Il giocattolo s’è rotto: la tecnologia spazza gli store e prende il posto di bambole e soldatini

Giocattoli in crisi con il boom della tecnologia. Chiudono i negozi tradizionali e i bambini comprano sempre più smartphone e tablet.

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Giocattoli in crisi con il boom della tecnologia. Chiudono i negozi tradizionali e i bambini comprano sempre più smartphone e tablet.

Toys “R” Us ha fatto richiesta di bancarotta. Il colosso americano dei giocattoli porterà i libri in tribunale, nel tentativo di rinegoziare i suoi 5 miliardi di debiti a medio-lunga scadenza e salvare i suoi 1.600 store e 64.000 dipendenti. La procedura, ha spiegato la stessa società, non riguarda i negozi in Europa ed Australia, che continuerebbero a mostrarsi redditizi. E così, uno dei simboli del capitalismo a stelle e strisce viene travolto da una nuova era, alla quale non si è adeguata tempestivamente e con efficacia.

Toys “R” Us non è l’unica società attiva nel retail a doversi piegare ai tempi, perché quest’anno nei soli USA si trova in compagnia di altre 300, tutte vittime della tecnologia, che mutando le abitudini di consumo, ha zavorrato i bilanci persino di quelle che sembravano imprese incrollabili fino a pochi anni fa.

Era il 2006, quando acquistava la rivale FAO Schwartz, restando il principale offerente di giocattoli per bambini, specie per eventi e compleanni. Controllata dai fondi Kohlberg Kravis Roberts e Bain Capital, oltre che dall’immobiliare Vornado Realty Trust, che l’acquistarono per 6 miliardi nel 2005, Toys “R” Us ha subito da un lato la concorrenza di colossi del retail più a buon mercato come Walmart e Target, dall’altro dell’e-commerce.

Tecnologia doppia zavorra per giocattoli

Il 92% dei consumi americani avviene ancora presso negozi “fisici”, ma i tassi di crescita degli acquisti online di giocattoli negli USA appaiono impressionanti: si è passati da una quota del 6,5% del 2015 a una del 13,7% dello scorso anno. In pratica, già un giocattolo su sette lo si compra su internet. Naturale che l’impatto sul retail tradizionale sia significativo. (Leggi anche: Guerra alimentare, tremano supermercati e piccoli negozi)

Colossi delle vendite online come Amazon stanno mettendo sotto pressione il business “brick and mortar”, quello tradizionale. Poche settimane fa, ha annunciato l’acquisto della catena di supermercati Whole Foods e da subito ha finanche dimezzato i prezzi dei prodotti venduti. Un segnale di sfida per Walmart, che solo qualche giorno prima aveva stretto un’intesa a sorpresa con Google per reagire proprio alla temibile concorrenza di Amazon, aprendo alle vendite su internet, anche con assistente vocale.

Tornando ai giocattoli, la tecnologia abbiamo detto che starebbe riducendo vendite e margini presso i negozi tradizionali in mattoni. Non solo, perché pare che ad essere intaccati non siano solo i canali di vendita, bensì pure le abitudini di consumo tra i bambini e i teenagers più giovani. A differenza degli anni passati, ormai smartphone e tablet hanno sostituito i giochi tradizionali, il cui costo, peraltro, è diventato sempre più alto. In sostanza, la tecnologia agisce negativamente su realtà come Toys “R” Us in due modi: stimolando gli acquisti online e sostituendo i giocattoli tradizionali con i mini-computer ormai alla portata di tutte le tasche e le fasce di età. (Leggi anche: Shopping online deleterio per commercio tradizionale)

L’e-commerce in Italia

La società eMarketer ha stimato per l’imminente stagione delle vacanze in arrivo negli USA un giro di affari online per 107 miliardi, in crescita del 17% su base annua. Non significa che il business tradizionale non abbia più modo di esistere. FedEx, ad esempio, ha registrato ricavi in aumento del 21% su base annua a 15,73 miliardi di dollari nel trimestre passato e starebbe vivendo una performance positiva anche per quello in corso.

L’e-commerce segna una crescita a due cifre nelle economie avanzate. In Francia, le vendite su internet sono state pari a 39,5 miliardi di euro nel primo semestre del 2017, in aumento del 13% su base annua. In Italia, si stima un giro d’affari per l’intero anno di 22,4 miliardi, +14% rispetto ai 19,6 miliardi del 2016, ma in rallentamento rispetto al +18% dello scorso anno e al +16% del 2015. In ogni caso, si tratterebbe di una cifra quasi doppia dei 22,6 miliardi del 2013. Resta il fatto che appena l’1,3% del nostro pil risulta ancora oggi speso su internet.

A comprare abitualmente online sono 12,9 milioni di italiani, mentre altri 6,1 milioni sono acquirenti sporadici. I primi spenderebbero quest’anno la media di 1,382 euro, i secondi di appena 290 (dati E-commerce News).

Nel solo mese di marzo, quasi 1,1 milioni di applicazioni su Google Play Store risulterebbero essere state scaricate e aventi a che fare proprio con lo shopping online, tra cui spiccano gli oltre 184.000 downloads di Shpock, i 164.000 di AliExpress e i 123.000 a testa di Amazon e eBay. (Leggi anche: E-commerce grande opportunità per il made in Italy)

 

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