Draghi svaluta l’euro per sostenere l’inflazione e Trump è già in guerra con la Germania

L'allentamento monetario annunciato ieri dal governatore BCE, Mario Draghi, punta alla svalutazione dell'euro per sostenere inflazione ed export. E l'America di Trump promette già "guerra".

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L'allentamento monetario annunciato ieri dal governatore BCE, Mario Draghi, punta alla svalutazione dell'euro per sostenere inflazione ed export. E l'America di Trump promette già

E’ iniziato un nuovo capitolo della “guerra” commerciale tra USA ed Europa. Ieri, il governatore della BCE, Mario Draghi, partecipando al simposio delle banche centrali a Sintra, Portogallo, ha annunciato che se l’inflazione nell’Eurozona continuerà a indebolirsi, i tassi verranno ulteriormente tagliati e il “quantitative easing” ripristinato.

Per tutta risposta, quando in America erano ancora le ore 7.00 del mattino, il presidente Donald Trump ha twittato piuttosto seccato che si tratterebbe di una mossa ingiusta per svalutare l’euro, cosa che, ha spiegato, l’Europa e la Cina fanno da anni e ai danni del dollaro, notando come la notizia di nuovi stimoli stesse nel frattempo sostenendo il DAX tedesco, ossia l’indice azionario di riferimento della Borsa di Francoforte.

Ecco come l’attacco all’euro di Trump complica i piani BCE dopo Draghi su tassi e QE

Qualche ora dopo, Draghi ha replicato a Trump, pur non polemizzando direttamente, chiarendo che compito della BCE sia perseguire la stabilità dei prezzi e non manovrare il tasso di cambio. E ha formalmente ragione. La realtà, però, appare diversa: se la BCE varerà nuovi stimoli, tagliando i tassi e/o tornando ad acquistare titoli di stato, annullerà nei fatti gli effetti dell’allentamento monetario atteso da parte della Federal Reserve, indebolendo il cambio euro-dollaro. Per tale via, l’inflazione si rinvigorirebbe un po’, aumentando il costo dei beni importati.

La contromossa possibile della Fed

Da qui, Trump passerebbe dalle minacce ai fatti, imponendo alle merci di tutta l’Unione Europea nuovi dazi per quella che egli avverte come una “svalutazione competitiva” dell’euro. Può anche darsi che le parole inusuali e dure di ieri della Casa Bianca avessero un altro destinatario: il governatore della Fed, Jerome Powell. Riunito proprio da ieri insieme al resto del board per decidere per la quarta volta quest’anno sulla politica monetaria negli States, da tempo è sotto pressione da parte di Trump, affinché tagli subito i tassi.

Il taglio dei tassi atteso della Fed fa collassare i rendimenti “junk” negli USA

Le probabilità che Powell annunci stasera il taglio dei tassi sono pari a un quinto.

Il mercato sconta che ciò accadrà dal prossimo board di fine luglio e che il costo del denaro verrà ulteriormente abbassato 2-3 volte entro i primi mesi del 2020. Tuttavia, Draghi gli ha complicato la vita, perché il suo annuncio “ultra-dovish” rende automaticamente la politica monetaria americana più restrittiva nel caso in cui rimanesse invariata. In termini pratici, ciò provocherebbe sui mercati quello che nel 2013 fu noto come “taper tantrum” o “collera da frenata (degli stimoli)”, che allora fece impennare i rendimenti dei Treasuries.

Per evitare anche un contestuale crollo dei titoli azionari, Powell si ritroverebbe costretto ad agire già in queste ore. Come? Tagliare i tassi sarebbe la mossa capace di neutralizzare del tutto l’annuncio di Draghi, ma appare improbabile. Le soluzioni “tecniche” sarebbero altre. La prima consisterebbe nel segnalare con i “dot plots” che i tassi per il prossimo futuro aumenteranno meno di quanto ad oggi ancora previsto dai funzionari dell’istituto o magari che non cresceranno affatto. Secondariamente, potrebbe essere comunicata la fine anticipata del “quantitative tightening”, cioè la riduzione degli assets a bilancio della Fed, prevista per la fine di settembre.

La “guerra” di Trump con la Germania

Siamo in “guerra”, non con carri armati e contraeree, bensì con le sottili armi di cui dispongono le banche centrali e tese a manovrare i tassi di cambio per via indiretta. Anche l’America ha svalutato il dollaro subito dopo la crisi finanziaria del 2008 e fino al 2013 con l’azzeramento dei tassi e il varo di tre cicli di QE, ma da 5 anni a questa parte ha lentamente dovuto ritirare gli stimoli per adeguarsi al ciclo economico. L’Eurozona sugli stimoli ci è arrivata con diversi anni di ritardo e non appare oggi nelle condizioni di poterli ridurre.

A differenza dell’America e del Giappone, poi, non dispone di stimoli fiscali per sostenere la crescita e ciò accresce il peso e la responsabilità della BCE nella ripresa dell’inflazione e dell’economia.

Trump vede malissimo questo andazzo, perché ritiene che la Germania, così facendo, prenda due piccioni con una fava: si scherma dietro un cambio debole per esportare a tutto spiano nella sua America ed evita di spendere, mantenendo surplus fiscali e commerciali ai danni delle imprese a stelle e strisce.

Egli vorrebbe che la BCE fosse più “hawkish”, alzando i tassi, mentre il governo tedesco spendesse di più o riducesse, comunque, gli avanzi di bilancio per stimolare le importazioni. In fondo, quest’ultima sollecitazione è in linea con i desiderata del resto dell’Eurozona, per non dire dello stesso Draghi, che ancora ieri ha invitato i paesi che dispongono di spazi di manovra fiscali – alias, la solita Germania – a utilizzarli. Il suo appello cadrà certamente nel vuoto e dovrà sperare che di più possano proprio le minacce di Trump.

L’Europa, non la Cina, vero problema per l’economia mondiale

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