La ristrutturazione del debito pubblico italiano farebbe saltare l’euro

La riforma del Fondo salva-stati minaccia la stessa sopravvivenza dell'euro con la previsione di una previa ristrutturazione del debito pubblico per chiedere aiuto in caso di crisi.

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La riforma del Fondo salva-stati minaccia la stessa sopravvivenza dell'euro con la previsione di una previa ristrutturazione del debito pubblico per chiedere aiuto in caso di crisi.

Banca d’Italia corregge il tiro sulle critiche espresse dal suo governatore Ignazio Visco sulla riforma del Meccanismo di Stabilità Europeo, il cosiddetto Fondo salva-stati. Palazzo Koch sostiene di non avere delineato alcuna bocciatura, né intravisto alcuna ristrutturazione del debito pubblico, essendo la previsione già oggi contenuta nei trattati.

Semmai, ha spiegato, è stata espressa perplessità sul compimento di nuovi passi senza una revisione complessiva della governance dell’euro. L’ente sta evidentemente cercando di non aizzare il fuoco delle polemiche contro la riforma del MES, sotto il tiro incrociato di opposizioni e parte della maggioranza stessa (Movimento 5 Stelle).

Cosa prevede la riforma e perché minaccia la sopravvivenza dell’euro? Essa subordina la concessione di aiuti finanziari a paesi in difficoltà sui mercati al rispetto delle regole fiscali. Poiché questo restringerebbe il cerchio agli stati che con ogni probabilità dei fondi del MES non avrebbero bisogno, tali aiuti vengono previsti anche per gli altri, a patto di accettare una previa ristrutturazione del debito pubblico. E il MES stilerebbe in partenza una lista dei titoli di stato, che a suo avviso sarebbero i candidati a tale ristrutturazione.

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Rischio spread con riforma MES

Inaccettabile. Così com’è stata concepita, la riforma accentuerebbe sui mercati finanziari le distanze tra paesi virtuosi e altri tacciati di essere in stato di pre-default, ai quali verrebbero richiesti rendimenti più alti per scontare il rischio, con la conseguenza di far avverare la profezia. Gli spread si allargherebbero, i margini di manovra fiscali delle economie in difficoltà si restringerebbero nel caso di rallentamento o recessione e si tornerebbe presto a una nuova, potente e definitiva crisi dei debiti sovrani.

La Germania ambisce a replicare il discutibile capitolo del “bail-in”, stavolta a carico degli stati membri dell’euro, non nutrendo più speranze sul risanamento dei conti pubblici italiani e sul conseguente abbattimento del rapporto tra debito pubblico e pil, oggi il secondo più alto d’Europa dopo la Grecia.

I tedeschi stanno sottovalutando, però, le ripercussioni delle loro stramberie. Se la riforma passasse, i mercati verrebbero quasi indotti a disinvestire in paesi come l’Italia. Le stesse banche nostrane, per dichiarazione del presidente Abi, Antonio Patuelli, hanno avvertito che cesserebbero di acquistare BTp senza adeguate garanzie.

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L’uscita dell’Italia dall’euro

L’esito probabile di una tale revisione del MES sarebbe, dunque, l’allontanamento ulteriore dell’Italia dalla testa di serie dell’euro. La ristrutturazione del suo debito pubblico, a quel punto, diverrebbe molto più vicina nel tempo e probabile, imponendo un costo politico elevatissimo ai nostri governi per restare nell’euro. Una cosa è difendere la moneta unica con la motivazione che essa serva proprio a tutelari i risparmi, un’altra sarebbe farlo mentre milioni di famiglie italiane perderebbero fior di miliardi per via del taglio delle cedole, del valore nominale dei BTp e dell’allungamento delle scadenze. Le stesse banche “brucerebbero” parte dei loro attuali 400 miliardi investiti in titoli governativi tricolori, presterebbero molto meno denaro a imprese e famiglie e la crisi dell’economia dilagherebbe.

Per l’Italia, un simile evento segnerebbe la fine della permanenza nell’euro. I partiti “sovranisti”, che già oggi rappresentano la netta maggioranza degli elettori, farebbero il pieno e quelli europeisti sparirebbero come neve al sole. E l’uscita dall’area dell’Italia sarebbe la fine dell’euro, perché a quel punto non solo il rischio di contagio s’impennerebbe altrove, a partire da Grecia, Portogallo e Spagna, ma anche la stessa idea di moneta unica perderebbe di significato, ponendosi semmai l’esigenza di come gestire le relazioni di cambio tra i rimanenti 18 stati dell’Eurozona.

La Germania sta scherzando col fuoco, e non è la prima volta. Forse, lo fa a ragion veduta, essendo tra i pochissimi membri del club euro a potersi permettere che tutto si sfasci per tornare alle vecchie monete nazionali o per costruire almeno due aree al posto di quella attuale, con un euro del nord abbracciato anche da Olanda, Austria, Finlandia, Lussemburgo e Francia, e uno del sud per paesi come Italia, Grecia, Spagna e Portogallo.

Il rischio non calcolato sta nell’automatica distruzione anche dell’Unione Europea nel caso di sparizione dell’euro. La Brexit è ancora in corso di svolgimento e non è detto che resti senza proseliti, una volta che sarà realizzata.

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