TIM e Mediaset, i francesi combinano un disastro e minacciano l’impero di Berlusconi

I francesi di Vivendi rischiano di perdere TIM alla prossima assemblea degli azionisti di martedì, ma potrebbero ripiegare su Mediaset, mettendo a rischio l'impero mediatico di Silvio Berlusconi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I francesi di Vivendi rischiano di perdere TIM alla prossima assemblea degli azionisti di martedì, ma potrebbero ripiegare su Mediaset, mettendo a rischio l'impero mediatico di Silvio Berlusconi.

Domani, il Tribunale di Milano deciderà se accogliere il ricorso di urgenza presentato da TIM e dal socio di maggioranza Vivendi contro la delibera del collegio sindacale, che ha accolto la proposta del fondo Elliott Management di integrare l’ordine del giorno dell’assemblea degli azionisti di martedì prossimo con la richiesta di revoca delle deleghe a 6 consiglieri di amministrazione, di cui 4 in quota proprio Vivendi e 2 formalmente indipendenti. A sua volta, Elliott si oppone alla convocazione di una nuova assemblea per il 4 maggio con all’ordine del giorno l’elezione del nuovo cda, ritenendo che con la sostituzione dei 6 consiglieri, il board sarebbero reintegrato e non vi sarebbe bisogno di procedere a un suo rinnovo. Schermaglie apparentemente solo formali, ma che sono il riflesso di uno scontro tra due blocchi di potere finanziario: i francesi di Vivendi, coadiuvati da Unicredit e Goldman Sachs da un lato; governo italiano tramite la Cdp, Elliott, fondi stranieri e italiani, coadiuvati da JP Morgan dall’altro.

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Francesi contro asse italo-americano, diremmo. Sta di fatto, che da quando tra il 2015 e il 2016 l’ex amico della famiglia Berlusconi, il finanziere bretone Vincent Bolloré, ha deciso di venire a fare shopping in Italia, non gliene è andata bene una. Prima ha rastrellato il 23,94% delle azioni con diritti di voto di TIM al prezzo medio di carico di 1,08 euro e successivamente è salito fino al 29,9% di Mediaset, dopo il mancato acquisto della controllata Premium. Nel primo caso, ha rimediato solo un tracollo del titolo fino a un massimo del 35-40%, attutito nelle ultime settimane solo con la vivacizzazione dei prezzi per la scalata ostile degli americani e l’ingresso più recente della Cdp. Peggio è andata con Mediaset, perché oltre ad avere subito un’altra perdita virtuale per via delle minusvalenze potenziali sul titolo, il gruppo dei media francese è stato portato in tribunale da Fininvest, che chiede un risarcimento dei danni per 3 miliardi di euro. Inoltre, le autorità italiane sono scese in campo compatte e hanno chiesto e ottenuto che la quota eccedente il 10% fosse trasferita a un trust.

La disfatta (ad oggi) dei francesi in Italia

Tornando a TIM, Vivendi ha gestito così male i rapporti con le istituzioni italiane, che ha dovuto ingoiare più un rospo amaro, come la richiesta del governo di separare la rete dal servizio e di assegnare le deleghe sulla sicurezza solo a un consigliere italiano del board. Di fatto, Roma si è mossa per depotenziare i francesi ancor prima di tentare di metterli in minoranza all’assemblea del 24, sottraendo dal loro controllo l’infrastruttura in rame e parzialmente in fibra, che nei prossimi anni, salvo sorprese, sembra destinata a tornare in possesso dello stato, attraverso la fusione con Open Fiber, a sua volta controllata dalle partecipate Cdp ed Enel.

Vivendi sta per assistere alla propria disfatta, anche perché il clima politico stesso si è messo di traverso contro i suoi interessi. Che nel prossimo governo vi sia o meno la presenza del neo-nemico Silvio Berlusconi, poco importa. Persino i nemici del suo nemico – il Movimento 5 Stelle – si mostrano favorevoli alla cacciata dei francesi dall’Italia, ambendo al ripristino della “sovranità” nazionale per il controllo di un asset strategico come la rete. Lo stesso PD, che ad oggi è stato il più filo-francese nel panorama finanziario, segnala di avere cambiato pelle, anche perché a volere mantenere solidi rapporti con l’Eliseo è e resta praticamente solo Matteo Renzi, ex segretario ancora certamente influente al Nazareno, ma non come qualche mese addietro, essendo uscito tritato dalle urne.

Per questo, Bolloré ha poco fa inviato un messaggio di velata minaccia ai Berlusconi, quando ha dichiarato alla stampa italiana che l’affaire Mediaset sarebbe tutt’altro che concluso, rimarcando che Vivendi è il secondo azionista del gruppo e che la sua società avrà pazienza. Per cosa? Evidentemente, è sottinteso che i propositi di presa del controllo di Cologno Monzese non sarebbero affatto svaniti e forse proprio con la perdita in vista di TIM, i francesi torneranno a mettere le reti della famiglia Berlusconi nel loro mirino. A quel punto, infatti, le autorità non potranno più impedire loro di scalare il gruppo dei media italiano, non avendo più una posizione dominante sul nostro mercato delle telecomunicazioni.

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La minaccia all’impero mediatico di Berlusconi

Certo, per tendere al controllo dovrebbero impiegare risorse, quando già risultano averne bruciate abbastanza per la rovinosa (ad oggi) campagna d’Italia. A Fininvest, ad esempio, basterebbe spendere qualcosa come 270 milioni per mettersi al sicuro da qualsivoglia scalata ostile, possedendo già circa il 43% del capitale, comprese le azioni proprie. Una simile liquidità potrebbe fluirgli presto grazie a Sky, che con Mediaset ha appena stipulato un accordo di opzione di acquisto di Premium per la fine dell’anno. E il muro tra l’operatore satellitare e il principale gruppo televisivo privato sul digitale terrestre sarebbe stato innalzato anche contro eventuali scorrerie straniere, Netflix e Amazon su tutte, senza escludere nemmeno lo stesso Bolloré.

Tuttavia, il sogno francese di creare un colosso dei media europeo rischia di infrangersi in Italia. Per evitare tale scenario, se fosse persa la guerra in TIM, verrebbe attivato un secondo tempo dello scontro con la famiglia Berlusconi, che teme davvero di perdere il controllo di Mediaset. Ai prezzi attuali, vendendo l’intera quota nella compagnia, Bolloré incasserebbe 4,2 miliardi, liquidità pari a oltre il 110% del valore di capitalizzazione in borsa di Mediaset. Gli basterebbe impiegarne intorno a un quarto per lanciare un’OPA obbligatoria sul 70% del capitale rimanente, per il 60% in mano a Fininvest. Il mancato “passo di lato” del Cavaliere in politica, chiesto da Luigi Di Maio e auspicato in cuor suo dall’alleato Matteo Salvini, non sarebbe altro che la spia di una paura più che fondata di finire spodestato non solo e non tanto sul piano istituzionale, quanto di lasciare i 5 figli a mani vuote. Perché perdendo Mediaset, il regno berlusconiano crollerebbe.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia