Shopping online deleterio per commercio tradizionale e banchieri centrali

Lo shopping online colpisce non solo il commercio tradizionale, ma anche le stesse banche centrali, che con sempre maggiore difficoltà riescono a centrare i target d'inflazione. Vediamo perché.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Lo shopping online colpisce non solo il commercio tradizionale, ma anche le stesse banche centrali, che con sempre maggiore difficoltà riescono a centrare i target d'inflazione. Vediamo perché.

H&M, il colosso svedese dell’abbigliamento, chiude in Italia quattro punti vendita e annuncia 89 esuberi. Non sappiamo se la catena di negozi abbia problemi di bilancio in Italia o se i licenziamenti siano dovuti più a ragioni di riorganizzazione, fatto sta che il settore del commercio sembra in affanno da anni e per cause che potrebbero non avere soltanto a che fare con la crisi economica. Certo, i consumi restano stagnanti e l’alta disoccupazione non consente ai venditori al dettaglio di farsi illusioni per il breve termine, ma c’è qualcosa di più profondo che starebbe travolgendo il terziario: lo shopping online. Il suo giro di affari si è attestato nel 2016 a una ventina di miliardi, l’1,2% del pil, non certo preponderante, ma segnando ritmi di crescita abbastanza interessanti (+18% lo scorso anno).

Tra calo generalizzato dei consumi e spostamento delle vendite verso il comparto online, sappiamo che tra il 2010 e il 2015, il canone medio di locazione per le attività commerciali in Italia nelle grandi città è sceso di circa il 27,5%. Peggio: un immobile su quattro adibito ad uso commerciale è attualmente sfitto. (Leggi anche: Acquisti online, ecco cosa comprano gli italiani)

Il futuro dei negozi fisici sono i servizi?

Cosa sta comportando, quindi, il boom dello shopping online? In prima battuta, a un calo delle vendite da parte dei negozi fisici, ma anche a un abbassamento dei canoni di locazione, per via della minore domanda di immobili per uso commerciale e a un incipiente mutamento della tipologia degli esercizi in strada. Tra la concorrenza sempre più agguerrita dei centri commerciali, il proliferare delle catene di abbigliamento mono-marca e dei negozi cinesi, ai commercianti restano sempre minori spazi di mercato, specie considerando, appunto, l’esplosione degli acquisti online.

E allora, bisogna concentrarsi su quei business non direttamente esposti alla concorrenza del mondo internet, come i servizi. Non è possibile farsi tagliare i capelli o fare un massaggio con un clic del mouse. La presenza fisica resta ancora necessaria, ragione per cui nel tempo potrebbe risultare stravolta la tipologia degli esercizi stessi presenti fisicamente nelle nostre città.

Bassa inflazione e shopping online

C’è ancora un altro aspetto del fenomeno da indagare e che potrebbe porre seri problemi alle banche centrali. Lo shopping online espone i commercianti a una concorrenza potenzialmente globale, abbattendo le barriere fisiche e i confini locali e nazionali. Chi vende scarpe a Latina dovrà fare i conti con la possibilità che gli abitanti del luogo gli preferiscano calzature acquistate in rete, scegliendo tra una più vasta quantità di prodotti e a costi più contenuti.

La conseguenza logica di ciò è che i venditori al dettaglio sarebbero costretti a ridursi i margini di profitto, in modo da almeno cercare di tenere testa al mondo variegato dello shopping online, oltre che della grande distribuzione. Se è vero, anche l’inflazione ne risentirà, con una crescita tendenziale dei prezzi più bassa che in passato. Poiché il boom di internet ha coinciso negli ultimi anni con la crisi economico-finanziaria prima e le sue conseguenze dopo, può darsi che le stesse banche centrali stiano confondendo le cause dell’inflazione, legandole a fattori contingenti. (Leggi anche: Deflazione italiana legata alla crisi dei consumi)

Deflazione tecnologica fenomeno strutturale

La cosiddetta deflazione “tecnologica” è un fenomeno studiato da tempo e affatto un’invenzione di qualche analista. Essa spiegherebbe parte della costante decelerazione dell’inflazione negli ultimi 30 anni. Adesso, lo shopping online potrebbe accrescere tale fenomeno, colpendo non solo direttamente i prezzi di svariati beni, ma anche degli immobili, innescando una reazione a catena, per cui oltre alla scarsa vivacità dei consumi, registreremmo anche una bassa inflazione permanente.

Un mal di testa per i governatori centrali, alle prese da anni con le difficoltà riscontrate nel centrare i rispettivi target d’inflazione. Nell’Eurozona, ad esempio, è da quattro anni che la crescita tendenziale dei prezzi risulta inferiore a quella dell’obiettivo della BCE. Simili considerazioni valgono per tutte le altre economie avanzate, guarda caso quelle maggiormente caratterizzate dal boom tecnologico. Se fino a qualche anno fa valeva il motto di Luigi Einaudi, per cui la concorrenza i consumatori la fanno “con i piedi”, adesso mutatis mutandis, si direbbe che essi la farebbero con un clic del mouse. (Leggi anche: Bassa inflazione? Ecco come la tecnologia ha battuto le banche centrali)

 

 

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Argomenti: deflazione, Economia Italia

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