Il governo Conte isola Berlusconi e alzare la voce all’ex premier non conviene

Silvio Berlusconi va all'opposizione del governo Conte, ma non immaginatevi attacchi duri nemmeno contro i 5 Stelle, perché non può permetterseli per ragioni di interessi economici.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Silvio Berlusconi va all'opposizione del governo Conte, ma non immaginatevi attacchi duri nemmeno contro i 5 Stelle, perché non può permetterseli per ragioni di interessi economici.

La nascita del governo Conte ha due vincitori e due sconfitti. I primi due si chiamano Matteo Salvini e Luigi Di Maio, i secondi Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. Vi ricordate la riforma elettorale di pochi mesi fa? Il Rosatellum era stato messo in piedi da PD e Forza Italia per sventare il pericolo di una vittoria del Movimento 5 Stelle con la maggioranza assoluta dei seggi e, in subordine, per consentire una riedizione del patto del Nazareno il giorno dopo le elezioni. Con la scusa che nessuno avrebbe vinto, azzurri e dem avrebbero formato l’ennesimo governo insieme, cosa che sarebbe convenuta politicamente ai primi per difendere gli interessi aziendali del loro capo e ai secondi per restare abbarbicati al potere.

Conte premier e Berlusconi senza amici al governo?

Non avevano fatto i conti con gli italiani. Il PD si aspettava che, tutto sommato e nonostante il disastro di oltre 6 anni al governo senza produrre risultati tangibili, i suoi consensi non sarebbero mai e poi mai scesi sotto il 25%. Anzi, mentre riscriveva la legge elettorale, confidava seriamente nel 30%. E Forza Italia ancora credeva che il suo sempiterno leader avrebbe rimontato con una ennesima campagna elettorale all’insegna di promesse mirabolanti, ignara che dopo 25 anni di politica vissuta in prima linea e circa 11 al governo, pochi elettori sarebbero stati disposti a concedergli nuovo credito e, soprattutto, a considerarlo un “outsider” rispetto alla classe dirigente della Seconda Repubblica.

Berlusconi è il grande sconfitto dopo Renzi anche per la sua inversione di rotta di linea politica e di linguaggio negli ultimi 5 anni, rivelatasi del tutto fallimentare. L’ex premier sperava che mostrandosi non più “populista” e moderato, avrebbe potuto recuperare la stima dell’establishment da un lato e i consensi degli italiani dall’altro. E’ finito per centrare grosso modo il primo obiettivo, guadagnandosi il rispetto per le sue aziende, ma ha perso i secondi. E ha mostrato di non comprendere che in politica il rispetto sia conseguente ai consensi e non viceversa. Adesso, la tela tessuta di relazioni con il mondo renziano vale meno di un due di coppe quando la briscola è d’oro. Gli alleati, che aveva quasi schifato negli anni passati e che riteneva minus habens della politica italiana, non solo non hanno più bisogno di seguirlo in ogni sua capriola intellettuale, ma si rivelano per lui fondamentali. Per cosa? Per evitare che le sue aziende rimangano scoperte sul piano della rappresentanza degli interessi.

I non amici di Berlusconi nei posti-chiave di governo

Il neo-ministro dello Sviluppo è Di Maio, leader dei pentastellati. Un bel problema per Silvio. Quella posizione sarà dirimente per il caso in cui Mediaset dovesse subire una scalata ostile da parte di un investitore, come l’attuale socio di minoranza Vivendi, che è salito a poco sotto del 30% del capitale e che attenta al controllo di Fininvest, la holding della famiglia Berlusconi. Quando nell’estate scorsa si è materializzato proprio questo scenario, Carlo Calenda è sceso in campo per difendere l’asset “strategico” nazionale dalle scorrerie di Vincent Bolloré, evitando che i Berlusconi fossero costretti a mettere mano al portafogli per sganciare i quattrini necessari a mettere in sicurezza il controllo delle reti TV. E l’AgCom ha fatto il resto, ordinando a Vivendi il “congelamento” della quota eccedente il 10%, a causa del potere dominante che altrimenti avrebbe nel mercato delle telecomunicazioni italiano, essendo azionista di maggioranza in TIM.

Ora, però, Vivendi ha perso il controllo di fatto esercitato in TIM, grazie a un’operazione congiunta tra Cassa depositi e prestiti (Tesoro) ed Elliott, quest’ultimo un fondo americano che Berlusconi conosce bene, avendo agevolato la cessione del Milan al cinese Yonghong Li, erogando due linee di credito alla società rossonera e all’acquirente. Insomma, l’Italia ha fatto sistema attorno alla difesa di Mediaset e di TIM. Tutto questo potrebbe non accadere più, almeno non nei termini desiderati dall’ex premier. Priva del controllo della compagnia telefonica, Vivendi potrebbe reclamare l’esercizio integrale dei diritti della sua quota in Mediaset e lanciare un’OPA obbligatoria sul capitale rimanente. Se il ministro dello Sviluppo e l’AgCom non si muoveranno in tandem nuovamente in difesa di Mediaset, Berlusconi dovrebbe combattere con le uniche armi richieste dal mercato: i soldi.

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Berlusconi e la non opposizione al governo Conte

Ciò presuppone che il leader di Forza Italia non possa fare opposizione dura alla parte “grillina” del governo, come pure ha annunciato, formalmente risparmiando dagli attacchi solo gli “alleati” leghisti. Di Maio deterrebbe un potere di ricatto piuttosto esplicito, come emerge dall’accordo sul programma, che contempla una rivisitazione in senso restrittivo della legge sul conflitto di interessi, bestia nera per Berlusconi. E con il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, anch’egli grillino e d’impronta giustizialista, ogni uscita incauta rischia di venire pagata a caro prezzo. E i vertici dell’authority verranno presto rinnovati. La scelta del presidente spetta al premier e quella degli altri componenti ai presidenti di Camera e Senato. E a giugno scadono i vertici Rai, le cui nomine spettano ancora al governo, mentre il cda riguarda il Parlamento a maggioranza sempre giallo-verde. Forza Italia bombarderà mediaticamente Giuseppe Conte? Non otterrà nulla dalle nomine, né il suo capo verrà garantito più di tanto da Matteo Salvini con riferimento ai suoi legittimi interessi aziendali.

E le truppe di cui l’ex premier dispone in Parlamento, già ridotte all’osso dopo il 4 marzo, rischiano di sfarinarsi, attratte in parte dalla Lega, che con il suo 25-27% accreditatole dai sondaggi contro l’8-10% di Forza Italia rappresenterebbe per molti deputati e senatori un’arca di Noè in cui riparare per continuare ad esistere oltre la legislatura. Per questo, Berlusconi ha annunciato un’opposizione dura nei contenuti, ma aperta alla convergenza sui punti programmatici vicini al centro-destra. Un modo come un altro per prendere tempo e non mostrarsi né carne e né pesce, non avendo reali possibilità di scelta. L’unica speranza consiste nel fallimento totale quanto prima del governo e nel naufragio dei consensi per i suoi due sostenitori. La mossa di Fratelli d’Italia di astenersi al voto di fiducia riduce ulteriormente la potenziale influenza marginale dei senatori azzurri, che adesso non fanno davvero più paura a M5S e Lega. E tra domenica prossima e il 10 giugno in Sicilia e Sardegna, parte dei comuni italiani rinnovano sindaci e consigli. La Lega si aspetta un trionfo al nord ai danni di PD e Forza Italia, ma anche al sud si registrano convergenze sospette con i pentastellati, che se riuscissero finirebbero per spegnere del tutto le speranze degli azzurri di rimanere almeno decisivi sotto Roma per la coalizione. E dopo quella data, in Parlamento occhio alle transumanze.

Forza Italia sta sbagliando tutto e Berlusconi rischia di perdere (altri) voti e soldi

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Argomenti: Politica, Politica italiana