Mario Draghi e quel che resta del “whatever it takes” di 3 anni fa

Era il 26 luglio 2012. L’Eurozona era sull’orlo del collasso finanziario. Italia e Spagna erano sotto attacco, lo spread BTp-Bund a 10 anni era arrivato a 532 punti base, nonostante il governo Monti fosse in carica  da 8 mesi e avesse approvato una manovra “lacrime e sangue” con il Decreto Salva-Italia. L’economista Nouriel Roubini aveva […]

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Era il 26 luglio 2012. L’Eurozona era sull’orlo del collasso finanziario. Italia e Spagna erano sotto attacco, lo spread BTp-Bund a 10 anni era arrivato a 532 punti base, nonostante il governo Monti fosse in carica  da 8 mesi e avesse approvato una manovra “lacrime e sangue” con il Decreto Salva-Italia. L’economista Nouriel Roubini aveva […]

Era il 26 luglio 2012. L’Eurozona era sull’orlo del collasso finanziario. Italia e Spagna erano sotto attacco, lo spread BTp-Bund a 10 anni era arrivato a 532 punti base, nonostante il governo Monti fosse in carica  da 8 mesi e avesse approvato una manovra “lacrime e sangue” con il Decreto Salva-Italia. L’economista Nouriel Roubini aveva da poco preconizzato la “tempesta perfetta”, che avrebbe travolto la moneta unica entro l’estate. Anche i più ottimisti erano convinti che all’euro rimanessero poche settimane di vita e che sarebbe stato spazzato via dalla caduta dell’Italia, troppo grande per fallire, ma anche troppo grande per essere salvata. Il clima era mesto, teso, le borse in calo, la politica impotente. Il governatore della BCE, Mario Draghi, si trovava a Londra, quando in una conferenza stampa cerca disperatamente di convincere il mercato che l’euro non morirà, che il progetto che vi sta dietro è irreversibile. Lo fa e pronuncia allo scopo tre parole decisive come pochissime volte nella storia per cambiare gli eventi:”whatever it takes”, che tradotto in italiano significa “tutto quello che occorre”, segnalando che la sua BCE avrebbe fatto tutto quello che si rendeva necessario per salvare l’euro, aggiungendo “e credetemi, basterà”.   APPROFONDISCI – Draghi inventò l’OMT solo per salvare l’Italia. La verità del ministro irlandese Noonan  

La speculazione si arresta

La tempesta speculativa si arresta, sui bond dell’Eurozona tornano gli acquisti, dapprima timidi, timidissimi, ma con il trascorrere dei giorni si fanno copiosi. Gli spread si restringono, perché in quella stessa conferenza stampa Draghi annuncia di studiare un piano di emergenza contro l’allargamento eccessivo del divario tra i rendimenti sovrani dell’Eurozona.

Il  piano fu presentato il 6 settembre successivo, noto formalmente come Outright Monetary Transactions (OMT) o anche più volgarmente come “anti-spread”. Sta di fatto che gli investitori iniziano a convincersi che la BCE farà di tutto per impedire la rottura dell’Eurozona, che l’euro sia irreversibile. Lo stesso Roubini, notoriamente un pessimista, sosterrà nelle settimane seguenti che la tempesta perfetta potrebbe essere stata evitata. Si apprenderà solo nel 2014, grazie al libro dell’allora segretario al Tesoro USA, Timothy Geithner, scritto per raccontare la sua esperienza durante la prima amministrazione Obama, che quel “whatever it takes” fu del tutto improvvisato, insieme alla conferenza stampa, che in realtà lo stesso Draghi, un freddo razionale e uomo di polso per eccellenza, non sapesse davvero cosa fare, avendoglielo confidato proprio poco prima di pronunciare le fatidiche parole.   APPROFONDISCI – Caso Geithner e presunto complotto ai danni di Berlusconi: le alte cariche tacciono  

Dall’OMT al QE, due vittorie di Draghi

Tre anni dopo, l’esistenza dell’euro non pare minacciata. La Corte Costituzionale tedesca ha rinviato la questione di legittimità dell’OMT alla Corte di Giustizia UE, che ha sentenziato nell’unico modo che poteva per salvare l’architettura dell’unione monetaria: il piano di Draghi non è incompatibile con lo statuto della BCE, né con i Trattati. Mai come prima la Grecia, esattamente 2 settimane fa, è stata sul punto di uscire dall’euro, ma non per questo si è temuta realmente la fine dell’Eurozona, anche se poco fa l’FMI ha avvertito che il rischio contagio non sarebbe stato del tutto scongiurato, a causa delle falle presenti nella costruzione monetaria europea.   APPROFONDISCI – Contagio per ora limitato sui mercati dell’Eurozona, ovvero la Grexit è più probabile   Con il “quantitative easing”, annunciato il 22 gennaio scorso e attuato sin dal 9 marzo, la BCE ha da un lato abbassato tutti i rendimenti sovrani ai minimi storici, ad eccezione di quelli della Grecia, dall’altro ha aumentato le rassicurazioni nei confronti del mercato sul fatto che, nel caso si realizzasse lo scenario peggiore per Atene, l’istituto avrebbe creato un cordone di sicurezza attorno all’Eurozona. Peraltro, Atene è per l’80% esposta verso istituzioni pubbliche, per il resto quasi del tutto verso il mercato domestico. Tuttavia, all’indomani del referendum in Grecia di questo mese si è formalmente sancito un principio opposto a quello su cui si basò 3 anni fa il miracolo di Super Mario: l’euro non è irreversibile. Già, perché al governo Tsipras è stato posto un duro aut-aut da parte della Germania e della stessa Commissione europea: o accetta le condizioni allegate a un terzo piano di salvataggio o i greci dovranno tornare ad usare la dracma. Lo stesso Draghi è stato oberato in questi mesi di un onere maggiore di quello che gli spetterebbe. In assenza di una politica decisionista e risolutiva a Bruxelles, i governi dell’Eurozona hanno scaricato su di lui la responsabilità di salvare o far fallire il sistema bancario ellenico e, quindi, di decidere se fare restare o uscire la Grecia dall’euro.   APPROFONDISCI – L’ammissione di Juncker: accordo basato sulla paura. In Germania si riparla di Grexit  

Banche Grecia, le critiche a Draghi

Con i fondi ELA, i prestiti di emergenza, Draghi si è esposto a critiche pesanti e contrapposte. Da un lato, gli si  rimprovera di avere chiuso i rubinetti della liquidità per i greci, dall’altro di averne sostenuto le banche oltre l’inverosimile. In sostanza, l’azione della BCE è stata politicizzata, nonostante il governatore abbia chiaramente espresso l’intenzione di non volersi assumere responsabilità finali sulla Grecia,  di competenza dei governi, quindi, frutto di scelte politiche. Sullo sfondo di queste critiche e di questi quasi 4 anni di guida dell’istituto resta il rapporto ambiguo con il principale azionista, la Germania. La cancelliera Angela Merkel ha sempre sostenuto pubblicamente l’operato di Draghi, pur limitandosi a dichiarazioni formali, data la linea seguita dalla politica tedesca di non commentare ciò che decide la banca centrale. Scontro aperto è stato, invece, con il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, che nei giorni scorsi gli ha chiesto di porre fine all’ELA. Di quel “whatever it takes” di 3 anni fa, quindi, rimane specialmente la crescente politicizzazione dell’operato della BCE, chiamata ad addossarsi responsabilità maggiori di quelle che le assegna lo statuto. E in fondo ai governi dell’Eurozona piace così. La credibilità di Draghi resta notoriamente superiore a quella della politica di Bruxelles, che esce a pezzi da oltre 6 mesi di sceneggiate tragicomiche con Atene.   APPROFONDISCI – Luttwak inveisce contro Draghi: è il peggiore di tutti, un venditore di droghe

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