Lavoratori senza competenze e pochi laureati (in materie inutili), così l’Italia non riparte mai

I lavoratori italiani hanno competenze assai diverse da quelle richieste dalle aziende, alimentando un circolo vizioso, che alla lunga deprime la crescita economica.

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I lavoratori italiani hanno competenze assai diverse da quelle richieste dalle aziende, alimentando un circolo vizioso, che alla lunga deprime la crescita economica.

In economia, lo chiamano “labour mismatch”, letteralmente mancato incontro (tra domanda e offerta) del lavoro. In concreto, le aziende cercano personale, ma non lo trovano, almeno non con le competenze di cui necessitano. In genere, dovrebbe essere un fenomeno marginale, ma non è sempre così e potrebbe incidere negativamente sulle dinamiche economiche di un paese. Secondo un’indagine OCSE relativa al 2015, l’Italia sarebbe la prima tra le 19 economie avanzate analizzate per percentuale di disallineamento tra competenze dei lavoratori e quelle desiderate dalle aziende.

Il problema da noi riguarderebbe circa un terzo dei lavoratori, alla pari della Spagna, contro meno di un quinto degli USA, un quinto della Francia e poco più della Germania.

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In questo momento, in America esistono formalmente più posti vacanti (7 milioni) che disoccupati (6,2 milioni). Possiamo scommettere che parte di questo apparente paradosso sia legato proprio al “mismatch” relativo alle “skills” o competenze. Ma almeno gli americani possono consolarsi con il tasso di disoccupazione al 3,8%, ai minimi da quasi mezzo secolo, mentre non lo stesso può dirsi dell’Italia, dove un posto che rimane a lungo vacante assume i contorni di un crimine, considerando che da noi il tasso di disoccupazione sia ancora a doppia cifra e che quello di occupazione risulta tra i più bassi nel mondo avanzato, pari a poco più del 58% contro una media OCSE di 10 punti percentuali superiore.

Pochi laureati e in materie “sbagliate”

Peccato, perché lo stesso studio OCSE rilevi come l’Italia beneficerebbe più di tutti dall’eliminazione del gap tra competenze richieste e offerte. La nostra economia si gioverebbe di un 10% in più di produttività, superiore all’oltre 6% della Germania, al 3% della Francia e al quasi 3% degli USA. Maggiore produttività significherebbe due cose: salari più alti e maggiore crescita economica. Inizieremmo a colmare il divario che si è andato allargando nell’ultimo decennio verso le altre principali economie mondiali. Oggi, invece, circa un lavoratore su tre, non disponendo delle competenze richieste dall’azienda, di fatto provoca una produzione inferiore al potenziale, vale a dire un “sovraccosto” per unità di prodotto.

Cosa non va nel nostro mercato del lavoro? La bassa scolarizzazione media dei lavoratori. La percentuale di laureati nella fascia di età tra i 15 e i 64 anni si attestava nel 2017 al 16,3%, nettamente sotto il 27,7% della media UE. Tra gli uomini, il dato crolla a un imbarazzante 13,7%, record negativo europeo, mentre sale tra le donne al 18,9%, che le colloca solo al penultimo posto, superati in basso unicamente dalla Romania. Eppure, i tassi di disoccupazione tra i laureati italiani tendono ad essere circa doppi rispetto a quelli in Germania, segno che non solo vi sarebbero poche persone con un grado di istruzione alto, ma queste nemmeno riuscirebbero a capitalizzare dalla loro carenza numerica.

E qui si apre il secondo capitolo sullo “skills mismatch”. Di laureati in Italia ne abbiamo pochi e con titoli di studio perlopiù sbagliati. Troppi gli iscritti a scienze politiche e alle facoltà umanistiche, mentre risultano pochi quelli che frequentano corsi redditizi come economia, ingegneria, medicina e giurisprudenza. Chi esce da queste facoltà, esita uno studio condotto dall’Università Bocconi di Milano e JP Morgan, avrebbe un ritorno economico tra il 70% e il 100% in più di chi ha in tasca un titolo accademico di natura umanistica. Ne consegue che noi italiani saremmo di coccio. Ci lamentiamo che nemmeno con la laurea troviamo lavoro, ma insistiamo a frequentare corsi “inutili” a tal fine. Certo, le inclinazioni di un popolo non sono facili da cambiare. I tedeschi, ad esempio, trovano più naturale di altri stati iscriversi a ingegneria. Tuttavia, due le cose: o ci auto-condanniamo alla disoccupazione – e nel caso evitiamo di piangerci addosso e di puntare il dito contro il solito “sistema” – o ci adeguiamo alla struttura produttiva nazionale.

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La condanna alla bassa crescita

Su quest’ultimo punto, bisogna ammettere che non arrivino grossi stimoli positivi. Le imprese italiane sono mediamente di dimensioni piccole, se non minuscole.

Per decenni, queste caratteristiche hanno fatto la fortuna della nostra economia, attirando le attenzioni e le invidie di chi nel resto del mondo ha lodato l’ingegno e la fantasia diffusi tra gli italiani. Con la globalizzazione, però, è iniziata un’altra storia: se produci beni a basso contenuto tecnologico, ti esponi alla concorrenza delle economie emergenti come la Cina e, fatte salve le produzioni di nicchia, non puoi certo pensare di vincere sui costi, quando il salario medio altrove è una frazione del nostro. Specializzazione sarebbe la risposta alla crisi, ma le pmi sono spesso sprovviste di capitali e competenze, oltre che di una governance adeguata, per conquistare nuovi mercati o anche solo per difendere le posizioni acquisite in passato. Da qui, la cronica bassa domanda di laureati, che finisce per innescare un circolo vizioso, segnalando ai giovanissimi che studiare oltre le superiori non abbia granché senso.

In effetti, molti di quanti oggi intraprendono la carriera universitaria lo farebbero per due ragioni: rinviare l’appuntamento con la ricerca (difficile) di un posto del lavoro, come nel caso di molti giovani meridionali; puntare sul pubblico impiego. Solo così si spiegherebbe l’elevata concentrazione di iscritti in lingue, lettere, filosofia, scienze politiche, etc. L’obiettivo di molti sarebbe il tanto ambito concorso pubblico, magari per una carriera di insegnante. Questa situazione da tempo, però, acuisce le criticità del nostro mondo del lavoro: distanze siderali tra scuola e lavoro = bassa produttività = bassa occupazione = bassi salari = bassa crescita.

Vero è che se riuscissimo a sfruttare il nostro dominio incontrastato nel mondo riguardo ai beni culturali (possediamo i due terzi del patrimonio UNESCO), persino nella sfera pubblica avremmo modo di impiegare proficuamente e in modo più produttivo per l’economia decine di migliaia di giovani con competenze storico-umanistiche. Ma la legge dei grandi numeri non lascerebbe scampo: o gli italiani si adeguano al mercato del lavoro o dovranno confidare che siano le imprese a fare un passo in avanti verso l’innovazione.

Potrebbero incontrarsi a metà strada, purché da una parte e dall’altra si inizino a compiere passi veloci. E aldilà delle tanto sbandierate riforme, restiamo fermi e non investiamo nel nostro futuro o lo facciamo seguendo canoni superati dalla storia, nell’uno e nell’altro caso. E alla fine ci ritroviamo magari a postare sui social frasi sprezzanti contro il sistema italico dalla cucina di un ristorante londinese, dove laviamo i piatti con una laurea in tasca, soddisfatti di uno stipendio che mai nello Stivale si sarebbero sognati di offrirci. Peccato che basti solo a pagare l’affitto di un tugurio.

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