I minibot del governo aumentano il debito pubblico? Perché sarebbero carta straccia?

Le risposte sui minibot e il debito pubblico. Ecco perché i rischi della loro emissione sarebbero potenzialmente molto superiori ai benefici.

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Le risposte sui minibot e il debito pubblico. Ecco perché i rischi della loro emissione sarebbero potenzialmente molto superiori ai benefici.

Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, condanna la mozione approvata due venerdì fa dalla Camera dei Deputati (all’unanimità, salvo ritiro postumo dell’appoggio da parte del PD), che impegna il governo a saldare i debiti della Pubblica Amministrazione, stimati in 54 miliardi di euro, attraverso anche l’emissione di “titoli di stato di piccolo taglio”, noti anche come “minibot”, il nome con cui da qualche anno li chiama il suo proponente, l’attuale presidente della Commissione Bilancio alla Camera, Claudio Borghi, noto economista anti-euro.

La questione è diventata così rilevante, che lo scorso giovedì il governatore Mario Draghi li ha definiti “o soldi, quindi, illegali, oppure titoli di stato, per cui aumentano il debito pubblico”, italiano s’intende.

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Davvero i minibot aumentano il debito dell’Italia? A rigore, no. Il debito esiste già ed è quello che la Pubblica Amministrazione ha nei confronti delle imprese creditrici. Decine di migliaia di fatture, che gli enti locali e dello stesso stato emette e, però, non riesce a saldare nei tempi previsti. Se questi debiti fossero BTp, l’Italia sarebbe formalmente in default permanente da anni. Pertanto, l’emissione di questi minibot equivarrebbe a una “cartolarizzazione” dei debiti della P.A.

Minibot carta straccia?

Tuttavia, sul piano contabile le fatture commerciali non saldate non vengono computate tra il debito pubblico. Viceversa, nel momento in cui lo stato emettesse minibot per la loro copertura, trasformerebbe prima o dopo tali passività in debito finanziario, che andrebbe ad ingrassare quella montagna da 2.322 miliardi di euro al 31 dicembre scorso. Perché? Se lo stato emette titoli con cui l’impresa creditrice potrà pagare le imposte (entro un numero massimo di anni o senza scadenza), nel momento in cui essi verranno usufruiti, registrerà un ammanco di entrate fiscali in denaro, per cui si creerebbe a bilancio un deficit, potenzialmente pari quanto all’intero passivo delle fatture non saldate, cioè i 54 miliardi di cui sopra.

Perché i minibot sono moneta parallela e rischiano di farci uscire dall’euro

Sempre in teoria, questo non dovrebbe accadere, perché i debiti commerciali della P.

A. sarebbero solo ritardi e non inadempienze definitive. In altre parole, queste fatture, pur qualche mese dopo la scadenza, dovranno essere pagate. Stando così le cose, ammetteremmo che i minibot si rivelerebbero utili per iniettare immediata liquidità nel sistema, impedendo alle imprese creditrici di andare a gambe per le inadempienze del settore pubblico, magari potendoli monetizzare anche subito, cedendoli a banche o società di factoring o persino privati, non costretti, però, formalmente ad accettarli.

Il problema è che le cose effettivamente stanno peggio. Se si trattasse semplicemente di anticipare di qualche mese il pagamento delle fatture, basterebbe raccogliere liquidità a breve sui mercati, come di consueto avviene con l’emissione dei BoT, titoli di stato che hanno una durata massima di 12 mesi e minima di 3 mesi. Una volta che l’ente debitore saldasse il suo debito con lo stato che ha anticipato il pagamento, nessun deficit aggiuntivo verrebbe contabilizzato. Che bisogno vi sarebbe di emettere minibot? Il punto è proprio questo: molti di questi 54 miliardi di debiti commerciali non sappiamo se e quando verranno saldati. In altre parole, i minibot rischiano di essere titoli rappresentativi di crediti almeno parzialmente inesigibili, sostanzialmente carta straccia solo formalmente dal valore nominale pari a quello indicato su di essa. Non a caso, i giovani di Confindustria li hanno definiti “soldi del monopoli”

Rischi di azzardo morale

Per non parlare del fatto che un ente – pensiamo a un comune in crisi come Roma – vedendosi non più pressato dai creditori soddisfatti dallo stato, nemmeno si affannerebbe più di tanto a recuperare le risorse con cui saldare le fatture, per cui questo meccanismo rischia di favorire comportamenti di azzardo morale, ossia di lassismo fiscale. In parole povere, un comune riparerebbe subito una strada, facendo felici i residenti e appaltando i lavori a un’impresa, la quale finirebbe in ultima istanza per essere pagata dal Tesoro tramite i minibot.

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Per quanto un minibot da 5 euro valesse formalmente tale importo, per quanto sopra detto i privati tenderebbero a valutarlo di meno, scontando il rischio che trattasi di un titolo emesso a copertura di un credito dubbio, magari prezzandolo 4, 3, 2 euro. La distanza tra valore nominale e valore di mercato di tali titoli fornirebbe agli stessi investitori in BTp una misura attendibile del rischio sovrano, finendo per alimentare la speculazione sulla sostenibilità dello stock di debito pubblico, quello vero. In sostanza, l’idea nasce per ragioni apparentemente nobili, sebbene lo stesso Borghi li propugni quale anticamera per uscire dall’euro. In ogni caso, finirebbe davvero per metterci sulla strada dell’Italexit, perché i minibot sarebbero percepiti in tutto e per tutto una moneta parallela all’euro, una via di mezzo tra restare nell’Eurozona e tornare alla lira.

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