board BCE, ultimo atto per Mario Draghi. Finisce il mandato di otto anni del governatore italiano, che ha salvato l'euro da una scomparsa altrimenti certa. Ecco le tre mosse dal 2011 ad oggi.

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Board BCE, ultimo atto per Mario Draghi. Finisce il mandato di otto anni del governatore italiano, che ha salvato l'euro da una scomparsa altrimenti certa. Ecco le tre mosse dal 2011 ad oggi.

Oggi, ultima riunione del board BCE presieduta dal governatore Mario Draghi. Tra una settimana, al suo posto ci sarà la francese Christine Lagarde. Finisce così il mandato dell’italiano, ex Banca d’Italia e già direttore generale del Tesoro, dopo otto anni.

Era l’inizio di novembre del 2011, quando s’insediava a Francoforte nel bel mezzo della crisi dello spread, che in quelle settimane infuriava violenta ai danni dei titoli di stato di Italia e Spagna e che qualche giorno dopo avrebbe portato alle dimissioni l’allora premier Silvio Berlusconi, mentre lo stesso Luis Zapatero aveva optato per le elezioni anticipate.

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Tra la fine di dicembre del 2011 e il febbraio 2012, Draghi tiene due aste Ltro, con cui inietta nel sistema bancario dell’Eurozona oltre 1.000 miliardi di euro, di cui un quarto venne preso a prestito dalle banche italiane. E’ la prima mossa con cui cerca di mettere in sicurezza l’euro. Quella pioggia di liquidità, infatti, le banche la utilizzano nella sostanza per acquistare titoli di stato dell’area, specie del Sud Europa, sostenendone i corsi e calmierandone temporaneamente i rendimenti.

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Da sola, non basta. E’ l’estate del 2012 e il mondo guarda sgomento alla “tempesta perfetta” che sta per far sparire l’euro. Malgrado i cambi di governo e l’arrivo a Roma e Madrid dei più rassicuranti Mario Monti e Mariano Rajoy rispettivamente, gli spread s’impennano fino a livelli record. E’ il 26 luglio e Draghi, che si trova in visita a Londra, tiene un breve discorso improvvisato con cui tenta di rassicurare i mercati che farà “tutto quel che serve” per salvare l’euro, aggiungendo che “credetemi, basterà”. In inglese, sono tre parole: “whatever it takes”. Tre parole che salvano l’euro, perché da quel giorno le rassicurazioni dell’italiano sono parse così credibili, che gradualmente gli investitori hanno smesso di mettere la moneta unica nel mirino. Parole, accompagnate dal varo del cosiddetto “piano anti-spread”, in gergo noto come “Outright Monetary Transactions”, mai messo in pratica sinora.

La tempesta lascia l’Eurozona, ma la crisi dell’economia e le minacce di deflazione no. E così, al board dell’8 maggio 2014 annuncia il varo futuro di nuovi stimoli monetari, che nel concreto saranno l’azzeramento dei tassi, imposizione di tassi negativi sui depositi overnight e aste T-Ltro. E siamo al 22 gennaio 2015. Tutti si aspettano l’annuncio degli annunci: il “quantitative easing”. E così è. La BCE acquisterà dalla seconda settimana del marzo successivo titoli di stato, Abs e “covered bond” per 60 miliardi di euro al mese, più delle previsioni. Il programma sarà arricchito nel prosieguo con l’inserimento dei corporate bond e il potenziamento fino a 80 miliardi. Lo spread diventa un brutto ricordo, per quanto sempre in agguato, specie in Italia con le fibrillazioni politiche costanti.

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Il resto è cronaca. L’eredità di Draghi è sostanzialmente questa, di un uomo che ha messo in salvo l’euro contro i suoi principali azionisti – Germania in testa – ma che non è riuscito a convincere i governi a compiere quel passo risolutorio per completare l’unione monetaria con la garanzia unica sui depositi bancari da un lato e l’unione fiscale dall’altro. E nemmeno i tedeschi ad allentare i conti pubblici per sostenere la ripresa dell’area. Ma il suo compito non era questo, bensì di tutelare la stabilità dei prezzi e, ancora prima, la valuta in cui sono denominati. Un rischio sventato non definitivamente, perché le divisioni anche di visione sull’euro restano e le polemiche di queste settimane lo dimostrano ampiamente.

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