Debito pubblico italiano e vincolo esterno: l’unica verità di Savona sull’euro

Il debito pubblico italiano è percepito sui mercati meno credibile di altri e Paolo Savona, neo-presidente Consob, forse ha centrato il punto sul perché. Riguarda il modo in cui siamo entrati nell'euro.

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Il debito pubblico italiano è percepito sui mercati meno credibile di altri e Paolo Savona, neo-presidente Consob, forse ha centrato il punto sul perché. Riguarda il modo in cui siamo entrati nell'euro.

La scorsa settimana, il presidente della Consob, Paolo Savona, ha tenuto un discorso piuttosto irrituale sul debito pubblico italiano e, in generale, sulla politica fiscale. Ha fatto scalpore l’affermazione, secondo cui il nostro debito potrebbe arrivare al 200% del pil, senza che venissero minacciati gli obiettivi di politica economica e sociale dell’Italia. Non concordiamo affatto sul pensiero del già ministro nel governo Ciampi e ultimamente con Giuseppe Conte.

Su un punto, tuttavia, l’economista avrebbe centrato il problema: il vincolo esterno. Egli ha rimproverato alla classe dirigente del Bel Paese di ricorrervi come strumento per cercare di centrare i target fiscali.

Debito pubblico al 200%: le parole di Savona tra provocazione, rischi e utopia 

Cosa significa? L’Italia firmò l’ingresso nell’euro nel 1992 con il Trattato di Maastricht per fuggire dall’incubo da essa stessa creato, composto da un mix micidiale di alta inflazione e conti pubblici fuori controllo, questi ultimi frutto sin dalla fine degli anni Ottanta più dell’impennata della spesa per interessi, fino a toccare il 12% del pil. In estrema sintesi, il debito pubblico italiano veniva percepito sia dagli stessi cittadini che dagli investitori esteri come carta straccia, essendo devastato da una crescita dei prezzi interni nettamente superiore alla media europea, nonché da svalutazioni frequenti della lira contro il marco tedesco e, a valanga, tutte le altre valute.

L’adesione all’euro si suppose che avrebbe funto da vincolo esterno, cioè che i governi a Roma sarebbero stati costretti dall’Europa a fare quanto da soli non sarebbero riusciti, poiché le misure richieste per risanare l’economia italiana risultavano impopolari. Insomma, serviva un pungolo, un incentivo o, se vogliamo, una minaccia dall’esterno che ci spingesse a tagliare la spesa e/o ad aumentare le entrate e a fare le riforme per crescere di più e meglio. Già all’atto della firma del Trattato, però, l’Italia iniziava a registrare i suoi primi avanzi primari, aprendo un ciclo virtuoso unico in Europa.

Debito pubblico emesso da uno stato italiano poco credibile

In un certo senso, ancor prima di pensare di abbandonare la lira, i famosi “compiti a casa” li stavamo facendo da soli, anche se i risultati sono arrivati in misura inferiore alle attese, se è vero che alla vigilia della crisi finanziaria del 2008, il rapporto debito/pil continuava a sostare sopra il 100% e la spesa per interessi risultava decisamente superiore alla media europea, anche tenuto conto del livello maggiore di indebitamento.

I mercati non si sono fidati del tutto di noi, nemmeno quando abbiamo loro dimostrato di volerci comportare meglio e sotto l’ombrello dell’euro. Perché? Qui, Savona potrebbe aver detto una verità. Gli investitori, italiani e stranieri, sanno che l’Italia sia l’unico membro dell’Eurozona, dove il vincolo esterno viene considerato nel dibattito politico come il Sacro Graal della politica fiscale.

I minibot del governo aumentano il debito pubblico? Perché sarebbero carta straccia?

Non esiste che in Francia o in Spagna o in qualsiasi altro stato dell’euro un esponente di governo o del Parlamento dichiari che bisogna fare questa, piuttosto che quest’altra cosa, “altrimenti i mercati ci puniscono”. E non esiste che le istituzioni stesse trovino il convincimento delle loro azioni nel vincolo esterno, vale a dire lo spread sui mercati e le bacchettate dei commissari sul piano politico. Che credibilità ha una Repubblica, che ritiene di non essere capace di per sé di fare buona politica, se non aderendo a trattati internazionali e i suoi rappresentanti lo dichiarino esplicitamente in situazioni finanche ufficiali? Comprereste mai debito di un soggetto che vi dica chiaro e tondo che quel che fa lo fa solo perché costretto e non perché convinto?

Il debito pubblico italiano varrebbe meno di quello dei competitor europei nella percezione dei mercati, semplicemente perché viene emesso da uno stato che non crede a sé stesso, che trova al di fuori dei suoi confini la legittimazione per le sue azioni. Siamo un caso unico al mondo, oltre che clinico.

Il ricorso al vincolo esterno, pur quando sia adoperato per ragioni positive, nei decenni ci ha deresponsabilizzati, creando un dibattito surreale tra quanti propinino soluzioni demagogiche abbracciando il concetto di sovranità nazionale e quanti oppongano le ragioni dei trattati, pur segnalando spesso di non credervi o di ritenerli inadeguati. Non siamo credibili, perché siamo i primi ad ammettere che non lo saremmo senza euro e annessi patti fiscali più o meno demenziali e burocrati al limite della psicopatia. E lo spread conferma che siamo arrivati a un bivio e che o ripensiamo a come collocarci nell’unione monetaria o meglio sarebbe prendere atto della nostra inadeguatezza, con tutte le conseguenze del caso.

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