L’Italia ha una ricca storia di patrimoniali ogni volta che sta in bancarotta

La proposta di Nicola Fratoianni e Matteo Orfini è stata bocciata per assenza di coperture, ma non saranno i tecnicismi a fermare una mentalità consolidata in Italia.

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La sfilza di patrimoniali in Italia

La proposta di un’imposta patrimoniale presentata da Nicola Fratoianni (Leu) e Matteo Orfini (PD) non s’ha da fare. L’emendamento alla legge di Bilancio è stato bocciato per “assenza di coperture”. Grazie a un tecnicismo, la maggioranza “giallo-rossa” ha evitato di impelagarsi in Parlamento in una misura altamente impopolare e che avrebbe rischiato di accentuare le tensioni tra PD da una parte e Movimento 5 Stelle e Italia Viva dall’altra, oltre che nello stesso PD, con il segretario Nicola Zingaretti furibondo per l’iniziativa a sorpresa di alcuni dei suoi deputati.

Sbaglia chi crede che il pericolo sia stato scampato, almeno non definitivamente. La patrimoniale in Italia è vecchia quanto l’unità nazionale. Fino al 1865 esisteva l’imposta prediale, che altro non era che un’imposizione fiscale si terreni e fabbricati. Successivamente, nacque la fondiaria, quella sui terreni. Serviva a finanziare le casse del Regno subito dopo le imprese belliche costosissime sostenute dai Savoia per unificare i vari staterelli nello Stivale sotto la loro guida.

Patrimoniale dopo mille bonus a debito, anche le opposizioni hanno colpe

Patrimoniali nella Seconda Repubblica

Venendo a tempi più recenti, tra Prima e Seconda Repubblica non si contano gli interventi per rimpinguare le casse statali con la previsione di patrimoniali. Era la notte tra il 9 e il 10 luglio del 1992, quando l’allora governo del premier Giuliano Amato, noto anche come “Dottor Sottile”, impose un prelievo forzoso del 6 per mille su tutti i conti bancari. Insieme all’ISI, l’imposta “straordinaria” sugli immobili appena introdotta, vennero raccolti 11.500 miliardi delle vecchie lire, circa 5,9 miliardi di euro, pari allo 0,6% del PIL. L’Italia era sull’orlo della bancarotta.

Quell’anno, il deficit superava il 10% del PIL, la lira di lì a poco venne sganciata dallo SME per fluttuare liberamente, cioè per svalutarsi, mentre l’economia l’anno successivo sarebbe andata in recessione, perdendo lo 0,9%.

Il prelievo forzoso di Amato rimane ad oggi il “furto” di stato più riuscito e mal digerito dagli italiani. Ma solamente 4 anni più tardi arrivava un’altra stangata, la famosa “eurotassa” di Romano Prodi. Era il 1996 e il deficit era sì sceso rispetto agli anni passati, ma sostava pur sempre al 6,6%, mentre per l’anno seguente sarebbe dovuto scendere a non più del 3% per entrare nell’euro. E così, come sempre quando un politico non sa come fare cassa, l’allora premier impose una sorta di addizionale IRPEF suddivisa in 5 scaglioni e fino a un’aliquota massima del 3,50%. Gettito fiscale: 4.300 miliardi, allora pari allo 0,2% del PIL. Tecnicamente, non si trattò di una patrimoniale, bensì di un aumento una tantum delle aliquote sui redditi. Il governo di centro-sinistra promise che l’avrebbe restituita del tutto sin dal 1998, ma quell’anno si ebbe solo una restituzione parziale (del 60%) e praticamente annullata dall’introduzione delle addizionali comunali e regionali IRPEF. Anche in quel caso, si disse che “i contribuenti più ricchi” avrebbero dovuto dare una mano al Paese per compiere l’agognato passo storico.

Conti bancari sotto 100.000 euro davvero sicuri da un prelievo forzoso?

Patrimoniale neppure necessaria per i conti pubblici, stavolta

E arriviamo a un altro “annus horribilis”: il 2011. Uscita dalla crisi finanziaria mondiale, l’Italia sta dirigendosi verso un’altra, cioè quella dei debiti sovrani. Al governo stavolta c’è il centro-destra e il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, non trova di meglio che cercare di migliorare i conti pubblici, attenzionati dai mercati, anche attraverso un “contributo di solidarietà” del 5% sui redditi eccedenti i 90 mila euro l’anno e del 10% sopra i 150 mila. Manco a dirlo, i mercati se ne infischiarono della misura, anzi bombardarono i BTp a colpi di spread e Tremonti, insieme al resto del governo di Silvio Berlusconi, fu costretto a svaligiare in fretta e furia.

Poche settimane dopo, arrivava a Palazzo Chigi il Prof Mario Monti, sostenuto da uno schieramento trasversale per “salvare l’Italia”. E lo fa a modo suo. Una sfilza di tasse seppellirà i contribuenti, dall’imposta sui conti bancari alle case, passando per le auto di grossa cilindrata alle imbarcazioni. Risultato? L’economia, già in recessione, ci resterà per ben 3 anni e perderà nel frattempo altri 5 punti e mezzo di PIL, mai più recuperati del tutto sino ad oggi.

Cosa differenzia la patrimoniale di PD-Leu dalle precedenti? Il fatto che sia stata proposta in assenza di una vera emergenza fiscale. Intendiamoci, i conti pubblici italiani non erano mai stati così negativi come adesso. Viaggiamo a un rapporto debito/PIL del 160%, il deficit dovrebbe superare il 10% e il PIL dovrebbe implodere del 10%. Ma lo stato non ha esigenze impellenti di fare cassa, riuscendo a indebitarsi a tassi mai così bassi, grazie ovviamente solo alla BCE. E la proposta non ha alcunché a che spartire con la previdenza di chi punta già a risanare i conti pubblici, perché se così fosse si dovrebbe mettere mano all’alta spesa pubblica, voce nella quale si annidano tanti sprechi ed impieghi improduttivi. Con una pressione fiscale ormai costantemente al 43%, di tutto la nostra economia avrebbe bisogno per ripartire, fuorché di un’ennesima tassa dal nome o meccanismo allucinato.

Quale effetti avrebbe una tassa patrimoniale sui BTp?

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