Ecco come l’attacco all’euro di Trump complica i piani BCE dopo Draghi su tassi e QE

Il presidente Trump torna ad attaccare l'euro, sostenendo che sia "svalutato" contro il dollaro. Questo accresce i problemi della BCE in fase decisionale su tassi e "quantitative easing".

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Il presidente Trump torna ad attaccare l'euro, sostenendo che sia

Un nuovo attacco sferrato contro “l’euro e le altre valute”, ree per il presidente Donald Trump di essere “svalutate rispetto al dollaro”. Infine, chiosa, “c’è quel ridicolo quantitative tightening”, riferendosi al dimagrimento del bilancio portato avanti dalla Federal Reserve almeno fino al prossimo settembre, quando dovrebbe cessare. Non è la prima volta che il tycoon mette la moneta unica nel mirino.

Il Dipartimento del Tesoro ha persino inserito Germania e Italia tra i paesi da monitorare sul piano della concorrenza commerciale, in quanto i due vengono accusati di avvalersi di una moneta – l’euro – svalutata rispetto ai rispettivi fondamentali e grazie alla quale riescono ad esportare negli USA molto di più di quanto importino da essi. Insieme, fanno quasi 100 miliardi di dollari di esportazioni nette annue verso gli States.

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Prima delle elezioni europee, Trump aveva rinviato di sei mesi la decisione se innalzare i dazi sulle auto europee importate, un modo molto probabilmente per prendere tempo e accrescere la pressione sull’Unione Europea, spingendo i suoi stati membri a concedere qualcosa di sostanzioso sul piano delle trattative. Egli sa, infatti, che l’economia nel Vecchio Continente rallenta da mesi e che, in particolare, la Germania rischia la recessione con questa congiuntura internazionale debole, specie se accusasse qualche altro colpo sul fronte delle esportazioni, per cui dovrà evitare il più possibile tensioni con la prima economia mondiale.

Ebbene, l’attacco all’euro sembra sottilmente legato alla minaccia sui dazi. Trump sembra avvertire quasi esplicitamente l’Eurozona che o rimedierà al cambio (euro-dollaro) debole o affronterà l’innalzamento delle tariffe doganali sui suoi prodotti di punta. E questo per la BCE è e sarà sempre più un problema. Francoforte ha allontanato di altri sei mesi, rinviandola a non prima del giugno 2020, la prospettiva di un aumento dei tassi. A dire il vero, ha segnalato la possibilità di tagliarli, qualora le condizioni macro lo richiedessero. Ma l’allentamento della politica monetaria, che passerebbe anche per la riattivazione del “quantitative easing”, indebolirebbe l’euro contro le altre valute, quanto meno lo terrebbero basso contro un dollaro che in prospettiva dovrebbe deprezzarsi per via del taglio dei tassi Fed atteso nei prossimi mesi.

Ed è l’esatto opposto di quanto desideri Trump.

La difficile scelta della BCE

Il successore di Mario Draghi si troverà dinnanzi a una scelta resa ancora più difficile dall’aut-aut della Casa Bianca: varare nuovi stimoli per rinvigorire inflazione e crescita nell’area, ma rischiare l’imposizione di dazi da parte degli USA, con la conseguenza di vedere colpita proprio la crescita delle principali economie, tra cui la Germania; non intervenire su tassi e QE per non indispettire Trump, ma correndo il rischio di lasciare scivolare l’Eurozona in un mix di deflazione e stagnazione.

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L’una, piuttosto che l’altra strada, sarà percorsa sulla base di una scelta ponderata, così come anche della sensibilità del prossimo governatore. E se fosse tedesco o, comunque, del Nord Europa, propenderebbe maggiormente per assegnare maggiore valore alla minaccia di Trump, frenando i piani (già avviati da Draghi?) di allentamento monetario e tollerando un rafforzamento del cambio euro-dollaro anche in area 1,20, se non oltre. Questo vuole la Casa Bianca, fare pressione su Francoforte per ottenere un dollaro meno forte contro la seconda valuta più importante e diffusa al mondo.

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