Banche sotto scacco dalla fintech, dati clienti condivisi boccone ghiotto per colossi come Amazon e Alibaba

La crisi delle banche entra in una fase più avanzata con la direttiva comunitaria, che spalanca le porte del credito alla fintech. E i colossi della Silicon Valley fiutano il business.

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La crisi delle banche entra in una fase più avanzata con la direttiva comunitaria, che spalanca le porte del credito alla fintech. E i colossi della Silicon Valley fiutano il business.

Un anno fa, il governatore della Bank of England, Mark Carney, avvertiva che “il modello di banca universale” sarebbe destinato a morire con lo sviluppo della fintech, ovvero della tecnologia applicata alla finanza. Quando siamo ancora ai primissimi giorni del 2018, possiamo affermare che quelle parole sarebbero state profetiche, perché dal 13 gennaio prossimo, nella UE entra in vigore la PSD2, la Payment Services Directive, che punta a creare un nuovo modello della cosiddetta “open bank”.

La banca aperta a cui ambisce Bruxelles e che sta diventando realtà anche nel Regno Unito con una regolamentazione in tal senso consiste nel consentire agli istituti di credito di condividere informazioni dei clienti, su autorizzazione degli stessi, a terze parti, con l’obiettivo di accrescere la concorrenza e di creare, quindi, nuove opportunità in favore della clientela.

Ad oggi, la banca tradizionale gode di un vantaggio competitivo rispetto alle società di fintech: il rapporto personale con il cliente e il possesso di dati sul suo conto. Viceversa, le seconde posseggono un vantaggio competitivo sul piano della tecnologia, la cui portata “disruptive” rischia di travolgere gli istituti del credito che non si adegueranno in fretta al nuovo mondo. Grazie alla direttiva comunitaria, questi due mondi potranno iniziare a mescolarsi, anche se il cambiamento sarà probabilmente lento per effetto sia della volontà delle banche di non scoprirsi molto in favore delle nuove rivali, sia della loro incapacità o impossibilità o mancata volontà di investire adeguatamente nel salto tecnologico. (Leggi anche: Rivoluzione in banca, con fintech denaro gestito da robot)

La concorrenza alle banche da internet

Un’era, comunque vada, sta per finire e non per impulso della PSD2, la quale interpreta semmai i bisogni dei clienti e la mutata realtà del mercato del credito. I colossi internazionali di internet, da Amazon ad Alibaba, passando per Paypal e Facebook, solo per citarne alcuni, stanno da tempo insidiando il business delle banche, offrendo servizi concorrenti. Negli USA, ad esempio, già è possibile per gli utenti iscritti al social network spedire denaro ai propri contatti.

E il colosso americano delle vendite online ha aperto un suo servizio Amazon Lending, che fa credito ai suoi rivenditori più fedeli, con il duplice risultato di fare soldi prestando denaro e di stringere ancora più a sé il variegato mondo del commercio, non certo granché coccolato dalle banche tradizionali.

E Alibaba ha appena stretto una partnership con Unicredit per consentire ai turisti cinesi in Italia di utilizzare una propria app per effettuare pagamenti. Si chiama Alipay e già conta 450 milioni di utenti in Cina, praticamente lo stesso numero dei residenti nella UE, Regno Unito escluso. In un recente articolo, vi abbiamo chiarito quanto dirompente potrebbe essere l’impatto della tecnologia sottesa ai Bitcoin, la “blockchain”, per le banche. Essa consente di bypassare gli istituti nel campo della consulenza e della garanzia contro truffe e frodi, grazie al monitoraggio in tempo reale delle transazioni eseguite. Il rischio controparte si riduce e con esso la necessità per un operatore commerciale di affidarsi ai servizi di una banca. (Leggi anche: Ecco perché le banche odiano Bitcoin)

Colossi internet pronti a “mangiarsi” le banche

E così, il vice-direttore di Bankitalia, Fabio Panetta, in un’intervista a La Stampa, ha potuto dichiarare che “entro dieci anni” o le grandi banche rileveranno le società di fintech o le società di fintech si compreranno le banche. Certo, il banchiere nota anche come in sé comprarsi una banca per un colosso di internet avrebbe poco senso, perché l’operazione abbasserebbe la sua redditività. Tuttavia, non nasconde che ciò accadrebbe per ragioni specifiche: entrare in possesso delle informazioni detenute dalle banche. E allora, il mondo che si apre davanti ai nostri occhi sembra uno scenario tendenzialmente fatale per il sistema tradizionale del credito, che o cederà di sua spontanea volontà dati ai giganti del web o potrebbe vedersi rilevata da questi, data la differenza di dimensioni in gioco.

Si pensi solo che oggi Apple vale più di 878 miliardi in borsa e possiede liquidità per 262 miliardi, mentre Goldman Sachs ne capitalizza meno di 97.

In pratica, con meno della metà del cash al netto delle imposte, Cupertino si comprerebbe uno dei tempi della finanza mondiale. E se consideriamo che Intesa Sanpaolo e Unicredit capitalizzano insieme appena 80 miliardi di euro, un ottavo della sola Amazon, comprendiamo meglio quale sproporzione di capitali vi sia in sfavore delle banche, anche quelle più grandi.

Prendiamo il sud-est asiatico: 600 milioni di persone sparse in 10 stati, di cui il 73% senza un conto in banca, ma di cui 250 milioni possiedono uno smartphone. Più semplice per gli abitanti in aree rurali e remote del mondo inviarsi denaro attraverso qualche app, piuttosto che entrare in banca e dovere accendere magari un conto, con tutte le formalità e i costi del caso. Il boom dei Bitcoin proprio in alcune delle aree ancora povere del pianeta (dallo Zimbabwe al Venezuela, passando per India e Nigeria) segnalerebbe questa tendenza alla disintermediazione, abbattendo barriere tra stati e ostacoli spesso normativi o semplicemente legati al cattivo rapporto con le banche. O queste si alleano con le nuove realtà digitali, magari investendo nelle start-up più promettenti, o verranno divorate nel giro di pochi anni. Lo status quo non sembra uno scenario possibile. (Leggi anche: Crisi banche, la difficile verità)

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