L’Italia nell’euro e il fallimento del “vincolo esterno”

Il vincolo esterno è stata una scommessa perduta per la classe dirigente italiana. L'ingresso nell'euro non ha riformato l'economia italiana e adesso ci attendono scelte difficili.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il vincolo esterno è stata una scommessa perduta per la classe dirigente italiana. L'ingresso nell'euro non ha riformato l'economia italiana e adesso ci attendono scelte difficili.

Dopodomani, la BCE probabilmente annuncerà la fine degli stimoli monetari, noti con l’espressione di “quantitative easing”. Dall’inizio dell’anno prossimo, quasi certamente Francoforte non acquisterà più titoli di stato e altri assets dell’Eurozona, lasciando che i prezzi dei bond vengano fissati dall’incontro tra domanda e offerta sul mercato. In sostanza, il nostro debito pubblico, così come quello degli altri 18 stati dell’area, tornerà ad essere valutato per i suoi fondamentali. I primi chiari di luna non appaiono incoraggianti. I nostri rendimenti decennali sono schizzati al 2,8% da circa l’1,8-1,9% di un mese fa. Peggio è andata sulle scadenze brevi, con i biennali ad essere esplosi dal -0,07% all’1,05% odierno, dopo essere arrivati fino al 2,45% a fine maggio, avvicinandosi pericolosamente ai livelli sui 10 anni. Il rischio di rivivere l’incubo del 2011, quando un improvvido rialzo dei tassi da parte della BCE mandò i mercati nel panico, scatenando la devastante crisi degli spread nel sud dell’Eurozona, è più che reale. Rispetto ad allora, poi, vi sarebbero molte meno munizioni nella “cassetta degli attrezzi” di Mario Draghi, che ha già azzerato i tassi e inondato di liquidità i mercati.

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Ad ogni modo, aldilà delle responsabilità di Roma, l’euro mostra di avere fallito laddove si presumeva che dovesse funzionare: il vincolo esterno tanto invocato e desiderato in Italia, ma anche altrove, negli anni Novanta. Orde di economisti e politici ritennero sinceramente alla fine della Prima Repubblica, che i mali della nostra economia non potessero essere curati in casa. Il debito pubblico risultava raddoppiato rispetto al pil in meno di un quindicennio al 114%, l’inflazione restava alta, pur scendendo dalla doppia cifra a cui si era attestata in gran parte degli anni Ottanta, la lira veniva svalutata regolarmente dalla Banca d’Italia a fini competitivi, perdendo l’80% in un trentennio contro il marco tedesco, mentre il grosso dell’industria continuava ad essere controllato dallo stato e si reggeva su impianti monopolistici, chiaramente a discapito dell’efficienza e della crescita.

La decadenza della classe politica spinse a pensare che non fosse possibile riformare l’Italia dall’interno. Tangentopoli aveva fatto emergere ufficialmente il sistema di intrecci tra politica ed economia e la specificità tutta negativa del nostro modo di concepire i rapporti tra stato e imprese, tra politica e cittadini. L’idea dell’euro parve quasi una prospettiva miracolistica per l’élite nazionale, una scorciatoia per rendere il nostro Paese come gli altri grandi d’Europa. Il ricorso al vincolo esterno avrebbe funzionato, almeno questa è stata la grande scommessa. I conti pubblici sarebbero stati risanati grazie agli accordi sottoscritti a Maastricht, l’inflazione sarebbe stata tenuta sotto controllo delegando la politica monetaria alla BCE e il cambio stabile e forte ci avrebbe difesi dalle fluttuazioni ormai croniche e devastanti della lira dell’ultimo ventennio.

Dal sogno all’incubo

All’inizio di questa avventura, i fatti sembrarono andarono nella direzione auspicata. I primi governi della Seconda Repubblica (Berlusconi-Dini-Prodi) tagliarono il deficit, la spesa per interessi più che si dimezzò al 5% del pil in poco tempo, l’inflazione convergette intorno al 2% e gli stessi tassi d’interesse crollarono ai livelli tedeschi o poco più. L’Italia si era “normalizzata”, lasciandosi alle spalle 20 anni di caos economico, frutto di governi deboli e alle prese con disordini più o meno drammatici, come il terrorismo rosso prima, la mafia stragista e il consociativismo esasperato dopo. Tuttavia, al miglioramento dei dati macro non ne corrispose uno per le condizioni di vita degli italiani, anzi iniziò ad accadere esattamente il contrario. L’economia s’inceppa, ristagna, i redditi pure. L’occupazione non migliora, contrariamente a quanto avviene nel resto d’Europa, mentre il nostro debito pubblico, pur stabilizzandosi a poco più del 100% del pil prima del 2008, non arretra. L’assenza di riforme economiche, infatti, si fa sentire. Il solo euro non basta e si trasforma da grande opportunità storica di ammodernamento a gabbia.

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Con la crisi finanziaria mondiale, il quadro si evolve negativamente: debito pubblico ai massimi storici sopra il 130%, recessione profonda e per la prima volta dall’ingresso nell’unione monetaria, i mercati iniziano a percepire nuovamente il rischio sovrano sull’Italia, reclamando rendimenti nettamente superiori a quelli tedeschi. A quel punto, la moneta unica cessa di mostrare i suoi benefici per la nostra economia. Se torniamo a pagare di più per emettere BTp, cosa ci è rimasto di positivo per restare nell’euro? Semplificazione massima, che in assenza di risposte politiche credibili e immediate e di cure impopolari al motto di “ce lo chiede l’Europa” si è tradotta in una domanda dal basso piuttosto pressante. Coloro che avevano scommesso sulla riformabilità dell’Italia grazie al vincolo esterno sono costretti a ricredersi; al contrario, Roma ha scaricato su Bruxelles i propri fallimenti e a sua volta Bruxelles si è mostrata molto meno lungimirante del disegno originario che aveva dato vita all’euro: l’area è pian piano passata dall’essere un club di economie convergenti a una sommatoria tra creditori e debitori che si guardano in cagnesco tra loro e con interessi confliggenti.

L’aspetto peggiore di questo racconto sta nel finale. Non potrà essere a lieto fine, quali che saranno le scelte dell’Italia e/o del resto dell’Eurozona nei prossimi anni. Se tornassimo alla lira, attraverseremmo una fase più o meno lunga di aggiustamenti economici, caratterizzati da svalutazione, inflazione alta, recessione e fuga dei capitali, nonché presumibile caos politico-istituzionale in un Paese come il nostro, dove l’instabilità in sé è una regola. Se restassimo nell’euro, saremmo costretti prima o poi a varare riforme per tornare a crescere, ma con implicazioni sociali immediate non indifferenti, dato che dovremmo tagliare la spesa pubblica per risanare i conti, flessibilizzare davvero il mercato del lavoro, riformare la giustizia e tagliare le sacche di assistenzialismo e di sprechi che si annidano nella Pubblica Amministrazione. Se, infine, restassimo nell’euro senza far nulla, proseguiremmo lungo la strada del declino economico e sociale fino ad arrivare a una vera rivolta interna, con esiti drammatici sia per la tenuta delle nostre istituzioni, sia per i rapporti con Bruxelles. Il vincolo esterno è stato un boomerang. Non puoi pensare di far correre un asino come un cavallo per il solo fatto di chiuderlo in una stalla.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Crisi Euro, Economia Italia