Il mito irresistibile dell’Italia degli anni Ottanta continua a pesare sul presente

L'Italia degli anni Ottanta continua ad affascinare politici e cittadini e sul suo ricordo si guarda con eccessivo pessimismo e critica al presente, pesando sulle scelte per il futuro.

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L'Italia degli anni Ottanta continua ad affascinare politici e cittadini e sul suo ricordo si guarda con eccessivo pessimismo e critica al presente, pesando sulle scelte per il futuro.

Ci sono alcuni miti incrollabili nei decenni quanto falsi e duri a morire. Uno di questi viene propinato da decenni nelle scuole di mezzo mondo, ovvero che la crisi del 1929 fu dovuta al non interventismo in economia dell’allora presidente Herbert Hoover, il quale fece tutto il contrario di quello che ci raccontano spesso libri e documentari da quattro soldi, vale a dire intervenne anche piuttosto drasticamente per arginare la caduta dei redditi, finendo per aggravarla e allungarla temporalmente con misure come il blocco dei licenziamenti. Un altro mito lo abbiamo coltivato in casa: è quello dell’Italia degli anni Ottanta, quando le cose andavano bene e i politici erano tutta un’altra razza.

In questi giorni, il tema è tornato di moda dopo che il leader della Lega, Matteo Salvini, ha discusso con un giornalista, sostenendo che a lui piace l’Italia di quel decennio, quando i padri compravano le case ai figli. Ora, gli anni Ottanta hanno un fascino obiettivamente irresistibile per tante ragioni, tra cui: la diffusione delle tecnologie tra le famiglie con la comparsa, ad esempio, dei primi PC e dei videogiochi; lo svecchiamento dei costumi; i maggiori spostamenti dentro e fuori i confini nazionali; l’evoluzione della TV, ormai divenuta a colori, con programmi nuovi e la rottura con le trasmissioni grigie del passato; la fine della società ideologica e delle proteste diffuse nei due decenni precedenti e l’inizio di un’era più edonista, etc.

La ritirata dell’inflazione dagli anni Ottanta ad oggi e l’azzeramento dei tassi

L’altra faccia della “Milano da bere”

L’Italia, in particolare, si mise alle spalle il triste fenomeno del terrorismo, sebbene singoli episodi sanguinari avvennero anche negli anni Ottanta.

Il clima più rilassato fece uscire la gente di casa nelle grandi città e nasce in quel periodo la “Milano da bere”, con bar e ristoranti pieni tutte le sere della settimana. Il capoluogo lombardo fu anche il centro della rinascita culturale dell’Italia, con la Fininvest di un allora sconosciuto Silvio Berlusconi a regalare a milioni di telespettatori ore di svago con un intrattenimento moderno, all’avanguardia e che finalmente poneva fine al monopolio di una Rai rimasta ai costumi degli anni Cinquanta. E fu così che guardammo “Drive In” e serie TV come “I Ragazzi della Terza C”, mentre il decennio si apriva sotto i migliori auspici con la vittoria della Nazionale di Calcio ai Mondiali del 1982 in Spagna.

Chi non capisce questo non ha forse il polso degli umori nazionali, ma chi prende spunto da questo per dipingere gli anni Ottanta quali apice delle nostre fortune economiche dovrebbe tornare a studiare un po’ di cose. Anzitutto, quello fu un decennio di inflazione a due cifre per gli italiani, con i prezzi che esplosero complessivamente di quasi il triplo nell’intero periodo. A chi ignora o finge di ignorare il concetto di inflazione, ricordiamo che essa significa perdita del potere di acquisto. Dunque, le famiglie si impoverivano di anno in anno. Sì, ma almeno tutti lavoravano, ribatterà qualche lettore. E questo è un altro mito del tutto infondato. Il tasso di disoccupazione negli anni Ottanta fu mediamente intorno all’8% e nel 1987 raggiunse quasi il 10%, mentre il tasso di occupazione non arrivava nemmeno al 50% contro l’attuale 59%.

In sostanza, su 100 persone tra i 15 e i 64 anni lavoravano mediamente 10 persone in meno di oggi. Sì, ma le imprese italiane esportavano. Questo è forse il mito più incomprensibile: non è esistito un solo anno nel decennio, in cui l’Italia chiuse con esportazioni superiori alle importazioni, mentre oggi siamo un’economia esportatrice, pur con un euro brutto e cattivo. Di più: il peso delle esportazioni sul pil si aggirava in media al 15-16% contro l’attuale 26-27%.

E non poteva essere altrimenti, dati i mercati ancora relativamente chiusi di quel tempo e alla miseria che imperava perlopiù all’infuori dell’Occidente. Ad ogni modo, l’Italia non esportava, bensì importava, malgrado la liretta e le frequenti svalutazioni dei governi per adeguare i tassi di cambio alla più alta inflazione verso l’estero. La produzione domestica, quindi, veniva sostenuta dalla domanda interna, a sua volta alimentata a debito.

Come la Germania fregò l’Italia anche con la lira negli anni Ottanta 

Il boom del debito pubblico

E allora perché gli italiani si sentivano più felici? Ci vorrebbero analisi approfondite e condotte da esperti in sociologia e fenomeni di costume, ma ci sentiamo di dire che uscire da anni di austerità e di gravi tensioni generi sempre un sentimento di appagamento, un po’ come quando ci mettemmo molto in fretta alle spalle gli orrori della Seconda Guerra Mondiale, pensando a ricostruirci un futuro e a vivere meglio, godendo alla sola vista dei miglioramenti. Ma non fu solo questo a instillare in noi italiani un sentimento di benessere. In quegli anni, pur lavorando ed esportando meno, le criticità furono scaricate tutte sullo stato, il cui debito quasi raddoppiò, portandosi nell’arco di un quindicennio dal 57% al 124% del pil.

Considerate che nello stesso frangente, le altre grandi economie mondiali avevano un debito pubblico mediamente intorno al 40%. Dunque, è successo una cosa molto semplice, cioè che ponemmo in quel periodo le basi per la distruzione della nostra economia, fregandocene della competitività, di riforme per sostenere l’occupazione e la crescita, ipotecando il futuro per vivere meglio il presente. Pensate se nell’ultimo decennio, anziché tirare la cinghia, i governi italiani avessero chiuso i bilanci in forte deficit di anno in anno per farci vivere sopra le nostre possibilità e se i nostri stipendi fossero cresciuti al ritmo del 10% all’anno, pur meno dell’inflazione.

Ci saremmo illusi di sentirci più ricchi, ma avremmo semplicemente rinviato al domani l’appuntamento con i sacrifici.

Attenzione, perché questo non significa che intere fasce della popolazione non stessero effettivamente meglio. Se mandi in pensione un cinquantenne (anche meno) dopo pochi anni di lavoro, è evidente che quella persona sia felice. Se assumi tutti i giovani usciti da una scuola superiore o un’università nella Pubblica Amministrazione, anche solo per fare loro timbrare il cartellino, è evidente che essi avranno una percezione positiva della società, dello stato e della politica che li regge, godendo di un reddito facile e sicuro. Ed è evidente che i politici di allora ci sembrassero giganti, al netto della pochezza disarmante di oggi, dato che accontentavano tutti con una lista della spesa senza limiti, quella che stiamo pagando da fin troppo tempo con tutti gli interessi.

Perché il debito pubblico dell’Italia con la lira ebbe la tripla “A” e con l’euro è sceso in “B”

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