La protesta dei pastori sardi sul prezzo del latte di pecora conferma la schizofrenia d’Italia

I pastori sardi protestano contro il prezzo del latte di pecora, giudicato troppo basso e incapace di tenere testa ai costi. Già si parla di prezzo minimo e di quote per il formaggio pecorino, ma le soluzioni vere sarebbero altre.

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I pastori sardi protestano contro il prezzo del latte di pecora, giudicato troppo basso e incapace di tenere testa ai costi. Già si parla di prezzo minimo e di quote per il formaggio pecorino, ma le soluzioni vere sarebbero altre.

Sono giorni piuttosto movimentati in Sardegna, dove i pastori sono in agitazione contro l’industria casearia per chiedere un rialzo del prezzo del latte di pecora. Da giorni, i blocchi stradali e il riversamento di tonnellate di latte in strada sono diventate immagini consuete.

Chi protesta sostiene che sarebbe diventato impossibile sopravvivere ai prezzi bassi imposti dall’industria, scesi a 60 centesimi al litro, dagli 85 centesimi di fine 2017 e dimezzati rispetto a due anni fa. Confagricoltura da loro ragione, sostenendo che il prezzo minimo non dovrebbe essere inferiore a 1 euro al litro, IVA esclusa. La regione ha convocato un tavolo di confronto e chiede ai pastori sardi di non abbandonare le trattative e di rinunciare all’uso della violenza. Nel frattempo, il governo Conte si sta precipitando sull’isola per cercare di fornire risposte a una protesta, che rischia di avere strascichi politici importanti. Coincidenza del caso, tra due domeniche si terranno le elezioni regionali in Sardegna.

Zucchero come quote latte?

Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha aperto ai pastori con la proposta di un prezzo minimo per evitare abusi lungo la filiera. Il ministro dell’Agricoltura, Gian Marco Centinaio, è andato giù duro contro il Consorzio di tutela del formaggio pecorino, sostenendo che non starebbe svolgendo adeguatamente il proprio lavoro, consentendo l’ingresso di latte pecorino rumeno nell’isola.

I numeri del latte pecorino

La Sardegna è una terra di pastorizia, con 2,6 milioni di pecore allevate, pari al 40% del totale nazionale, in grado di produrre 3 milioni di tonnellate di latte all’anno, di cui il 60% dedito al pecorino romano Dop. E pare che proprio l’eccesso di produzione di pecorino romano nell’annata casearia 2017/2018 sia stato la causa scatenante della crisi dei prezzi: 34.127 tonnellate, il 22,5% in più del 2016/2017, anche se meno rispetto alle 35.632 tonnellate del 2015/2016. Ad ogni modo, pare che di formaggio pecorino ve ne sia già tanto e questo avrebbe fatto collassare i prezzi del latte ovino, provocando le vivaci proteste di queste settimane.

E così, si torna a parlare di prezzo minimo e di quote formaggio pecorino, quando già esistono su base volontaria quelle del parmigiano, al fine di evitare che la concorrenza sulle quantità prodotte porti a un ribasso dei prezzi.

Eppure, siamo lo stesso Paese, che non più tardi di qualche anno fa protestava con altrettanta vivacità contro le quote latte decise un trentennio fa su base europea. Gli allevatori del nord-est sono stati da sempre contrariati per quei 4,5 miliardi di euro in multe loro comminate e che lo stato italiano ha pagato al posto loro. Erano frutto dell’infrazione ai massimali da produrre e assegnati a ciascuna stalla. L’obiettivo della norma UE era di sostenere i prezzi del latte, in modo da consentire anche alle stalle più piccole di non sparire. Le quote latte non esistono più dall’aprile del 2015 e con l’avvicinarsi di tale data, gli stessi agricoltori che inveivano contro Bruxelles marciando sui trattori verso Roma si scagliavano per la paura che la fine di queste limitazioni portasse a un tracollo ulteriore dei prezzi.

Quote latte, addio. Vediamo cosa significa per i produttori e i consumatori italiani

Non è accaduto nulla di simile. Nel 2014, il prezzo di un ettolitro di latte in Italia era di 42 euro, l’anno successivo scese a 36, nel 2016 si ridusse ancora a 35, salvo successivamente risalire fino ai 41 euro di queste prime settimane del 2019, uno dei livelli più alti di sempre. Adesso, si vorrebbe imitare un provvedimento evidentemente fallimentare per cercare di risolvere il problema esposto dai pastori sardi. Si accettano scommesse sul disastro che ne seguirebbe, tra infrazioni alle quote predeterminate e prezzi inarrestabilmente calanti.

Quali soluzioni reali

Le proteste in sé appaiono giustificate, le soluzioni esibite dalla categoria di rappresentanza e dalla politica no. Nei primi 10 mesi del 2018, le esportazioni di formaggi pecorini negli USA sono cresciute dei due terzi a 1.000 tonnellate. Il formaggio pecorino romano incide per il 52% delle esportazioni in UE del totale dei formaggi pecorini prodotti in Europa, per cui la soluzione indicata giorni fa da Centinaio – quella di puntare sul mercato cinese – appare tutt’altro che strampalata.

Anziché prendere a prestito da norme e comportamenti fallimentari e che ignorano le regole del mercato, bisognerebbe interrogarsi sulle ragioni per le quali i prezzi siano così bassi. Sul fronte della domanda, sarebbe opportuno allargare gli orizzonti ai mercati esteri per massimizzare le richieste, mentre sul fronte dell’offerta occorrerebbe abbattere i costi di produzione, attraverso economie di scala ottenibili dall’aumento delle dimensioni medie delle stalle e agendo sulla meccanizzazione dei processi di produzione.

C’è oltre: a fronte del -33,3% accusato dall’export nei primi 10 mesi dello scorso anno, il valore delle esportazioni è diminuito “solo” del 16,8%. Dunque, il prezzo unitario di vendita risulta aumentato di quasi un quarto. E questa è una buona notizia per i pastori sardi, perché significa che il fatturato tende a ridursi in misura meno proporzionale rispetto alle unità vendute. Perché? Trattasi di un prodotto di qualità, ma non tutta la produzione in Sardegna si concentra sui Dop. Anzi, si calcola che oltre la metà del latte ovino prodotto in Sardegna sia destinato a produzioni di basse qualità, con un risultato indesiderato: sono esposte alla concorrenza di altri formaggi a basso costo e i consumatori dai palati poco raffinati li sostituiranno alla prima occasione utile, ossia al primo sado adocchiato. E competendo con i prodotti cinesi non si va lontano.

Dunque, ai pastori sardi non dovrà essere venduto il solito fumo dei sussidi di stato e dei prezzi minimi imposti per legge, con questi ultimi a danneggiare l’altra parte della filiera, quella dell’industria casearia, non meno meritevole di tutela e i cui margini rischiano di assottigliarsi con danni per la produzione, il mercato e l’occupazione. Servono soluzioni strutturali, seppure non immediatamente popolari, come la creazione di realtà consorziate per gestire in maniera accentrata non solo la vendita, bensì pure la fase dell’allevamento e della produzione di latte. Bisogna incentivare le produzioni di qualità, i cui prezzi si mostrano più anelastici, e al contempo sostenerle anche tramite gli enti appositi sui mercati internazionali (vedi SACE), riducendo le barriere che ancora si frappongono con il mondo del credito, i cui maggiori costi di erogazione sull’isola contribuiscono ad erodere i margini.

I prezzi non si risolleveranno dall’oggi al domani, ma gradualmente i problemi arriverebbero a soluzione strutturale. Pensare che tutto questo avvenga sotto elezioni appare un esercizio di fantapolitica. Né gli stessi pastori sardi avranno voluto iniziare le proteste in questi giorni per ottenere risposte diverse dallo zuccherino pre-elettorale.

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