Fondo salva-stati, ecco perché è una grossa fregatura per i risparmiatori italiani

La riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità allarma persino Banca d'Italia e rappresenta una grande minaccia per il nostro debito pubblico e i risparmi in esso investiti. Ecco perché la politica a Roma si divide e il governo Conte è sotto attacco.

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La riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità allarma persino Banca d'Italia e rappresenta una grande minaccia per il nostro debito pubblico e i risparmi in esso investiti. Ecco perché la politica a Roma si divide e il governo Conte è sotto attacco.

La riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), anche noto come Fondo salva-stati, divide profondamente la politica italiana e mette in allarme la Banca d’Italia, che nei giorni scorsi ha parlato tramite il suo governatore Ignazio Visco di “grossi rischi” per il nostro Paese. Di cosa si tratta? Il MES nasce come stabilizzazione del precedente fondo europeo Efsf, nato nel 2011 sull’emergenza dei salvataggi di Grecia, Irlanda e Portogallo. Il suo intento è stato, quindi, di dotare l’Unione Europea di risorse pronte e sufficienti per affrontare eventuali nuove criticità finanziarie in futuro.

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In questi mesi, è in corso una revisione della sua fisionomia. Anzitutto, nel caso di bisogno, potranno accedere alla sua assistenza finanziaria solamente gli stati che posseggano i seguenti tre requisiti: deficit sotto il 3% del pil, nessuna infrazione per deficit eccessivo in corso, rapporto debito/pil sotto il 60%. Così facendo, però, la stessa efficacia del MES verrebbe meno, visto che uno stato potrebbe chiedere aiuto solamente nel caso in cui già le sue condizioni finanziarie fossero sostanzialmente buone.

BTp a rischio ristrutturazione con riforma MES

Tuttavia, arriva la postilla, che sembra essere la classica pezza peggiore del buco: potranno accedere al MES anche gli stati che non rispettino i suddetti requisiti, purché accettino previamente la ristrutturazione del debito pubblico. Anzi – e qui si sfiora la pericolosa idiozia – il MES condurrà un’analisi preventiva sulla sostenibilità dei singoli debiti degli stati, così da offrire sin da subito un’idea di quali sarebbero eventualmente quelli soggetti a ristrutturazione. Proprio questi aspetti mettono in allarme Roma, che detiene il secondo più alto rapporto debito/pil d’Europa e che, stando alla riforma, non rientrerebbe teoricamente tra gli stati oggetto di un salvataggio, a patto di accettare la ristrutturazione.

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Secondo Bankitalia e parte consistente del mondo politico (le opposizioni e il Movimento 5 Stelle), così l’Italia rischia di subire una crisi automatica dello spread, in quanto nessun investitore comprerebbe più BTp agli attuali livelli di rendimento medio-bassi, dovendo scontare un rischio di ristrutturazione accresciuto proprio dalle condizioni del MES. In altre parole, nato per fronteggiare le crisi, il fondo arriverebbe a provocarle, segnalando ai mercati finanziari quali sarebbero i titoli del debito maggiormente a rischio ristrutturazione.

E c’è da dire che il MES, ancor prima di una riforma in sé affatto semplice da varare, essendo necessario l’accordo di tutti i 19 stati membri dell’Eurozona, da anni viene considerato uno strumento inadeguato e persino paradossale per un membro come l’Italia. Il nostro Paese ha versato già oltre 14,3 miliardi di euro a titolo di capitale e su un totale di 125 miliardi di impegni. Sommando anche i versamenti al vecchio Efsf, arriviamo alla cifra di 58,2 miliardi. Eppure, nel caso di bisogno, non potremmo bussare alla porta dell’apparato che abbiamo finanziato profumatamente, se è vero che da anni l’amministratore delegato del MES, il tedesco Klaus Regling, sostiene che l’Italia sarebbe troppo grande da salvare, cioè che le risorse del fondo risulterebbero insufficienti.

MES inutile e pure dannoso per l’Italia

In sintesi, l’Italia finanzia sin dal 2011 i salvataggi di tutto il resto dell’Eurozona e contribuisce a stabilizzarne le condizioni finanziarie sui mercati, senza che questi stessi possano scontare un minore rischio sovrano per i BTp, in quanto consapevoli, per espressa dichiarazione del MES, dell’insufficienza delle sue risorse nel caso necessitassimo di assistenza. Poiché oltre il 70% dei BTp risulta in mano agli stessi investitori italiani, come sistema-Paese stiamo rischiando di subire l’imposizione di una ristrutturazione ordinata dall’alto per un verso e il deterioramento del sentiment di mercato per l’altro.

Rassicura poco che il premier Giuseppe Conte abbia spiegato che l’Italia voterebbe la riforma solo se contenuta all’interno di un pacchetto, che includa tra l’altro l’unione bancaria. Non è accettabile, quale che fosse la contropartita, una riforma che abbia il senso di additare il debito pubblico italiano come insostenibile e che provochi, pertanto, un incremento della sfiducia verso i BTp, che insieme alla Grecia risultano già i titoli più bistrattati sul mercato europeo. La china che stiamo prendendo sul fronte della riforma appare molto pericolosa e fa il paio con la pretesa della Germania di imporre alle banche nell’area una valutazione non più “risk free” per i titoli pubblici detenuti e differenziata sulla base del rating. Un doppio fronte di attacco, che avrebbe come unico esito reale di fare esplodere i rendimenti sovrani italiani, portando l’intera Eurozona sull’orlo di un nuovo precipizio.

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