Internet ha ucciso le banche, ecco perché i colossi del web minacciano il credito tradizionale

Internet sta uccidendo le banche sotto i nostri occhi. E adesso i banchieri chiedono aiuto ai governi contro i giganti di internet, ma la battaglia è già perduta.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Internet sta uccidendo le banche sotto i nostri occhi. E adesso i banchieri chiedono aiuto ai governi contro i giganti di internet, ma la battaglia è già perduta.

Le banche nacquero in Italia, esattamente nell’attuale centro-nord, presso le principali rotte commerciali che portavano nel cuore dell’Europa e in cui gli scambi tra mercanti erano ricchi e richiedevano mezzi di pagamento che astraessero dall’oro e dagli altri beni fisici. Eravamo nel tardo Medioevo e nel 1472 nasceva quella che oggi è la più antica banca in attività: Monte Paschi di Siena. Dall’altra parte del mondo e proprio in questi anni è nato un nuovo modello di business per il credito, che pian piano sta seppellendo quello tradizionale. Parliamo dei colossi del web della Silicon Valley. Idealmente, la California ha ucciso già quanto l’Italia dei Comuni aveva creato tre quarti di millennio fa.

Ieri, il presidente esecutivo dell’istituto spagnolo Bbva, Francisco Gonzales, ha fatto appello al G20, perché prenda le difese dell’attuale sistema bancario, a suo dire minacciato da giganti di internet come Amazon, Facebook, Alibaba e Google. E quando si fa appello alla politica internazionale per contrastare un trend mondiale, è il segno evidente che la battaglia è già perduta. Di cosa parliamo? Lo scorso mese, in Europa è entrata in vigore la direttiva Psd2, che a dispetto del nome apparentemente di un ultimo modello di Xbox, sta provocando effetti dirompenti nel settore del credito. Alle banche viene fatto obbligo di condividere con “terze parti” i dati dei clienti, nel caso in cui questi abbiano ceduto il consenso, al fine di consentire alle società attive nei servizi di pagamento di sfruttare le informazioni richieste e operare senza la previa autorizzazione degli istituti.

La direttiva piccona l’ultimo muro che era rimasto in difesa delle banche tradizionali, le quali ad oggi avevano goduto del privilegio di possedere una mola informativa sulla clientela, ignota a ogni altro operatore esterno al settore. L’obiettivo della UE è stato di liberalizzare i sistemi di pagamento, cosa che certamente farà bene al mercato, non alle banche, che stanno assistendo alla veloce erosione del proprio dominio sui servizi non solo legati ai pagamenti, ma di natura prettamente creditizia. Non che il legislatore europeo sia la vera causa dell’ultima minaccia alle banche, semplicemente essendosi adeguato a una realtà di fatto preponderante da tempo. (Leggi anche: Banche sotto scacco dalla fintech, dati clienti condivisi)

L’attacco alle banche via web

I colossi della Silicon Valley, oltre che la cinese Alibaba, solo per limitarci ai nomi più in voga nel mondo, stanno da anni minacciando i sistemi bancari tradizionali, insidiandoli nelle loro attività “core” e secondarie. Sin dal 2011, Amazon ha varato il programma Lending, con il quale ha già erogato 3 miliardi di dollari a 20.000 società clienti attive sul proprio portale, ottenendo due risultati: legare a sé piccole imprese altrimenti nelle mani delle banche e aumentare il giro d’affari con attività apparentemente di secondaria importanza. E con Amazon Cash, il colosso delle vendite online consente ora ai clienti di depositare denaro sui propri conti da 10.000 punti vendita. Facebook, invece, consente ai suoi clienti nordamericani di inviare denaro agli amici via Messenger, anche se Mark Zuckerberg non ha ancora messo il piede nell’acceleratore per imboccare questa strada.

Adesso, però, il pericolo è diventato molto forte per gli istituti, sia perché la direttiva comunitaria consentirebbe a questi giganti di entrare in possesso di informazioni con le quali competere ad armi pari con loro, sia anche per la capillare diffusione di internet. Questa, unitamente alla tecnologia, sta rendendo sempre più facile a imprese e famiglie effettuare operazioni, per le quali fino a poco tempo fa risultava necessario il rapporto con la banca. E si consideri che parliamo di attività che a tutti gli effetti possiamo considerare “cash machines”, vere e proprie macchine da soldi, con liquidità stratosferica da utilizzare per svariati scopi. Se Apple possiede oltre 285 miliardi di dollari tra le sue riserve, Google ne ha sui 95, Microsoft 133, Amazon altri 24. Centinaia di miliardi di dollari, che se utilizzati per espandere il business nell’attività bancaria, metterebbero in ginocchio il credito tradizionale. (Leggi anche: I 5 colossi di Wall Street, ecco i numeri da capogiro)

C’è un elemento che nella battaglia contro i giganti di internet le banche non possono permettersi di sottovalutare. Mentre esse sono costrette a tagliare gli sportelli e le filiali sul territorio, travolte proprio dalla tecnologia che ne rende superflua una presenza così capillare in ogni borgata, smartphone, tablet e PC mettono a disposizione dell’utente strumenti per entrare in contatto in pochi secondi con realtà sempre più popolari, anche perché attive in tutti gli ambiti della quotidianità. In pratica, le banche stanno rescindendo il rapporto con il cliente, accelerando il processo di “abbandono” del cliente tra le braccia delle multinazionali del web. Ormai, per l’Eurostat il 30% degli utenti italiani ha quasi rinunciato a recarsi in banca, optando per i sistemi di gestione online delle operazioni sul proprio conto corrente, ma siamo solo agli esordi di una rivoluzione, che vede già il 90% dei clienti di Danimarca e Olanda disertare le filiali.

Anche le criptomonete minacciano le banche

Come se già non bastasse, un altro grandissimo pericolo minaccia la sopravvivenza delle banche anche come garante di operazioni di pagamento: le “criptomonete”. Direte, ma Bitcoin ha dimezzato il suo valore da inizio anno e rispetto all’apice toccato a dicembre risulta già crollato del 65%. Tutto vero, ma non è mai stato davvero esso l’insidia preoccupante per le banche, bensì la tecnologia che vi sta dietro, ovvero la “blockchain”. Ripple, una delle principali monete digitali esistenti, la utilizza per trasferire denaro da uno stato all’altro ed effettuare la conversione in tempo reale. Pochi secondi e un italiano può inviare euro al figlio che studia a Londra, il quale li riceverà subito in sterline.

Perché la “blockchain” è una minaccia per gli istituti di credito? Perché essendo un registro digitale con il quale rendere impossibili le truffe nelle compravendite, viene meno la necessità di passare per una banca per effettuare una transazione con tutte le garanzie del caso. E gli smart contracts, i contratti che si auto-adempiono, stanno facendo il resto. Per quale motivo ancora dovremmo recarci in una banca? In teoria, agli sportellisti resterebbe l’ambito della consulenza negli investimenti. Ma anche qui, la fintech sta cambiando le carte in tavola, perché sistemi robotizzati, peraltro già utilizzati dalle stesse banche, stanno da tempo persino assumendo decisioni d’investimento, non solo limitandosi ad eseguirle. E proprio il web sta facendo nascere numerose realtà tecnologicamente avanzate e attive nella gestione del denaro. Tra l’altro, da anni è nato il “peer-to-peer lending”, che grazie alle piattaforme online mettono a disposizione capitali agli utenti interessati a prenderli in prestito da altri. Non siamo ancora a livelli di diffusione rilevanti, ma il successo di diverse iniziative di “crowdfunding” stanno risaltandone le potenzialità. (Leggi anche: Rivoluzione in banca: denaro gestito da robot)

Siamo alla morte delle banche. Sì, per come le abbiamo conosciute. L’erogazione del credito non è più una loro prerogativa. E chi pensa che le banche possano continuare a tagliare filiali all’infinito per rispondere al crollo di domanda di servizi agli sportelli si sbaglia. Se vorranno continuare a mantenere un certo vantaggio competitivo, saranno costrette a rimanere sempre un po’ sovradimensionate, al fine di godere su su tutto il territorio della capacità di raccolta dati e di fungere da riferimento “fisico” per la clientela. Questo, però, implicherebbe costi più elevati della concorrenza online, tranne che non sia in grado di trasferirli proprie a queste realtà, una volta che siano costrette a bussare alla porta degli istituti per chiedere informazioni. Almeno in un primo periodo funzionerebbe, mentre negli anni futuri possiamo immaginare che colossi come Amazon saranno in grado di raccogliere per proprio conto informazioni sui potenziali clienti, attingendo all’immensa banca-dati derivante dalle proprie esperienze di vendita online. Non esiste un modo per indorare la pillola: i tempi dello strapotere dei banchieri sta giungendo al termine. E difficilmente qualcuno, all’infuori degli interessati, verserà lacrime.

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Argomenti: Banche italiane, Crisi delle banche, Economia Italia, Social media e internet

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